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 2026  gennaio 31 Sabato calendario

Intervista a Damiano Michieletto

Damiano Michieletto ha 50 anni ed è il regista d’opera italiano più quotato all’estero. In 23 anni, ha firmato 84 spettacoli: Europa, Australia, Cina, Nord e Sud America. «Mi manca il Met di New York», dice. Ma non sarà per molto. Amato da chi non entra all’opera come al museo delle cere, in Italia lo zoccolo duro dei tradizionalisti non lo ama. Il prossimo 7 dicembre per la prima volta sarà regista alla Scala per l’apertura: Otello di Verdi. Il 6 febbraio alle Olimpiadi invernali Cortina-Milano è nel team creativo della cerimonia d’apertura. Al cinema ha girato Primavera, su Vivaldi e la sua allieva, che ha incassato 2 milioni. «Non era scontato». Della sua vita non artistica si sa pochissimo, al punto che alcuni dicono che sia nato a Venezia, altri in un paesino chiamato Scorzè.
Dov’è nato?
«A Scorzè, all’incrocio fra tre province, a seconda di quale strada prendi, sei in quella di Treviso, Padova o Venezia. È quell’entroterra lì».
Che mondo è?
«Totalmente contadino, fino al Dopoguerra, che portò a una graduale trasformazione. Quello che Pasolini raccontava l’ho vissuto nella mia famiglia. I miei zii impiegati, papà Igino lavorava all’acquedotto e mamma Mirella per l’acqua San Benedetto. Si somigliavano, papà è buono, dolce, chiacchierone, appassionato di ciclismo. Mio nonno materno era falegname, la domenica metteva la cravatta, partì in guerra volontario come bersagliere ma fu rimandato indietro: troppo giovane; mio nonno paterno era contadino, aveva 13 figli. Mia nonna stirava con le braci sotto il ferro. Sembrava di stare nell’800».
C’erano animali?
«Eccome, conigli, galline, capre, asini, mucche, ricordo un giorno (andavo alle elementari), ho munto la capra che aveva appena partorito e prima di andare a scuola ho bevuto quel latte».
Era bravo a scuola?
«Facevo fatica, volevo scappare, con tutto che poi mi sono laureato in Lettere. Ero solitario e iperattivo, non riuscivo a inserirmi. La maestra come punizione mi faceva scrivere per cinquanta volte: non si salta sopra i banchi. È quello che facevo».
A casa si parlava in...
«Dialetto veneto, è la mia lingua, il mio istinto, nel tempo ho fatto pace col mio accento così marcato. Mi è rimasto addosso il senso pratico, la concretezza. Mio nonno contadino diceva: aspettiamo in pace gli eventi. Voleva dire, dopo aver lavorato la terra e la semina, aspetta che le piante vengano su».
Libri in casa?
«Pochi. Avevo un giradischi, l’ho consumato per la musica che ascoltavo. Pop, Jesus Christ Superstar, che non sapevo minimamente cosa fosse, o i cori alpini: la passione per il canto è familiare».
Lei in cosa è rimasto un provinciale?
«In certe cose come la gratitudine, anche nelle minime cose dico grazie cento volte, e l’umiltà, il fare senza sbandierare. Lo svantaggio è che se ti poni con la mentalità da provinciale non sbatti mai i pugni sul tavolo, e al lavoro ogni tanto devi farlo. Sono sempre alla periferia delle cose, è la provincia».
Dov’è casa sua?
«Non ho una risposta. A Roma ho preso casa, e poi a Treviso. È un tema che mi fa soffrire. Sono molto nomade. Mi sembra casa Milano quando sono a Milano. Cerco di sentirmi a casa dove sto. Sono divorziato, ho due figli».
La musica e il teatro?
«Li usavo per buttare fuori le emozioni che nel privato facevo fatica a comunicare. Ho frequentato la scuola Paolo Grassi di Milano. Seguivo i corsi sia come attore che come regista. Non avevo le idee chiare. Non volevo lavorare nello spettacolo più di tanto. Ho cominciato suonando la chitarra e scrivendo testi. Ho vinto un concorso, premiato da Red Canzian dei Pooh, che è di Treviso, e da Ivana Spagna. Scrivo ancora canzoni per i matrimoni degli amici, per quello di Paolo Fantin, il mio scenografo, ho scritto una canzone strappalacrime».
La sua prima regia?
«Nel 1999 a Milano, uno spettacolo con lo Stabile del Veneto in dialetto e parallelamente Histoire du Soldat con l’Orchestra Verdi. Cercavano qualcuno dalla Paolo Grassi. Lo feci come se fosse lo spettacolo della mia vita. Mi richiamarono per uno spettacolo per bambini. Ho il pallino di acchiappare l’attenzione del pubblico».
Cosa mise in scena?
