Corriere della Sera, 1 febbraio 2026
Era mio padre: Beppe Fenoglio
Margherita Fenoglio, il giorno prima di morire suo padre Beppe le scrisse una lettera.
«Eccola. Anche se la so a memoria. “Ciao per sempre, Ita mia cara. Ogni mattina della tua vita io ti saluterò, figlia mia adorata. Cresci buona e bella, vivi con la mamma e per la mamma e talvolta rileggi queste righe del tuo papà che ti ha amato tanto e sa di continuare a essere in te e per te. Io ti seguirò, ti proteggerò sempre, bambina mia adorata e non devi pensare che ti abbia lasciata. Tuo Papà”».
Era malato. Un giorno in bagno sputò un grosso grumo di sangue.
«“Mi è sopraggiunta una grave affezione polmonare” scrisse a Calvino. Al tempo non si parlava di tumore. Prima lo portarono a Bossolasco, in Alta Langa, a respirare l’aria buona. Poi lo ricoverarono a Bra».
Sua madre Luciana andava a trovarlo tutti i giorni.
«Quello del ’63 fu un inverno nevosissimo. La mamma andava in macchina, ma diceva a mio padre che andava in treno per non farlo preoccupare. Parcheggiava lontano e poi andava in ospedale a piedi».
Poi lo trasferirono alle Molinette a Torino.
«I medici le dissero che se lo voleva spostare si sarebbe dovuta prendere lei la responsabilità. Non esitò un secondo. Papà aveva una grave forma di tumore ai bronchi, a Torino volevano provare a curarlo con il cobalto; ma quando lo portarono in una stanza buia, nei sotterranei, si rifiutò. Una settimana dopo morì».
Lei aveva due anni.
«Non ho ricordi personali di mio padre. Come scrittore l’ho conosciuto dopo, ma come uomo l’ho sempre conosciuto. Me ne hanno parlato tutti, fin da subito. E io gli ho sempre parlato. Non c’è stato un giorno della mia vita in cui io non abbia parlato con mio papà. È stata un’assenza presentissima. Andavamo tutte le settimane al camposanto a trovarlo. Toglievo la polvere dalla fotografia, mettevo i fiori sulla tomba».
Oggi invece trova le sigarette.
«Fumate e non. Un omaggio dei lettori. Trovo libri, biglietti, fotografie. Un signore mi ha declamato la mia lettera con le lacrime agli occhi. Un altro era vestito da marinaio, con la chitarra in mano che gli cantava Tanti auguri. Un giorno vado a portare i fiori a mio padre e trovo un ragazzino seduto accanto alla tomba. Siamo stati ore a parlare. Era Andrea Scanzi».
Marco Missiroli invece ha chiamato sua figlia come lei: Margherita.
«Mi ha scritto un messaggio bellissimo. “Considero tuo padre un mio padre. Solo rileggendo il Gorgo ho capito che era arrivato il momento di avere un figlio. Se fosse stata femmina, non avrebbe potuto non avere il nome di quella bambina che ha per sé la più bella lettera di addio che un padre abbia mai scritto”».
Lei si chiama come sua nonna.
«Nonna Margherita. Una donna straordinaria. Quando avevo 15 anni avevo un mito che era la Fallaci. Da grande, il mito era mia nonna. Ce l’aveva con la Thatcher per la guerra nelle Falkland: “Son laggiù, che cosa gliene frega? Li lasci stare!””. Al referendum per il divorzio e per l’aborto ha votato No. Quando è nata mia zia Marisa, mio nonno voleva mandarla alle magistrali. “Neanche per idea” ha risposto mia nonna “abbiamo mandato al liceo classico quei due Garibaldi (mio padre e mio zio Walter) che non studiano mai, lei è intelligente, studia. Non se ne parla».
È vero che litigava sempre con suo padre per il fumo?
«Papà aveva le tasche piene di sigarette. Sfuse. Ne prendeva una e fumava. Sessanta al giorno. Aveva cominciato a undici anni».
Però era astemio.
«Vero. Anche io non bevo».
Ed era un grande sportivo
«Giocava a pallacanestro, a calcio, a pallapugno, insomma pallone elastico. Andava in bici. Nuotava anche. Un giorno ad Alba ho incontrato un signore. Mi ha visto e si è paralizzato. Anni prima stava annegando nel Tanaro, mio padre si tuffò e gli salvò la vita».
«Finalmente una palla buona, un dribbling liberatore, un tiro elegante che lambisce un palo e nel silenzio un “bravo Giorgio». Cosa le fa venire in mente?
«Giorgio Bocca. Giocava nella Cuneo Sportiva. Era due anni più vecchio di mio padre. Alla fine degli anni Trenta venne in trasferta con la squadra ad Alba. Mio padre gli fece i complimenti».
Per quale squadra tifava?
«Juve. Era juventino, ma quando cadde l’aereo del Grande Torino andò a Superga a rendere omaggio».
E dopo continuò a seguire il calcio?
«Sì. Ricordo un aneddoto che mi raccontò un suo amico. L’8 settembre del ’57 andarono a vedere Juventus–Verona a Torino, al Comunale. Quel giorno esordiva John Charles, l’attaccante gallese».
