Corriere della Sera, 31 gennaio 2026
Quell’indecoroso scaricabarile e l’assurdo paragone con il Vajont. Perché sono tutti coinvolti
C’è qualcosa di indecoroso nello scaricabarile in corso intorno alla frana di Niscemi. Dove destra e sinistra, amministrazioni comunali e regionali, governi passati e attuali, tecnici e politici si palleggiano mille responsabilità come non fosse chiaro che mai come stavolta vale quel verso di Fabrizio De André della Canzone di maggio: «Per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti».
«Il comune di Niscemi non ha mai sollevato il problema frana, neanche col presidente Crocetta (di sinistra) prima di me e prima ancora col presidente Lombardo e prima ancora con Cuffaro e prima ancora con altri due presidenti», ha detto a SkyTg24 l’ex governatore siciliano oggi ministro della Protezione civile Nello Musumeci, prima di chiudersi a riccio davanti alle Iene, «Quindi c’è certamente un vizio d’origine, bisogna capire perché per le autorità locali la frana del 1997 aveva chiuso quel capitolo e non presentava più alcun problema».
Un petardo. Capace di offendere tutti e incendiare reazioni invelenite del sindaco attuale e quelli passati, col recupero di rapporti sui rischi «firmati» anche dall’ex governatore («fenomeni erosivi in atto a opera delle acque di ruscellamento defluenti lungo l’incisione torrentizia risultano amplificati dalle acque reflue»), scontri parlamentari, vecchi tweet e post su Facebook dell’allora assessore Falcone che nel ‘19 definiva lo smottamento che aveva spazzato via la provinciale «imponente» e a nome del #governomusumeciallavoro prometteva «il consolidamento del versante» della frana... E via così...
E mentre il capo della Protezione civile Fabio Ciciliano, non bastando caos e polemiche, si andava a cacciare nel paragone assurdo col Vajont («L’occhio si perde sgomento su un paesaggio lunare dove ogni traccia d’uomo è stata cancellata... Mischiati al fango, ai sassi, ai detriti, ai rottami, ai mattoni delle case sbriciolate, alle masserizie distrutte, affiorano decine di cadaveri», narrò allora Gian Antonio Cibotto sulla valle annientata con duemila morti), emerge sempre più un tema che coinvolge tutti. Cioè la scandalosa sproporzione tra l’obbligo di interventi urgenti e la lentezza esasperante della politica, dell’amministrazione pubblica, della burocrazia, della giustizia.
Certo, non è la prima volta che le più nobili intenzioni, i più saggi progetti, i più generosi investimenti dello Stato vanno ad arenarsi nel pantano quotidiano che subentra inesorabile alle emergenze. Basti pensare ai decenni perduti per costruire dighe come quella calabrese sul Metramo (mai finita davvero dopo un calvario di settantasei perizie di variante) o quelle siciliane di Blufi o Pietrarossa avviata nel 1982. O i non meno indispensabili lavori per contenere in Lombardia le esondazioni del fiume Seveso, arrivato mesi fa a 123 nella conta dal 1975. O ancora i cantieri eterni per le paratie sul Lago di Como, il sistema del Mose a Venezia, le casse di espansione per la difesa idraulica sull’Arno dopo l’alluvione, il tormentone buro-giudiziario per risolvere infine le alluvioni del Bisagno a Genova...
Dice tutto un dossier dell’Agenzia per la Coesione Territoriale: negli interventi contro il dissesto idrogeologico la progettazione copre il 57% del tempo di realizzazione dell’opera. Auguri.
Non è, come conferma anche il libro in uscita di Erasmo d’Angelis e Mauro Grassi Fuori dalle emergenze. Clima, alluvioni, siccità, terremoti, dalle catastrofi alla prevenzione un problema solo del Sud. Ma mai come stavolta si vede come un Paese ricco di storia e di arte qual è l’Italia non può permettersi di affrontare le urgenze coi tempi della politica, della burocrazia, della giustizia.
Era chiaro già nell’ottobre ’97, quando la frana finì sul tavolo di Giorgio Napolitano al Viminale (già questo dà l’idea dei tempi) ciò che bisognava fare: riordinare più in fretta possibile la rete che smistava acque bianche, nere e fogne intorno al torrente Benefizio, sotto Niscemi.
Eppure ci vollero nove anni per il progetto esecutivo, altri tre per l’appalto a un consorzio di imprese subito in lite perché dopo tanto tempo la situazione del sottosuolo era tanto peggiorata da volere lavori più lunghi e costosi, infine altri sette per chiudere il contenzioso giudiziario nel 2016 (dopo 19 anni!) e rifare tutto daccapo. E ancora anni e anni di appelli, progetti, dissidi, allarmi, smottamenti... Finché la natura, alle prese con questi uomini e queste pastoie, ha perso purtroppo la pazienza...