Corriere della Sera, 30 gennaio 2026
Iran, L’attesa americana per evitare rappresaglie. E Pechino «vigila» sui rischi di escalation
«Troppo poco e troppo tardi», è una critica a Donald Trump per la sua azione verso l’Iran. Questo presidente che di solito viene contestato per i suoi atteggiamenti da bullo, ora è accusato di aver promesso ai manifestanti iraniani un aiuto americano che non è arrivato in tempo. Sotto i colpi di una repressione senza precedenti per ferocia e determinazione, gli iraniani scesi in piazza sono morti a migliaia, forse decine di migliaia. Ma la rappresaglia Usa «al rallentatore» (se ci sarà) ha una spiegazione. L’Iran è riuscito a ricostruire un arsenale di migliaia tra missili e droni. Gli Stati Uniti dispongono di varie basi militari in Medio Oriente, tuttavia queste possono anche trasformarsi in altrettanti bersagli per la vendetta iraniana. Di qui la necessità di spostare dall’Indo-Pacifico in Medio Oriente la portaerei Lincoln attorniata dalla sua flotta di scorta: quel dispositivo navale è ricco di armi e tecnologie difensive, che possono migliorare la capacità di protezione dalle rappresaglie iraniane. I tempi lunghi di navigazione della Lincoln con la sua armada hanno rallentato tutto.
Per capire la velocità di ricostruzione di un arsenale convenzionale da parte del regime degli ayatollah, una pista porta a Pechino. Il 21 giugno 2025, quando gli Usa colpirono i siti del programma nucleare iraniano, la Cina e la Russia diedero uno spettacolo d’impotenza. Furono incapaci di aiutare un loro alleato strategico. Stavolta Xi Jinping vorrebbe evitare la stessa umiliazione. Tanto più che le ultime purghe di generali cinesi ai vertici dell’Esercito Popolare di Liberazione hanno intaccato la credibilità dell’apparato militare di Pechino. Mentre Xi lo ricostruisce in patria, liquidando generali, vuole anche riscattarsi con qualche prova esterna. Le forniture cinesi all’Iran sono un tassello della sfida globale tra le due superpotenze.
Sul piano militare, l’Iran non può competere con gli Stati Uniti in aviazione, tecnologia o capacità di proiezione globale. Ma ha costruito da anni una dottrina asimmetrica fondata su un’idea semplice: non occorre vincere, basta far pagare un prezzo alto.
La chiave è l’arsenale missilistico. Le stime più accreditate parlano di migliaia di missili, inclusi circa duemila vettori a medio raggio in grado di raggiungere Israele, e ampie scorte di missili a corto raggio capaci di colpire basi americane nel Golfo, installazioni in Iraq, navi nello Stretto di Hormuz. A questo si aggiungono droni, missili da crociera antinave, barchini veloci armati.
La guerra di dodici giorni con Israele la scorsa estate e i raid di Trump il 21 giugno hanno danneggiato seriamente l’apparato iraniano, soprattutto i lanciatori mobili. Ma non lo hanno annientato. Teheran ha dimostrato di saper ricostruire in fretta, usare sistemi più semplici, disperdere e nascondere meglio. Inoltre ha imparato sotto il fuoco: ha variato tempi, direzioni e sequenze dei lanci per rendere più difficile l’intercettazione.
La Cina non appare come chi «regala missili pronti» a Teheran. Non lo fa per non sfidare in modo aperto gli Stati Uniti. Il suo ruolo è più sottile: aiuta l’Iran a tenere accesa la macchina industriale che quei missili li produce. Un punto concreto riguarda i componenti chimici per i propellenti solidi. Analisi e denunce americane indicano trasferimenti dalla Cina verso l’Iran di grandi quantità di sostanze come il sodio perclorato, un precursore chiave per i carburanti dei missili balistici. Con questi input, l’Iran può ricostituire scorte e capacità dopo le perdite subite. A questo si aggiungono reti di approvvigionamento di componenti, macchinari, elettronica. Washington ha sanzionato diverse reti di questo tipo che collegano Iran e Cina. C’è poi la dimensione tecnologica: l’uso del sistema satellitare cinese offre a Teheran un’alternativa al Gps occidentale e può migliorare precisione e resilienza dei sistemi d’arma. Circolano anche notizie su un possibile «ponte aereo» militare cinese verso l’Iran in queste settimane di tensione. Si è parlato di 16 aerei-cargo militari atterrati dalla Cina in Iran nello spazio di 56 ore. Su questo terreno le informazioni non sono sempre verificabili. Più chiaro è il movente geopolitico di Xi Jinping: Pechino non vuole una guerra regionale (la Cina sarebbe la prima vittima di un’interruzione di forniture petrolifere dal Golfo), ma non può permettersi che l’Iran venga schiacciato. Per la Cina, Teheran è partner energetico, pedina strategica, elemento di disturbo contro l’influenza americana.