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 2026  gennaio 31 Sabato calendario

Intervista a Marianna e Marco Morandi

Mamma che come favola della buonanotte legge Amleto. Papà che organizza la Nazionale Cantanti. Sono frammenti del passato, parte della vita di famiglia di Marco e Marianna Morandi: figli del sommo Gianni e di Laura Efrikian, da circa un anno girano l’Italia con lo spettacolo Benevenuti in casa Morandi (fino a domani al Teatro San Babila a Milano, e poi a Genova a marzo e a Roma ad aprile), in cui si mettono a nudo ma soprattutto «scavano nei ricordi di famiglia» con brio e allegria. Un’avventura che definiscono terapeutica e unica: portare in scena 50 anni di vita essendone i personaggi e gli interpreti, «quali fratelli l’hanno fatto mai?».
Marco, che dei due è il piccolo (52 anni), è quello che ha seguito le orme di papà: cantautore e attore. Marianna, che voleva dedicarsi alla musica, ha fatto l’Accademia d’Arte Drammatica, abbandonando la recitazione quasi subito per dedicarsi alla famiglia. Scrivere Benvenuti e recitarlo, stare così tanto insieme, ha molto rafforzato il loro rapporto. «Ora ci sentiamo più complici e affiatati che mai. Senza Marco mai avrei pensato di tornare su un palco dopo 30 anni». Quel momento è venuto quando il fratellino ha deciso che lei viveva la sindrome del “nido vuoto” (finita la storia con Biagio Antonacci, i loro figli Paolo e Giovanni, anche loro musicisti, di 30 e 24 anni, sono andati a vivere a Milano): era il momento di farla tornare a recitare, meglio se insieme a lui. La morte della supertata Marta che li aveva cresciuti e ritrovare a casa sua gran parte del loro passato – abiti, giocattoli, libri di scuola, lettere e diari segreti – «era stato un segno del destino» dice Marco, e aveva suggerito che fare: a partire dalle piccole cose ritrovate, aprire il vaso di Pandora di un’infanzia e un’adolescenza dominate da due genitori mitici. «Ma per noi – dice Marco – erano normalissimi, uguali a chiunque. Erano gli altri, a considerarli fuori dal comune». Dei due genitori nello spettacolo, si sentono le voci al telefono. «Hanno detto subito sì – svela Marianna -. Siamo una famiglia molto democratica. A vederci sono venuti tutti: commossi».
Tutto vero?
«Quello che diciamo e quello che c’è in scena: il Paperino di pelouche e il trenino a dondolo. Le lettere delle fidanzatine di Marco e i quaderni. In quella casa c’era persino la divisa di papà da soldato di leva e l’abito da sposa di mamma».
Ci scherzate, ma esce il ritratto di genitori piuttosto severi.
Marianna «Direi piuttosto perfezionisti ed esigenti. Una cosa che ci hanno inculcato fin da piccoli. Basti pensare che, quando organizzammo in nostro primo spettacolino familiare, ci costrinsero a restituire l’incasso di 500 lire (100 a persone): non eravamo stati abbastanza bravi. “La prossima volta andrà meglio”. Dovevamo essere i numeri Uno»
Quello più “buono”?
«Di papà bastava uno sguardo per metterci in riga. E mamma non era da meno. A mediare era tata Marta: anche per questo – non solo perché si è dedicata a noi per 50 anni – diciamo che è stata un terzo genitore».
Nello spettacolo, piccoli traumi e momenti divertenti. Ma tanti li avrete lasciate fuori, o vi saranno venuti in mente strada facendo. Qualche inedito?
Marianna «Da ragazzina ero orgogliosissima della mia chioma lunga. Un’estate, avrò avuto 12-13 anni, andammo a Monghidoro: per uno strano rito di passaggio, io e mia cugina fummo portate dal barbiere locale e rapate a zero. Il motivo? Mai chiarito. Ma la cosa fu condivisa da tutta la famiglia Morandi, come se fosse normale. Ma in casa c’era il precedente: mamma che si tagliò i capelli per solidarietà con papà che partiva per il militare».
Marco «Marianna che mi svegliava la notte per farmi assistere ai suoi spettacolini. E mamma che mi leggeva “Amleto” per farmi dormire».
Marianna «Se è per questo: a me papà faceva leggere L’idiota di Dostoevskij. Però, dai, alla fine siamo usciti quasi sani. Vero, l’età ci ha dato una bella mano (e un po’ di analisi): forse a 15 o 30 anni qualche problema c’era. Ma non per il nome (questo l’abbiamo “sofferto” molto meno), molto più per il fatto che ovunque andassimo, sempre ti riconoscevano come “figlio di"».
Marco «Un po’ di analisi penso che sia utile a tutti: veniamo buttati nel mondo senza libretto di istruzioni».
Marianna «Abbiamo quella leggerezza che fa dire “ma chi se ne frega"».
Colleghi famosi di papà che giravano per casa?
Marco «Ricordo Mogol che ci spiegava come scriveva le canzoni per Battisti, mentre con papà si inventava la Nazionale Cantanti».
Marianna «Baglioni invitato da papà per un mio compleanno: era il mio idolo (sul diario a cui confidavo le mie giornate non scrivevo “Caro diario” ma “Caro Claudio") e me lo trovai davanti. Forse (forse) gli diedi la mano, poi scappai via. Immagino che sacrificio per papà, che non era così in confidenza con lui, chiedergli di venire»
Marco «Ho un ricordo vivido delle estati con papà e mamma sulla barca di Dalla, “Catarro”, alle Tremiti: Lucio era imprevedibile, non sapevi mai cosa avrebbe fatto».
Marianna «In Sardegna: Monica Vitti che, quando pensavo di iscrivermi all’Accademia, mi suggerì di fare l’attrice comica. Ovviamente la pensavo in modo opposto. Oggi so quanto avesse ragione».
Essere ragazzini come era?
Marianna «Fino a 10-12 anni scorrazzavamo liberi in questa grande casa di campagna alle porte di Roma piena di animali. Facevamo banda con i figli di Migliacci che abitavano vicino a noi. Che invidia: avevano la piscina, e noi un campo di calcio».
Prendere la strada dei vostri genitori è stato difficile?
Marianna «Era inevitabile, se cresci in quell’ambiente, con tutti quegli stimoli. Un bagaglio che gli altri non hanno e per te è connaturato. Marco ha suonato violino dai 5 anni ai 15 (anche se poi non se n’è fatto granché). Io il piano. Almeno finché non fallii il saggio e decisi di smettere (forse fraintendendo le parole di papà: “Puoi perdere una battaglia, ma non la guerra")».
Marco «All’inizio il percorso professionale che ho scelto un po’ mi ha fatto soffrire. C’è sempre qualcuno pronto a fare confronti».
Con vostro fratello Pietro?
Marco «Gli vogliamo bene, ma ci frequentiamo poco: vive a Bologna»
Marianna «E per un’ovvia questione di età. Infatti è molto più legato ai nostri figli».
È stato selezionato per Sanremo. Un’ esperienza che anche lei, Marco, ha vissuto.
Marco «È in gamba, ha tante cose da dire. E una voce con una timbrica molto particolare. Sanremo arriva per lui al momento giusto. Il Festival oggi è completamente diverso da quando l’ho fatto io. La prima volta, nel 1998, ci sono andato con una band che si era formata tra i banchi di scuola: ci sentivamo in gita scolastica. Più complesso è stato nel 2002: ero solista e mi sentivo sotto esame. Per questo mi feci accompagnare in scena da Marianna».