La Stampa, 31 gennaio 2026
Christian De Sica: "Pronto per il film su papà"
«Se ripetessi oggi certe battute dei film prodotti da De Laurentiis, mi metterebbero in carcere. A quei tempi per acchiappare la risata ero disposto a tutto, e poi da giovani si è più incoscienti, ora lo sono un po’di meno. Le battutacce puoi dirle a 30 anni, a 75 no, sarei un pazzo. E comunque a me non hanno mai perdonato niente, soprattutto quelli dell’ “intellighenzia"». Christian De Sica possiede l’eterna giovinezza di chi ha saputo dare il giusto peso alle cose della vita, compreso quel cognome che poteva schiacciarlo e che lo ha invece accompagnato come una luce sempre accesa: «Quanti anni mi sento? Quattordici. Di arrugginito c’è solo l’ingranaggio. Per il resto andiamo avanti. Continuare a recitare mantiene giovani, in giro vedo certi cadaveri... Sa cosa diceva Bergman? Per restare giovani bisogna non avere memoria, vivere sempre nel presente. Quando si comincia a dire “eh, ma io quella cosa lì l’ho fatta, allora inizia la tragedia».
I tempi ovviamente sono cambiati, basta saperlo, senza perdere le giuste consapevolezze: «I comici ridono di tutto, anche della vecchia che casca per terra, e noi lo abbiamo fatto, così come abbiamo usato il turpiloquio. I comici sono cattivi, e poi si sa, si ride con il demonio, non certo con San Francesco». Nel nuovo film Agata Christian, regia di Eros Puglielli, con Lillo Petrolo (dal 5 febbraio nei cinema) si ride con il giallo, in una commedia nera ambientata in Valle d’Aosta, dove il detective di fama internazionale Christian Agata, noto per i toni altezzosi e pungenti, deve indagare sul misterioso omicidio dell’industriale Carlo Gulmar (Giorgio Colangeli): «I gialli comici li seguo – scherza –, quelli veri molto meno. Sono un po’ rincoglionito, quando vado a vederli con mia moglie Silvia non capisco niente, faccio domande, lei mi zittisce. Anche stavolta, la sceneggiatura me l’ha spiegata lei».
Insieme, adesso, Christian e sua moglie Silvia Verdone si godono la gioia di essere nonni: «Mia nipote Bianca è la cosa più bella che mi è capitata nella vita, ha due anni e mezzo, è carina e pure spiritosa, con lei faccio tutto quello che non ho fatto con i miei figli, perché quando loro erano piccoli io ero tutto proiettato sul lavoro. Ora, invece non vedo l’ora di andare a trovarla a Modena, mia figlia Maria Rosa vive lì con il marito». Per i rimpianti c’è poco spazio: «Mi sarebbe piaciuto viaggiare di più. E se non fossi diventato attore, avrei fatto l’arredatore teatrale, mi piace molto la scenografia». Lo stesso vale per i pentimenti: «Ho sempre fatto le cose in cui credevo. Se quando ho iniziato mi fossi messo in testa di fare Ladri di biciclette 2 sarei stato un disastro. A me piaceva fare il varietà, ho cominciato con le feste di piazza, poi con i locali e con la tv. Ho fatto quello che sapevo fare e credo di esserci riuscito bene, se avessi voluto fare l’autore, sarei stato un fallito». Il massimo successo è legato al teatro: «Quando ero in scena con Parlami di me, scritto da Enrico Vaime e Maurizio Costanzo, raccontavo un aneddoto sulla morte di mio padre. Ho visto tutta la sala che si alzava e batteva le mani. Mi sono molto emozionato, perché quell’applauso era dedicato a lui, che stava lassù». Proprio al padre Vittorio è dedicato un progetto cinematografico che Christian insegue da anni e ora dovrebbe diventare realtà: «È un film sulla Porta del cielo, girato da papà nel ’43, e grazie al quale conobbe la mamma. Un film che realizzò anche per salvare decine di ebrei che prese come comparse. L’ho scritto 20 anni fa, speriamo che si realizzi. Pensavo di farlo interpretando mio padre, ma ora sono troppo vecchio, Vittorio aveva 42 anni, e mia madre, Maria Mercader, 15 di meno. Stiamo scegliendo l’attore, ho incontro Alessandro Borghi, gli manderò la sceneggiatura. Abbiamo pensato anche a Claudio Santamaria e a Francesco Scianna, non voglio puntare sulla somiglianza, il protagonista deve essere diverso da papà, il produttore sarà Pierpaolo Verga». In programma tante altre cose, una serie diretta da Luca Miniero, Label, sulla storia della discografia in Italia, poi Tokyo Express, di nuovo con Lillo e con Eros Puglielli regista, I fannulloni, tratto dal romanzo di Marco Lodoli: «Recito con mio figlio Brando, è un film drammatico».
Di recente Christian De Sica è stato vittima di uno scherzetto da Ai, gli sono state attribuite frasi contro Meloni mai pronunciate: «Si può pure essere contro la Meloni, ma io quelle cose non le ho dette. È una follia». Con l’Ai, se usata bene, «si faranno cose incredibili, il futuro è quello, il telefonino sparirà, faremo tutto con gli occhiali, bisogna avere il coraggio di essre “up to date"». Senza ripetere gli errori del passato: «Quando i grandi come Gassmann, mio padre, Tognazzi, hanno avuto successo, si sono chiusi nel loro giro e hanno continuato a frequentare sempre le stesse persone, che li riempivano di lodi. Quelli della mia generazione no, io continuo a girare per Roma in Vespa, le mode si respirano nell’aria, in mezzo alla strada, sennò si finisce per chiudersi nei salotti ed è la fine». Oggi, dice ancora De Sica, «gli attori comici hanno paura di spingere l’acceleratore sulla comicità, si prendono sul serio, temono che, se fanno troppo ridere, non riusciranno mai a guadagnare un David di Donatello». C’è un solo critico che una volta, anni fa, lo fece arrabbiare: «Era Goffredo Fofi, avevo girato un film come regista e attore, con Renato Pozzetto, si chiamava Ricky & Barabba”. Lui non l’aveva visto, ne scrisse malissimo. L’ho chiamato, rispose che lui, per principio, stroncava tutti i film che avevano successo al botteghino. Mi ha davvero ferito. Il cinema è fatto di tante cose diverse». E anche di grandi sviste, per non parlare delle rivalutazioni postume: «Sa che mi raccontava Fellini? Che nel primo lancio dello Sceicco bianco, il nome di Sordi non apparì sui manifesti: pensavano che avrebbe squalificato il film». —