«L’Arca di Noé di Britten, la barca veniva sollevata da tanti palloncini, si muoveva sopra le teste dei bambini. Avevo il camerino di Riccardo Chailly, all’epoca direttore dell’Orchestra Verdi, non sapendo dove metterli, li appesi alle pareti. Lui entrò, stupito».
Lei lavora più all’estero.
«Il mio vero debutto avvenne nel 2003 a Wexford, in Irlanda, per Il barbiere di Siviglia. Vinsi il premio del festival: 5000 euro. Il mio compenso era la metà. Mi dissi, ma allora si può vivere de ‘sta roba qua.
Da lì mi chiamò il Rossini Opera Festival. Con La gazza ladra nel 2007 vinsi il premio Abbiati della critica. Nel cast del Barbiere c’era Simone Alberghini, che era fidanzato con Anna Netrebko, già abbastanza famosa».
La ritrovò a Salisburgo.
«Nel 2012, quando debuttai in quel festival con La bohème dove lei era una Mimì che si butta via, consumata dalla sensibilità. Mi ero ispirato ad Amy Winehouse, le calze sdrucite, il trucco esagerato, la camminata a strappi. Io debuttavo a Salisburgo, Anna era una star. Non fece una piega. Alle prove ogni tanto veniva con un pigiama griffato».
Lei è un regista spinto.
«Non ero strutturato per far parte di questo mondo. Sono passati 25 anni, beh, non sono pochi. Tu hai portato un cambiamento nella regia, mi dicevano. Non mi rendevo conto, era il mio istinto, non una strategia. Non ho mai fatto l’assistente di nessuno».
All’estero sono più aperti?
«Il melodramma in Italia, forse perché è nato qui, lo trattiamo come un figlio, siamo iperprotettivi. All’estero non lo vedono così. La differenza principale è il mondo tedesco. Ma ricordiamoci che la regia lirica da noi è recente, è nata con Visconti e poi Strehler. Ho una forte componente italiana legata alla narrazione e a un senso estetico che si mescola a uno spirito irriverente».
Quando le danno del provocatore?
«È un bel verbo che significa portare fuori una voce, ti senti chiamato in causa, prevede una reazione. Questo secondo me è il teatro, un dialogo tra platea e pubblico. Anche scandaloso ha una bella etimologia, è una pietra di inciampo, qualcosa che ti fa inciampare, lo trovo sano. Esci dal quotidiano. I greci scolpirono nel marmo i teatri per celebrare la collettività e scrivevano di Medea, donna che uccide i suoi figli, una storia provocatoria e scandalosa».
Il ruolo da regista, in questa dinamica, qual è?
«Arrivo a dirti che il regista non è necessario, nasce perché il teatro d’opera era già in crisi. L’opera lirica celebra il passato, l’unico modo per uscire da questo circolo è produrre cose inedite».
Che però spesso nascono e muoiono dopo la prima.
«A volte sì, a volte no. I compositori hanno le loro colpe per non aver più cercato il dialogo col pubblico. I capolavori sono storie che non moriranno mai e non finiranno con noi, vanno fatti ma non ci si può accontentare solo di quello, con un atteggiamento rinunciatario e rassegnato. Tutto è in evoluzione, ci sono stati grandi progressi tecnologici. La tradizione deve essere intesa come un trampolino, non come legame col passato. L’opera devi ricrearla, non è un quadro che appendi».
Lei, innovatore all’opera, al cinema ha esordito con un film classico.
«Non potevo dire che Primavera è il risultato di 25 anni di lavoro. Avrei sbagliato se avessi applicato una ricetta o un marchio. Il prossimo film sarà diverso».
Lei, veneto, cosa pensa del caso Venezi alla Fenice?
«La spilletta di protesta appuntata sul frac al concerto di Capodanno è stato un gesto forte. Sarà difficile dirigere in quelle condizioni. Sta alla Venezi essere in grado di ricucire questa divisione e rappresentare un teatro unito, evitando l’arroganza. È un teatro che amo, dove torno in aprile per Wagner, spero di trovarlo unito e orgoglioso. Il direttore d’orchestra è la figura che incarna l’armonia in un teatro».
Se le dico Guglielmo Tell?
«Londra! Il pubblico era offeso per lo stupro, ma è più sadico chi mette la mela sulla testa del figlio di Tell... Rifarei quella scena. Londra è straordinaria, di lì a poco mi diedero il Laurence Olivier Award per un altro spettacolo».
E l’Otello scaligero del 7 dicembre?
«È un traguardo, me lo sono guadagnato pezzetto per pezzetto, dopo quattro regie alla Scala. A volte mi sono preso i miei fischi. Ma ho creato una mia credibilità. Come diceva mio nonno, aspettiamo in pace gli eventi».