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 2026  gennaio 31 Sabato calendario

No alla tregua e sogni di grandezza I blogger militari di Mosca che fanno propaganda per Putin

Il mattatore è Yuri Podolyaka, classe 1975, origine ucraina, laurea in ingegneria elettronica prima di dedicarsi al giornalismo politico-militare. Ogni giorno il suo canale Telegram, Il mondo oggi con Yuri Podolyaka, è seguito da tre milioni di lettori. Ieri ha commentato le notizie sulla tregua energetica: «Trump ritiene di essere stato lui a negoziare tutto e che il nostro Presidente abbia acconsentito alla sua richiesta. In cambio, probabilmente ci saranno vantaggi per noi nell’ambito del grande gioco con gli Usa in altri settori. Posso ipotizzare che sarà sul fronte petrolifero».
Dietro Telegram Rybar, c’è Mikhail Zvinchuk, nato nel 1991 a Vladivostok, laureato all’Università militare come traduttore. Ha fatto un’esperienza da portavoce con il ministero della Difesa in Siria, poi dal 2022 si è messo in proprio: si concentra sull’Ucraina, ha quaranta giornalisti che lavorano per lui e 1 milione e mezzo di follower. Ieri era impietoso sulla tregua: «Concede solo pochi giorni al nemico, che difficilmente riuscirà a riparare le centrali termiche distrutte dagli attacchi prima dell’arrivo del freddo intenso. Tuttavia, nonostante la tregua gli attacchi del nemico non cessano, il che dimostra che il regime di Kiev vuole sabotare ogni accordo».
Più autorevole di quanto non dicano i 500 mila follower del canale Kotsnews, è Aleksandr Kots, grande inviato di Komsomolskaya Pravda, per cui ha seguito tutti i «punti caldi», dal Kosovo alla Siria. Ieri Kots accusava Zelensky di «fare di tutto per mandare all’aria i negoziati o almeno per rallentarli parecchio» mentre «finge di cercare la pace per non far arrabbiare Trump».
Benvenuti nella blogosfera russa, galassia mediatica che sin dall’inizio della cosiddetta operazione speciale, alias l’invasione dell’Ucraina, è il costante canale di aggiornamento sul conflitto per milioni di lettori che non si accontentano dei tg e dei talk show sulle reti pubbliche nazionali. Li chiamano Z blogger (dal simbolo dell’operazione speciale). Hanno fonti nel ministero della Difesa, nell’intelligence militare, ma soprattutto, poiché molti sono stati al fronte da soldati o da giornalisti, sul campo: amici, conoscenti o altri informatori.
Inondano il web raccontando di tutto: singole battaglie, avanzate e ritirate, conquiste di piccole aree e centri abitati, cambi nei comandi. Commentano i fatti della guerra e della diplomazia, fanno da ponte tra la popolazione politicamente attiva e le forze armate. Viene in mente, mutatis mutandis, il ruolo dell’intellighenzia ai tempi sovietici: piccoli margini di autonomia, funzione di collegamento tra regime e masse, di fatto strumento mascherato del potere. Certo, al posto di libri, teatro e della Literaturnaja Gazeta ci sono i social network. Con una differenza: gli Z blogger giocano una partita loro, quella del nazionalismo imperialista. Cogliendo segnali di critica, scatti d’orgoglio e difficoltà delle forze armate, si sono dati infatti la missione di spronare la leadership politica e militare ad andare avanti in una guerra che per loro è «esistenziale».
Una giornata nella blogosfera russa lascia senza fiato. Commentando l’invito di Zelensky a Putin a recarsi a Kiev, Podolyaka ha scritto che «se Vladimir Vladimirovich accetterà, è molto probabile che Zelensky a quel punto non sarà più lì». Mentre Kots ha preso di mira il segretario generale dell’Onu, Guterres, che aveva fatto un distinguo tra l’autodeterminazione della Groenlandia e quella del Donbass: «La sua dichiarazione sa di Fattoria degli Animali, dove tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri».
Un altro Z blogger famoso è Evgenij Poddubnyj, classe 1983, corrispondente di guerra in tutti i conflitti di questo secolo, ferito nella regione di Kursk nel 2024, seguito da 600 mila lettori sul suo canale Telegram. Ma nel suo caso si tratta di un megafono personale di Putin, che lo ha insignito della Stella d’oro di eroe della Russia: ieri ha elogiato Lavrov, secondo cui «il problema non è il territorio ma il regime nazista russofobo di Kiev». Quanto a Roman Alekhin, blogger patriottico filosofeggiante con 150 mila follower, è stato il primo a essere bollato come «agente straniero». Ieri ha messo in guardia dal rischio che l’attuale campagna di attacchi indiscriminati contro infrastrutture e popolazione «non crei lealtà ma odio personale e duraturo». Ci ha messo quattro anni per accorgersene.