Boniperti, Sivori, Charles. Il Trio Magico.
«La partita finì 3-2, e mio padre si innamorò di Charles. Agli amici diceva sempre: “Amo portare i mutandoni lunghi alla John Charles”».
Faceva l’imitazione di Louis Armstrong.
«Aveva una voce bellissima».
Ma era balbuziente.
«Più che balbettare, quando era emozionato o si arrabbiava si fermava e faceva fatica a ripartire».
Che rapporto aveva con sua mamma?
«Bellissimo. Si amavano molto».
Che donna era?
«Frizzante (Margherita ride). Mia mamma aveva la Vespa. E guidava come una matta. Mio padre aveva una paura folle, si aggrappava a lei con le sue gambe lunghe».
«Lunghe e magre, cavalline, che gli consentivano un passo esteso, rapido e composto».
«Sì, come Milton, il protagonista di Una questione privata. Il suo alter ego».
Lui non guidava?
«Guidava poco e male. Mio padre era incapace di fare le cose materiali. Si faceva il caffè e si ustionava le mani, sistemava i bicchieri e li rompeva. Ah... mi è venuta in mente una cosa. Questa ve la devo raccontare...».
Racconti.
«Quando ero bambina, negli anni ’60, gli uomini non spingevano la carrozzina. Mio padre sì. Mia mamma lavorava, aveva un negozio di pelletteria. Così mio padre mi portava in giro. Un giorno mia madre lo vide allontanarsi. Gli corse dietro, ma aveva le scarpe con il tacchetto, faceva fatica. Lui la salutava da lontano».
Voleva andarsene?
«Macchè! Quando mia mamma tutta trafelata l’ha raggiunto l’ha sgridato. “Non volevo fermarmi” le rispose lui “non volevo che si svegliasse la bambina”. Mia mamma era stupita. “Non potevi girare la carrozzina e venirmi incontro?”. Pausa. “Non so come si fa”».
Quello dei suoi genitori è stato il primo matrimonio civile di Alba.
«Mio padre non voleva sposarsi in chiesa. A sua madre diceva sempre: “Il Padre eterno ognuno se lo immagina come può e il mio certamente non è quello dei preti”. Così si sposarono in Comune. Ma il sindaco si diede malato. Lo celebrò l’assessore Pasquero. Fu uno scandalo. Molti cittadini organizzarono una manifestazione di protesta. Dovette intervenire Don Bussi per calmare le acque, grande amico di mio padre».
Lo stesso che venne al funerale.
«Fu un suo omaggio nonostante mio padre avesse lasciato scritto “nè fiori nè discorsi”. Sulla lapide solo tre parole».
Partigiano e scrittore.
«A quella “e” teneva moltissimo. Ma per mio padre era naturale la via delle colline. Non ha dovuto scegliere».
Perché?
«Nel 1936 arrivò ad Alba come insegnante di Lettere Leonardo Cocito e trovò tra i suoi colleghi Pietro Chiodi, che insegnava Storia e Filosofia. Erano tutti e due antifascisti. Insegnavano ai ragazzi l’importanza della democrazia, della libertà».
Tre destini diversi.
«Cocito finì impiccato a un gancio da macellaio. Chiodi nei lager nazisti. Mio padre si salvò e tornò a casa».
Le sue armi rimasero nascoste per molto tempo?
«Fino a quando non le trovai. Non sapevo della loro esistenza. Dopo la morte di mia madre, stavo riordinando l’armadio. Misi la mano sotto una vecchia coperta e sentii qualcosa di duro: una carabina e una Colt avvolte in un fagotto azzurro. Quando le vidi mi illuminai».
Come mai?
«Perché erano le armi con cui mio padre fece la Resistenza».
Oggi il 25 aprile è considerato divisivo.
«È vero. Divide i fascisti da quelli che non lo sono. Mio padre era monarchico, il 2 giugno votò monarchia. È questa ode alla diversità la bellezza della Resistenza. Ma adesso è tutto finito».
Cioè?
«Abbiamo perso la guerra della memoria. Tra qualche anno sui libri di storia ci saranno poche righe sulla guerra partigiana. È la fine della Resistenza».
Ma è vero che suo padre si considerava brutto?
«Sì è vero. Era molto molto alto, molto molto magro. La schiena piena che io ho ereditato. E aveva sulla punta del naso un grappolo di cisti. Ma si è fatto operare perché io dovevo nascere».
Voleva farsi trovare bello.
«Quando sono nata non si dava pace che io fossi una bambina così bella. Bionda con gli occhi azzurri. Camminava per il corridoio di casa avanti e indietro chiedendosi da dove arrivassi. “Va beh, bella è bella, la paternità si acquisisce” Infatti...».
Lei è identica a lui.
«Gli occhi li ho presi da un fratello di mio nonno, ma per il resto sono uguale a mio padre. Chi lo ha conosciuto, quando mi vede, si impressiona: dicono che ho le stesse mani, persino gli stessi piedi e lo stesso modo di tenere in mano la penna».
Fuma?
«Purtroppo sì. Ora quelle elettroniche. Se mi vedesse mio padre...».