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 2026  gennaio 30 Venerdì calendario

Sfratti, demolizioni, progetti. A Nairobi si produce povertà

A Nairobi il paradosso della povertà si “perfeziona” e cambia volto. Fa indignare (e getta nella disperazione più totale), la prassi delle “evictions”, sfratti e demolizioni, per far spazio a nuovi progetti architettonici di edilizia popolare. Solo in apparenza a servizio del popolo. Da molti mesi a questa parte intere famiglie povere vengono sfrattate dai quartieri riqualificati – potenzialmente destinati alla classe media – come Mariguini village, per consentire la costruzione delle “affordable houses”, case popolari a costi contenuti.
«Dopo Makongeni la demolizione delle baracche si sta concentrando sul quartiere South B di Nairobi, dove sorge Mariguini. La gente più povera perde la sua misera abitazione per finire in strada, magari negli slum. Ma questo è un paradosso: poveri che devono lasciare spazio ad altri poveri, forse meno bisognosi. Eppure non ci sono alternative e le compensazioni concesse dal governo a chi perde la baracca sono irrisorie», denuncia da Deep Sea, lo slum “Mare Profondo”, Fra Ettore Marangi, francescano. Oltre 5mila persone non più di una settimana fa hanno perso la casa, sebbene vivessero in abitazioni fragili e senza servizi, e sono state costrette a lasciare il quartiere. In cambio hanno ricevuto qualcosa come 30mila scellini, ossia 200 euro. Una cifra che non basta neanche a pagare una baracca nello slum di Kibera o Korogocho. «A Deep Sea dove vivo io con la comunità cristiana, la vita costa: nello slum la baracca non è gratis, si paga. C’è una sorta di affitto mensile che va da 3 a 4mila scellini, 23-24 euro, a questo si aggiungono almeno 4mila scellini per mangiare e 300 per la luce elettrica da generatore. Se considerate che il guadagno medio di una famiglia è 10mila scellini al mese, cioè 50 euro, cosa resta?».
Le immagini e i video di migliaia di persone disperate che si aggirano tra le macerie delle loro ex case, come se avessero subito un bombardamento, sono sui social e YouTube. La stampa locale come il Daily Nation dà notizia delle proteste ma protestare non serve a niente in Kenya. «Hanno distrutto casa mia e me ne sono dovuta andare con niente in mano», racconta una donna di Mariguini, Mary Seneka. «Avrebbero dovuto darci più tempo», rincara Purity Wairimu che si occupa di promuovere la salute pubblica a Mariguini e lei pure ha perso casa. Messi in mora, gli abitanti delle baracche di South B, in quella zona da 30 anni, hanno ricevuto ordini di demolizione e da un giorno all’altro si sono viste distruggere rifugio e ricordi. Nessuno possiede il terreno sul quale edifica, pertanto non ha diritti. Discorso ancora più complesso quello degli slum.
«Le baraccopoli di Nairobi sono cittadelle con una vita a parte; logiche e dinamiche interne (anche mafiose) assolutamente incomprensibili per chi non ci vive dentro. L’obiettivo dovrebbe essere il loro superamento», ci spiega ancora Marangi. Ma serve una visione. Il fenomeno allarmante delle “espulsioni coatte” da terreni e zone destinate a diversi progetti governativi, sembra la cifra della presidenza di William Ruto. Il presidente in carica dal 2022, non amato dal popolo, sotto pressione per le proteste della Gen Z dal luglio del 2024, ossia dalla contestazione della legge finanziaria poi ritirata, cerca di rilanciare la propria immagine stanziando soldi pubblici per l’edilizia popolare. Ma sbaglia modalità. E perde ulteriormente consensi.
L’idea del “superamento” degli slum e del progressivo passaggio degli abitanti a delle “case vere” dovrebbe essere sostenuto dai governi, ma per arrivare a questo risultato la strada è lunga. «La baraccopoli non si può eliminare da un giorno all’altro, servono tempo, strategia e investimenti», dice il missionario. «Negli slum si perdono i valori tipici delle zone rurali, di cui restano solo i tratti negativi come le rivalità etniche, tant’è vero che c’è chi sostiene che “Korogocho non è Africa” nel senso che dell’Africa rappresenta il tradimento più completo. Tuttavia in ogni abitante di Korogocho esiste uno spazio africano che non si estingue: la relazione con l’Assoluto», scrive il sociologo Fabrizio Floris.