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 2026  gennaio 31 Sabato calendario

Hannoun in cella: “Accuse solide”

È un “quadro indiziario solido” quello che ha portato all’arresto di Mohamed Hannoun, secondo il Tribunale di Genova, sufficiente “per corroborare sia la partecipazione dell’indagato all’associazione terroristica sia il suo stabile contributo al suo finanziamento”. Ma le prove israeliane, quelle che hanno già sollevato aspre polemiche, non sono utilizzabili, almeno per il momento, perché fornite in forma “anonima”. È quanto emerge dalle motivazioni con cui il collegio presieduto da Marina Orsini ha in parte confermato e in parte annullato le misure cautelari nei confronti della rete accusata di aver finanziato Hamas. Nonostante la scelta di non ammettere in questa fase una buona parte del materiale probatorio, e in particolare il dossier di Tel Aviv, le accuse contro Hannoun secondo i giudici del Riesame reggono lo stesso: “Vi sono elementi gravemente indizianti per ritenere che l’attività gestita da Hannoun, tramite associazioni a lui riferibili, realizzi le direttive di Hamas. E anzi emergono elementi per ritenere che la Abspp fosse già stata fondata proprio come emanazione di Hamas in Italia”. Nei confronti di Hannoun viene riconosciuto il pericolo di inquinamento probatorio, di fuga e anche di reiterazione del reato. A pesare, per i magistrati, sono i contatti con alcuni alti esponenti di Hamas, come Osama Alisawi, cofondatore dell’associazione di Hannoun e delegato per alcuni anni a operare sui conti, in seguito membro del governo di Ismail Haniyeh. Alisawi è stato destinatario di finanziamenti in contanti, soprattutto dopo la chiusura dei conti delle associazioni di Hannoun. Ma a dare solidità alle contestazioni, sempre secondo il Riesame, ci sono anche varie intercettazioni, che riguardano Hannoun e alcuni dei suoi collaboratori più stretti, “un nucleo ristretto di persone che partecipa all’associazione e che opera per finanziare innanzitutto Hamas ed è comunque in contatto con più soggetti”, alcuni “in buona fede”.
Lo scontro tra accusa e difesa sembra essere stato rinviato alla Cassazione, la prossima tappa dove riemergerà quasi certamente il nodo delle prove “Avi”, dal nome dello 007 israeliano che ha fornito alle autorità italiane il dossier proveniente dall’intelligence militare israeliana: si tratta di Avi Abramson, come già rivelato dal Fatto Quotidiano, alto funzionario di intelligence che per ora non è stato identificato formalmente. Materiale raccolto “sul campo di battaglia”, che già per questo, secondo i difensori, non può essere ammesso in un processo italiano, non solo per l’anonimato formale della fonte. Tra le novità che emergono c’è, ad esempio, la denuncia del nipote di Hannoun, Muhammad Awad, arrestato dagli israeliani come sospetto fiancheggiatore di Hamas: Awad ha denunciato di essere stato torturato. Le sue dichiarazioni sono state usate nell’ordinanza d’arresto, ma, al pari di molto altro materiale di provenienza di israeliana, sono destinate a diventare terreno di una battaglia giudiziaria tra accusa e difesa.