la Repubblica, 30 gennaio 2026
Federica Brignone: “Non prego, credo solo nel lavoro. Affronterò la paura”
Sei giorni alla prima prova cronometrata sulla Olympia delle Tofane di Cortina. Dopo essersi ritrovata come atleta, gigantista, protagonista in vista delle Olimpiadi, senza aver mai perso il contatto con la donna coraggiosa e resiliente che è sempre stata, Federica Brignone va alla scoperta della sua anima di velocista. Di quel tesoro a lungo nascosto che le ha permesso l’anno scorso, a 35 anni, di vincere la sua prima coppa di specialità in discesa. Sembra passato un secolo, che la Tigre ha vissuto lottando giorno dopo giorno per recuperare dal devastante incidente ai campionati italiani ad aprile. Ma la progressione di Federica è inarrestabile, dopo il sesto posto nel gigante di Kronplatz ecco l’inquietante Crans-Montana: mercoledì si è misurata nella prima prova, oggi (ore 10) si lancerà in una discesa che partirà dalla partenza di riserva dopo una forte nevicata. È ora insomma di completare il progetto di Federica: tornare a tutto quello che faceva in passato, in occasione delle Olimpiadi di Milano Cortina.
Federica Brignone, che sensazioni prova?
«Sono contenta. La settimana scorsa a Cortina ho fatto fatica, e sciato pochissimo. Per me è come se fosse tutto nuovo, anche capire come scorre uno sci da discesa. Sono arrivata a Crans-Montana con poca fiducia, però con tanta voglia di fare. Quando mi sono ritrovata col numero 1 in prova ero contrariata: “Ecco, ci siamo, perfetto”. Sono partita sul chi va là, poi ho scoperto di fidarmi sempre più. Era contento anche Davide, il mio fratello coach».
Comincia a sentire l’adrenalina della gara?
«Per me questa discesa è un allenamento, un modo per indossare il pettorale, rimettermi in gioco, riuscire a fare un passo in più e prendere fiducia. Sono sincera».
Quante volte ha sognato questo momento durante la riabilitazione?
«È strano, io non sono una che sogna, vive nel futuro, soprattutto in questi anni… Sto vivendo nel “qui e ora”, come dice Velasco. Tutti mi chiedono cosa mi immagino alle Olimpiadi: niente, non ci sono ancora arrivata».
Ha mai pregato in questi mesi durissimi?
«(ride) Non mi sono affidata alla preghiera, ma ai fatti, come al solito. Il lavoro è il mio più grande alleato. Io devo toccare, fare, sono soddisfatta solo se mi sento pronta. Non c’è niente di immateriale, voglio dire».
Quel che le è successo la spinge ad essere così concreta?
«È stato un periodo molto tosto, proprio difficile da vivere. Mi godo il presente: tornare sugli sci, in squadra, anche il fatto di scendere di nuovo in discesa. Non è banale, mi viene meno naturale del gigante. Sto cercando di non avere troppa paura, di essere coraggiosa e fare cose che non ho allenato».
Ha fatto qualcosa di speciale per prepararsi psicologicamente?
«In realtà no. È stato un bel percorso, affrontato uno scalino alla volta. È l’impegno che ci metti tutti i giorni a fare la differenza, poi chiaramente serve un ambiente sereno e noi l’abbiamo creato. Questo è stato il mio modo di “non” preparare questa gara, infatti io non posso essere preparata come avrei voluto».
È vero che la mattina dopo il gigante di Kronplatz si è svegliata senza dolore?
«Più o meno. Ero abbastanza cotta per quello che era successo, mi sentivo impastata, però ho voluto andare lo stesso ad allenarmi. È stata la bella reazione il pomeriggio stesso della gara a sorprendermi, il giorno dopo invece ero ko».
Cosa prova a Crans-Montana? Era proprio il caso di fare le gare dopo la tragedia di Capodanno?
«Bisogna portare un messaggio positivo, e ovviamente rispetto. Vedo i ristoranti aperti, gli inviati dei giornali: come loro anche noi siamo qui per lavorare».
Sarà qui anche l’anno prossimo, quando ci saranno i Mondiali?
«Non lo so, ho già problemi a sapere cosa farò la settimana prossima, figuriamoci tra un anno».
La prossima settimana farà la portabandiera alle Olimpiadi.
«Un sogno, era forse l’unica cosa che mi mancava. Medaglie olimpiche, mondiali, coppe del mondo ne ho vinte: ma quell’esperienza sportiva proprio la volevo fare. E penso di essermela meritata, visti i risultati».
La scelta è stata fatta quando lei era ancora in fase di recupero.
«Una liberazione. Ho accorciato tutti i tempi per capire se avrei potuto sciare, ho fatto di tutto per esserci. Se non ci fossero state le Olimpiadi forse in questa stagione non avrei rimesso gli sci».
Lo sa che ha motivato Giovanni Franzoni prima di vincere la discesa di Kitzbühel?
«E lui sta gasando me e le mie compagne. È a posto tecnicamente, ha qualità, coraggio, è in fiducia, ed è un bravo ragazzo: insomma, un grande».
Nonostante il lavoro incessante per recuperare, ha sempre trovato spazi per svagarsi con amiche e amici: ricorda un momento particolare?
«Quest’estate ho incontrato delle ex compagne di squadra, e ho scelto un look particolare: ho indossato l’abito tradizionale tedesco che mi hanno dato in premio per la vittoria nella discesa di Garmisch, con il mio tempo cucito sopra».
Durante la riabilitazione ha continuato a lavorare sui suoi progetti?
«Certamente, non me ne sono dimenticata nemmeno durante i mesi a Torino. Nel 2017 ho lanciato il mio progetto di sostenibilità ambientale, si chiama Traiettorie Liquide e l’edizione di quest’anno la dedicherò al tema dell’Intelligenza Artificiale. Non posso dire molto, ma è in lavorazione un docu-film sulla mia carriera e sul percorso verso le Olimpiadi dopo l’infortunio, e sta per uscire un nuovo logo della tigre che ormai mi rappresenta».
Ma tra i suoi progetti vede anche un matrimonio e una famiglia?
«Un paio di estati fa sono stata ospite delle nozze tra la mia amica ed ex avversaria Marie-Michèle Gagnon e il discesista americano Travis Ganong. Un ricordo bellissimo, quella cerimonia sul lago Tahoe, tra California e Nevada: la sposa mi ha voluta tra le sei damigelle. Eppure il matrimonio non è qualcosa che ho sempre sognato. Mi interessa molto di più avere una famiglia. E dei bambini, con cui fare tanto sport».
Presto?
«Diciamo che non sono ancora pronta: come atleta avrei qualcosa da fare».