Corriere della Sera, 1 febbraio 2026
Marco Balich: «dell’evento d’apertura: più umanità che effetti speciali»
Marco Balich, imprenditore e designer di 16 cerimonie olimpiche. Ha iniziato organizzando i tour dei Pink Floyd e dei Rolling Stone. Tra le sue imprese anche il Bicentenario del Messico. Il 6 febbraio sarà il regista della cerimonia dei Giochi olimpici Milano-Cortina 2026.
«Le Olimpiadi non sono un tour rock, ma qualcosa di più complesso. A fianco di San Siro abbiamo costruito un vero villaggio, base dei volontari».
È in ansia?
«Mi sveglio alle quattro e mando messaggi. Ho un blocco sul comodino, dove scrivo e prendo nota. Quella sera ci guarderanno Madonna, l’imperatore del Giappone. E tantissima gente comune».
Questa è la sua 16° Olimpiade. Ci avrà fatto il callo.
«Stavolta sono a casa. E come si dice “nemo profeta in patria”. Ma lo spettacolo sarà bellissimo. Non è il momento storico di eventi ipertecnologici e stra-muscolari: gli effetti speciali saranno l’umanità, l’emozione, l’italianità. E poi la pace: la tregua olimpica è un principio ripreso da Pierre de Coubertin».
Ci sarà un dialogo uomo-natura.
«Se l’umanità prevale sulla natura il Pianeta scompare. Ma all’opposto rischiamo di frenare la crescita dell’umano. Ci vuole un dialogo».
Da chi è affiancato?
Damiano Michieletto che è la rockstar dell’opera; Simone Ferrari, in passato impegnato nelle produzioni del Cirque du Soleil; Lidia Castelli, esperta di Olimpiadi e Lulu Helbeck, regista di grande esperienza. Faremo un mix di alto e basso, in segmenti di 5 minuti. Saremo visti in tutto il mondo e dovrà essere uno show comprensibile. Sanremo fa 17 milioni di telespettatori, la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi raduna 2 miliardi e 200 mila persone».
Ci dia qualche numero.
«Ci sono 1.200 volontari: gente che ha preso le ferie per esserci. Il tabaccaio, il personal trainer, la vedova. Due anni di lavoro in circa 90 Paesi. Il 6 febbraio ci saranno due ore di spettacolo puro».
Il clima qual è?
«Di grande gentilezza, ogni persona che collabora è trattata con garbo. Il raffronto è con Londra, non con Parigi, che è stata più la celebrazione del VII Arrondissement, con sponsor di lusso. Le Olimpiadi sono laiche e devono essere comprensibili anche per il ragazzino di 14 anni di Bariloche: se lui capisce, allora per me va bene».
Il simbolo di questa cerimonia?
«Per l’Expo ho ideato il vituperato Albero della vita, che poi si è rivelato un forte magnete. Quando passa la fiamma la gente si commuove, ne coglie l’aspetto valoriale. Stavolta sotto l’Arco della Pace ci sarà il calderone, dove arderà una piccola fiamma. A Cortina sarà in piazza Angelo Dibona. Sarà il nuovo Albero della vita. È ispirato al sole e ai nodi vinciani: si aprirà e si chiuderà ogni ora».
Quanto costerà la cerimonia inaugurale?
«Meno di altre cerimonie olimpiche. Il nostro obbligo è lasciare 3-4 immagini fortissime».
Ha mai detto «l’avrei voluto inventare io»?
«Mi viene in mente Atene nel 2004, quando lo stadio era stato trasformato nell’Egeo e dall’acqua emergeva una statua, simbolo della civiltà greca. Oppure la Rivoluzione industriale tema delle Olimpiadi di Londra del 2012, con i campi che diventavano industrie».
Una sua idea di cui va particolarmente fiero?
«A Torino abbiamo fatto danzare Roberto Bolle e sfrecciare una Ferrari di Formula 1. A Salt Lake City nel 2002 la cerimonia è stata proiettata sul lago ghiacciato. Ma mi viene in mente anche il Tetris dei Giochi paralimpici di Sochi nel 2014. Abbiamo creato una scritta “Impossible” che diventava “I’m possible” grazie a un atleta disabile che con la forza delle braccia si arrampicava sulla fune fino a raggiungere la scritta per modificarla».
A Torino 2006 ha portato la Loren.
«C’erano lei, Isabel Allende, Susan Sarandon, Wangari Maathai, Nawal El Moutawakel, Manuela Di Centa, Maria Mutola. Oltre a Somaly Mam, l’attivista cambogiana per i diritti umani, lei stessa venduta a 13 anni».
La partecipazione di questi big è gratuita?
«Sempre».
Quanta Milano ci sarà alla cerimonia?
«Dalla moda al design, al tributo ad Armani alla cucina, ma niente pizza e mandolino. C’è un omaggio a una nostra soubrette scomparsa famosa nel mondo. E poi la musica, con Ghali e Laura Pausini. Ma anche Mariah Carey».
Come le è venuta l’idea?
«L’ho incontrata al GP di Formula 1 di Las Vegas: mi ha ricevuto all’interno di una villa privata. Era fine novembre, aveva un albero di Natale in ogni stanza: in tutto erano 40».
Scaramanzie?
«Nessuna, insofferenze qualcuna: soprattutto verso chi non ne capisce tanto e dice “si deve fare così”».
Qual è il suo segreto?
«Sono un idealista positivo che crede nell’umanità. Oliviero Toscani diceva che non ci sono creativi, ma persone che si esprimono. Abbiamo sorpassato gli americani negli eventi perché abbiamo portato un approccio autentico».
Qualcosa disturba la sua creatività?
«Quando crei ci metti dentro pezzi di vita. Nel 2010 quando ho organizzato il bicentenario del Messico mi ero appena separato e piangevo ogni giorno, ma portavo avanti il progetto».
L’AI cambierà suo lavoro?
«L’intelligenza artificiale registra il presente, noi siamo chiamati a vedere le intuizioni».
Milano è la città dei milionari. Lei è tra questi?
«Sì, ma sono molto più felice di essere quello che ha fatto 16 cerimonie olimpiche».
Il più grande evento della sua vita?
«La nascita dei miei figli».
Il suo prossimo evento?
«Il matrimonio con la mia compagna: io e Francesca ci sposiamo».
Una power couple: Francesca Bellettini è capo di Gucci.
«Una donna fantastica. Intelligente, razionale, ma anche molto femmina».
Chi è il «più» uno agli eventi mondani?
«A volte lei, a volte io. Siamo reciprocamente orgogliosi dei nostri successi».