Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  gennaio 30 Venerdì calendario

Pilar Fogliati: "Cardiochirurga per fiction. I medici veri vanno pagati come i calciatori"

Ci sono abitudini che restano attaccate addosso, piccoli vezzi d’infanzia che presidiano la vita da adulti, custodendo i nostri desideri più profondi. Da bambina Pilar Fogliati era una cacciatrice di quadrifogli: i suoi genitori le avevano detto che portavano fortuna, soprattutto se conservati nei libri, e lei di quella buona sorte ci aveva riempito l’intera libreria di casa. «Li beccavo tutti, e ancora adesso se incrocio un prato non posso fare a meno di cercarli». Poi lei è cresciuta, si è trasferita in città, ma quella fortuna non ha mai smesso di andarsela a prendere, cercando i progetti come se fossero dei quadrifogli, rari e vincenti. «Tra i più belli ci sono l’incontro con Giovanni Veronesi, che ha reso possibile la mia opera prima da regista, Romantiche, e il ruolo in Cuori, che mi ha fatto conoscere al grande pubblico». Qui interpreta Delia: la prima cardiochirurga donna, le cui vicende amorose e professionali all’ospedale torinese delle Molinette Anni 60 torneranno a tenere banco da domenica su Rai1, nella terza stagione prodotta da Rai Fiction, Aurora TV Banijay con il Centro Produzione Rai di Torino e il supporto della Film Commission Torino Piemonte.
Ha detto: “Voglio una carriera che mi somigli”. Quindi come deve essere?
«Onesta e con un po’ di grazia. Al momento però è soprattutto poco chiara perchè sto spaziando tra mille cose: dal medical alla serialità natalizia (Odio il Natale), i cinema (FolleMente), regia, doppiaggio».
Inquietudine o confusione?
«È come se ogni volta dovessi pescare chi voglio essere, che è un ragionamento di per sé già sbagliato. Non è un caso se all’inizio mi cercavano per i ruoli di “ragazza della porta accanto” e ora invece per la parte della trentenne inquieta. Do la sensazione di non essere ancora adulta, e questo mi fa nascere delle domande».
Intanto però molti ragazzi si iscrivono a medicina proprio dopo aver visto Cuori.
«Sì, ed è pazzesco. La tv ha molto più potere di quello che si crede: sa lanciare mode belle. Raggiunge grossi numeri e questo la rende di per sè militante: è un media che arriva alla gente. Spero che Cuori riesca a scuotere anche la politica perchè la nostra è una sanità empatica, vicino al paziente: un gioiellino di cui dovremmo andare fieri e sostenere, non tagliargli i fondi. I medici andrebbero pagati come i giocatori di calcio, per quanto sono necessari».
Recitazione come militanza?
«Vivo il mio mestiere come un fatto sociologico per raccontare la contemporaneità. Come diceva Teresa Ciabatti, noi siamo anche il risultato delle scelte dei nostri genitori: a volte quello che ti è mancato è quello che vuoi dare. Mia nonna era una donna spiccia: diceva, “sposati e non rompere le scatole”. Mamma invece ha insistito nell’educarci a inseguire i nostri sogni. Le generazioni cercano di migliorarsi e io vorrei dare il mio contributo recitando».
Ma sua madre non ha lasciato il giornalismo per seguire la famiglia?
«Quella è solo una parte della storia. Mamma, che è rimasta incinta a 22 anni, ha aspettato che diventassimo grandi, poi si è iscritta a Bioetica, in tre anni si è laureata e ha iniziato a lavorare. Oggi, a 62 anni ci dice, con orgoglio, che ha trovato il lavoro della sua vita. Averla vista a 40 anni con i libri sottobraccio è stato un esempio pazzesco: è la dimostrazione che c’è un tempo – quello giusto, non quello frenetico imposto dalla società – per capire chi sei e diventarlo».
Dopo lei e Marozia, sono nati Olimpia e Andrea. Com’è che lui ha un nome normale? Qui c’è del patriarcato?
«Ha ragione! (ride) In realtà si è salvato in corner perchè nonno si chiamava Andrea e c’è questa idea assurda che il nome del nonno deve vivere. Ovviamente Marozia è destinata a non avere eredi. Ricordo che un giorno, sfogliando con lei un libro di storia, abbiamo scoperto che era una figura legata alla pornocrazia. Ma si rende conto? Pilar almeno era una santa, Marozia invece era una concubina dei Papi».

E Olimpia?
«Mamma voleva chiamarla Paloma. Le abbiamo detto: calmati, sta povera bambina deve avere un nome originale ma normale. Così lo abbiamo scelto noi».

Com’è stato vivere in una famiglia così numerosa?
«Bellissimo, tanto che vorrei costruirne una così grande anch’io. Ovviamente da adolescenti ti odi ma poi crescendo i fratelli diventano i tuoi soci dell’anima. Noi ci diciamo sempre: “Chi ce la fa, aiuta l’altro. Alla peggio apriamo un albergo insieme su un’isoletta”. Sapere di averli accanto mi fa sentire protetta dagli imprevisti del mondo».
Delia è quasi ossessionata dall’idea di figlio. Sente che non avere figli sia un diritto ?
«Assolutamente sì. È terribile che ancora oggi non si sia considerate donne altrimenti. Ognuna dovrebbe sentirsi libera di fare le proprie scelte».
Anche se l’epoca di Cuori è diversa, l’impressione è che gli stereotipi con cui devono combattere le donne siano gli stessi solo che prima erano più espliciti. È così?
«Sì, oggi ti dicono “devi riposarti” invece di “stai a casa a fare la mamma”. La mia impressione è che, dopo una serie di conquiste fondamentali, ora stiamo implodendo, tornando al via. Impera un perbenismo, più formale e lessicale, che di sostanza».
New entry è il sensitivo Giulio Scarpati. Che spazio ha la spiritualità nella sua vita?
«Ho fatto le scuole cattoliche e, come tutti, ho avuto una sorta di rifiuto. Poi però mi sono riavvicinata: sento che c’è qualcosa di divino nascosto nella nostra tendenza a fare il bene. Sono quindi credente ma in un modo tutto mio. Invece i tarocchi no, mai fatti».
Durante le riprese diceva di volere tenere casa a Torino. L’ha fatto davvero?
«Certo. Ho prolungato la mia permanenza. Dietro all’eleganza e al rigore dei torinesi intravedo un fondo di follia che mi piace. Adoro poi la loro discrezione, perchè quando sono personali e privati lo sono mille volte di più».