il Fatto Quotidiano, 31 gennaio 2026
Gaza era già all’“apocalisse”. Ma Biden non lo seppe mai
Già tre mesi dopo l’avvio dell’offensiva israeliana nella Striscia in risposta al massacro del 7 ottobre 2023, il nord di Gaza sembrava “una terra apocalittica desolata” agli occhi di operatori dell’Onu e dell’agenzia statunitense Usaid, ma l’ambasciata Usa in Israele decise di non far arrivare questa informazione alla Casa Bianca, dove sedeva un Joe Biden piuttosto incerto sulla postura da tenere nel conflitto. La vicenda è stata rivelata ieri dall’agenzia Reuters. A Washington, negli ambienti dei democratici, la notizia è stata presa come l’ultimo atto di una guerra di recriminazioni scatenata tra le varie correnti dell’ex amministrazione.
A febbraio 2024 funzionari dell’Agenzia Usa per lo sviluppo internazionale hanno inviato alla loro rappresentanza diplomatica di Gerusalemme, come di consueto per telegramma, un report con le ultime informazioni sulla situazione umanitaria nella Striscia di Gaza dopo tre mesi di offensiva. Il testo, basato su racconti riferiti di dipendenti dell’Unrwa e di altre agenzie Onu, raccontava che nella parte nord dell’enclave palestinese, quella di Gaza City al centro dell’offensiva israeliana in quel momento, gli operatori umanitari vedevano una “terra desolata apocalittica”, una “catastrofica” carenza di cibo, acqua e assistenza medica. Il telegramma raccontava di ossa rimaste per le strade, cadaveri abbandonati nelle auto dopo i raid, e una quantità preoccupante di civili malnutriti, inclusi minori. Usaid non aveva personale a Gaza dal 2019, ma restava operativa appoggiandosi alle agenzie umanitarie e all’Onu.
L’ambasciatore Usa di allora Jack Lew (sostituito nel 2025 da Mike Huckabee, nominato da Donald Trump), decise di non trasmettere quel messaggio a Washington, chiudendolo in un cassetto. Lew e la sua vice, Stephanie Hallett, hanno rivelato quattro fonti dell’ex amministrazione a Reuters, lo fecero almeno altre quattro volte (un totale di cinque cablogrammi trattenuti), infilando gli allarmi di Usaid nel cassetto perché ritenevano “che le descrizioni erano insolitamente crude” e che “avrebbero attirato l’attenzione” alla Casa Bianca, rischiando di alterare le decisioni del presidente rispetto al sostegno a Israele nel conflitto.
In quella fase, dopo aver visto l’esercito di Tel Aviv sganciare bombe ad alto potenziale (vietate dal diritto internazionale in contesti urbani) sui quartieri di Gaza City, subito le ripercussioni polemiche dei raid dell’Idf negli ospedali e dei primi (di molti) blocchi degli aiuti umanitari. L’amministrazione Biden era lacerata dalla guerra nella Striscia: diversi funzionari si dimisero in polemica con il sostegno militare statunitense all’impresa bellica di Benjamin Netanyahu, la sinistra democratica chiedeva al presidente di fermare la mano dell’alleato, o almeno di fermare gli invii di armi. In quelle settimane il Dipartimento di Stato di Antony Blinken aveva aperto un’audit per valutare se Israele stesse rispettando le regole Usa per i Paesi che ricevono armi.
Alla fine, Biden fermò qualcosa a maggio del 2024 (per la prima volta nella storia dei rapporti Usa-Israele): la spedizione di 3.500 bombe (1.800 ad alto potenziale) e l’invio di centinaia di bulldozer che dovevano essere impiegati nell’offensiva su Rafah, dove erano stati spinti dall’Idf circa 1,5 milioni di gazawi sfollati. Netanyahu qualche giorno fa ha accusato Biden di aver “causato la morte di molti soldati” con quella decisione. Poi Washington stabilì che a Gaza le leggi sull’export di armi non erano state violate, e gli invii militari ripresero fino alla fine del mandato Biden. Quei cinque cabli di Usaid forse non sarebbero bastati a cambiare la storia, ma di certo l’autocensura ora getta un’altra luce sulla presidenza Biden.