la Repubblica, 30 gennaio 2026
Antonio Albanese: “Il semplice mondo degli operai per tornare alla comicità”
Antonio Albanese, Lavoreremo da grandi, notte brava di quattro perdenti nella provincia bagnata dal lago d’Orta.
«Forse il mio film più trasgressivo. Volevo ritornare a esplorare la comicità. Nasce dalla notizia di un uomo abbandonato dalla zia, che aveva lasciato l’eredità alla Chiesa. Incapace, mediocre, ma con un’ingenuità che mi divertiva. Poi abbiamo creato un’azione corale dal tramonto all’alba con attori che amo, Beppe Battiston, Nicola Rignanese, Niccolò Ferrero. Vorrei che il pubblico in sala s’affezionasse a delle persone. Sarebbe un gesto potentissimo. Questo film è un abbraccio e una risata».
C’è un’umanità di provincia alla Carlo Mazzacurati.
«Sì. Un mondo operaio, semplice, normale. Mazzacurati lo considero il mio maestro. Il film è stato scritto a pochi metri dalla casa dove abbiamo girato: le azioni e i riferimenti li abbiamo ritrovati lì. A me piace il cinema che racconta l’umanità: i corpi, gli sguardi. Non amo quello estetico, fatto di scenografie e abiti affascinanti: ho appena visto un film che parlava di malinconia e di umanità, ma ambientato in una famiglia ricchissima. Non mi interessava, era una cosa troppo chiusa in un mondo. Ho diretto questo film perché nessuno mi aveva proposto questo spaccato di umanità. Come quella di Cento domeniche».
La sua è una comicità fisica.
«Un corpo ha mille sonorità».
Il successo di Zalone?
«Merita un busto al Quirinale. Buen camino sostiene le sale, gli esercenti festeggiano. Bello».
Come si affronta, secondo lei, questo tempo difficile?
«Non facendosi trascinare. ma accantonarlo un attimo, per accumulare energia e affrontarlo, insieme ad altri. Sennò a me si alza la pressione minima a 105. Osservo le cose da trent’anni: leggo Repubblica, altri giornali, ci sono cose che mi fanno diventare un fermo immagine per 20 minuti. Poi penso che ho ho la fortuna, col mio lavoro, di reagire».
Il Leoncavallo, dove lei ha fatto il primo seminario da ragazzo, oggi non esiste più, è stato sgomberato.
«“Centro sociale” è una parola bellissima. Se chiudi un centro sociale, se elimini gli spazi, i giovani si disperdono. Vengo da una famiglia operaia, non potevo permettermi altro. Il popolo italiano non è una grande azienda: ci sono persone con poche o nessuna possibilità. Negli ultimi due anni ho visto i concerti di Marracash, Sfera Ebbasta, Fibra, Ernia: un’energia spettacolare. Se non riesci a focalizzarla, è un danno enorme. Bisogna impegnarsi partendo dagli spazi culturali».
A proposito di spazi: uno che ancora non c’è, il ponte sullo Stretto, e uno che frana, Niscemi.
«Fare un ponte sullo Stretto può dare l’immagine potente di un Paese che collega una regione come la Sicilia. Ma oggi leggevo su siti stranieri: l’Italia verso il precipizio. Bisogna partire dai fondamentali: se da Messina a Palermo ci vogliono sei, sette ore di treno, c’è qualcosa che non va. Il nostro è un Paese fragile. Non è solo la Sicilia: ci sono tantissimi paesi a rischio idrogeologico. Sono di origine siciliana, mio padre è morto a 86 anni e già quando era bambino sentiva parlare del ponte».
Torniamo a suo padre.
«Sono figlio di un muratore emigrato in Lombardia. I miei genitori hanno lasciato la loro terra per fame e ne hanno ritrovata una che ha dato loro il lavoro. Sono cresciuto con quel pensiero umile. Dai 15 ai 21 anni ho lavorato in fabbrica, era un obiettivo. Poi la curiosità, l’incontro con un amico, Milano, il primo spettacolo teatrale, il desiderio di salire su quel palco, l’occasione di entrare in un’accademia vera. E lì ho lasciato il certo per l’incerto».
L’idea di restare in fabbrica?
«Mai. Non perché disprezzassi quel lavoro, ma sentivo la voglia di fare altro. Poi,tra i 19 e i 20 anni, c’è stato il militare, Esperienza di tristezza infinita: Casale Monferrato, Roma, Cecchignola, Udine. All’inizio mi ha obbligato a qualcosa di cui non avevo bisogno. Col tempo invece mi è servito».
Come?
“Quella solitudine, quei silenzi, quella solidarietà che ho trovato al militare sono entrati nel mio lavoro. Emozioni vere, nel bene e nel male, che poi trasmetti nel cinema e nel teatro. Non scordo i momenti difficili: i viaggi da bambino, Milano–Palermo, l’assalto al treno, l’odore di frittata. Ricordando quelle cose riconosci il dolore e la solitudine degli altri».
Ha pensato al servizio civile?
«Al tempo non esisteva o non lo sapevo, certo che lo avrei scelto».
Il rapporto con le regole?
«Rispetto le regole e le forze dell’ordine. La guardia di Finanza mi premiò per la battuta sulla fattura di Qualunquemente».
Ha fatto Trump da Fazio prima che diventasse presidente.
«Mi aveva colpito il suo modo di fare, il potere mediatico che aveva già, alcune dichiarazioni. Era già una figura televisiva potentissima».
Lavora a nuovi personaggi?
«Sì: il “quasi generale”. Che non è Vannacci. È quasi perché ha il doppio mento e si sa che l’estetica in quei campi conta. Ma è “quasi” anche nel linguaggio: quasi guerra, quasi ordine, quasi vittoria».
Michele Serra dice di lei: nessuna parola ha diritto di restare in scena se non diventa corpo.
«Dice anche che lui non deve scrivere per me, ma mi deve tatuare addosso le parole. Perché io le parole le muovo col corpo. Quando mi ha voluto testimone al suo matrimonio, è stato come vincere un premio. Abbiamo fatto cose belle, uno spettacolo con l’orchestra della Scala, io che leggevo, L’uomo che prega».
Il suo primo romanzo, La strada giovane?
«Una felicità infinita. Non è stato solo fermarsi a raccontare, ma rimettere in circolo emozioni, pensieri, pezzi di vita. E ho realizzato il mio primo audiolibro, l’ho narrato, col mio ritmo, corpo, respiro. Leggendo i commenti e mi sono commosso».