Corriere della Sera, 31 gennaio 2026
La continua attesa (frustrata) di uno scandalo giudiziario che porti alla caduta di Trump
Il caso-Epstein è un vulcano sempre in attività. Erutta la lava incandescente delle sue rivelazioni a intermittenza. L’ultima puntata è fatta di ben tre milioni di pagine, fango rovente. Ce n’è per tutti. L’opposizione spera sempre che sia «la volta buona»: che i crimini del predatore sessuale morto in carcere finiscano per colpire Donald Trump in modo fatale. Il suo nome figura ripetutamente. E così il presidente naviga da uno scandalo all’altro, come se questa fosse la sua «arte di governo», una modalità standard: si è appena chiusa con una retromarcia della Casa Bianca la tragica ferita dell’Ice in Minnesota; sono ancora fresche le polemiche sulla designazione del nuovo banchiere centrale; l’armada navale guidata dalla portaerei Lincoln è in prossimità dell’Iran dove potrebbe partire un nuovo raid contro il regime degli ayatollah.
In questo caos permanente che è lo stile Trump, l’ennesimo revival del caso Epstein può cambiare qualcosa? Bisogna ricordare anzitutto che a decidere queste rivelazioni è lo stesso dipartimento di Giustizia di questa amministrazione, sia pure sotto la pressione del Congresso, dei media, di una parte dell’opinione pubblica. Le ultime rivelazioni in primo luogo vanno a infangare – ulteriormente – dei vip dell’establishment progressista. Bill Gates, filantropo terzomondista, ambientalista, anti-trumpiano. Il laburista inglese Peter Mandelson. Una ex consigliera di Barack Obama. E i soliti Clinton: Bill e Hillary hanno dovuto perfino subire un voto di censura da parte del Congresso a cui hanno partecipato molti loro compagni di partito, parlamentari democratici. Finora dunque sembra avverarsi una previsione di molti osservatori, non solo di destra: le carte dell’inchiesta Epstein erano state custodite e secretate per anni dall’amministrazione Biden, se lì dentro ci fosse stato di che distruggere Trump i democratici ebbero tutto il tempo di pubblicarle; evidentemente vedevano più danni in casa propria. Trump è letteralmente «ovunque» nel caso Epstein perché da vivo quel violentatore seriale di minorenni frequentava i vip del suo tempo, e The Donald era una presenza ubiqua nella vita mondana. Altra cosa è dimostrare reati, sessuali o di altro genere.
Ma perché c’è sempre nell’aria questa attesa che «qualcosa» finalmente spunti contro Trump? In parte è la sindrome della scorciatoia giudiziaria, per far fuori un leader inviso che ha ancora tre anni di governo (ma se perde alle elezioni legislative di mid-term non è azzardato prevedere altri impeachment). In parte è colpa sua. Quando c’era Biden al governo, The Donald cavalcò su Epstein la teoria del complotto, diede spazio e risonanza a tutte le tribù «cospirazioniste» della destra che coltivavano dietrologie. Passava il tempo e le carte rimanevano secretate dai democratici, la paranoia di varie tribù Maga si eccitava. E Trump dava corda. Col risultato di alimentare aspettative enormi in una parte dei suoi. Dopo la sua rielezione, i filoni complottisti della destra si aspettavano il Big Bang, la mega-eruzione finale, l’Apocalisse delle rivelazioni. Che invece sono arrivate tardi, con reticenza, omissioni. Perché? I motivi sono probabilmente diversi. Di sicuro in quelle carte c’è anche di che danneggiare dei repubblicani, benché Epstein per ragioni biografiche avesse più amici, clienti e complici nel partito democratico. Poi forse c’è ancora al dipartimento di Giustizia qualche residuo di professionalità, etica, indipendenza, timore di conseguenze: rovesciare tutto l’orrore di Epstein in pubblico significa anche violare la privacy di tante vittime innocenti, soprattutto ragazze, «vittime collaterali» di questa presunta operazione-verità. Trump non è la persona adatta a placare sospetti e illazioni: anche nella sua base ormai c’è chi lo giudica un fedifrago, perché l’eruzione-Epstein non placa le attese. Ma domani è un altro giorno: ci occuperemo di Iran, o Cuba?