lastampa.it, 29 gennaio 2026
Alta tensione tra Cina e Giappone, ora è scoppiata anche la guerra dei Pokémon
Novembre 2021: a Shanghai viene costruita una statua di Pikachu sul tetto di un centro commerciale. Con dieci metri di altezza, è la più grande al mondo dedicata alla popolare icona giapponese. Poco più di cinque anni dopo, i Pokémon rischiano di diventare l’ennesima vittima collaterale delle tensioni tra Cina e Giappone. Quello che per milioni di fan nel mondo rappresenta un universo innocuo di carte da gioco, creature immaginarie e nostalgia pop, oggi si ritrova al centro di una controversia che va ben oltre il marketing o la cultura di massa, rivelando la profondità della frattura tra Pechino e Tokyo.
La scintilla è scoccata sui social media cinesi, quando alcuni utenti hanno scoperto che Pokémon intendeva organizzare un evento dedicato al gioco di carte collezionabili presso il Santuario Yasukuni di Tokyo. Un evento non ancora ufficializzato, come spiega anche il tabloid nazionalista Global Times, ma che è bastato per scatenare la rabbia.
Il luogo non è uno spazio qualunque: Yasukuni è uno dei simboli più controversi della storia giapponese contemporanea, perché onora i caduti in guerra del Paese, inclusi 14 criminali di guerra di classe A condannati per le atrocità commesse durante l’era imperialista. Per la Cina, che fonda una parte consistente della propria identità nazionale sulla memoria della resistenza all’invasione giapponese, Yasukuni rappresenta un emblema del revisionismo storico nipponico in grado di riaprire una ferita mai del tutto chiusa.
Nel giro di poche ore, l’indignazione ha travolto le piattaforme digitali cinesi. Hashtag dedicati hanno raccolto milioni di visualizzazioni, con commenti che accusavano Pokémon e, più in generale, le aziende giapponesi di voler «fare profitti in Cina mentre calpestano la memoria storica del popolo cinese». Il messaggio è chiaro: nel clima attuale, non esiste più una netta separazione tra cultura, business e politica. Anche un evento apparentemente neutro può essere letto come una presa di posizione, o quantomeno come una mancanza di sensibilità verso un passato che continua a pesare sul presente.
Il caso Pokémon, tuttavia, non nasce nel vuoto. È solo l’ultimo episodio di una crisi molto più ampia, innescata dalle parole della premier giapponese Sanae Takaichi, che a novembre ha affermato che un attacco cinese contro Taiwan costituirebbe una minaccia esistenziale per il Giappone, lasciando intendere la possibilità di un intervento militare diretto di Tokyo. Una dichiarazione che ha segnato una rottura significativa con la tradizionale ambiguità strategica giapponese e che, agli occhi di Pechino, ha rappresentato una provocazione diretta su quella che la Repubblica Popolare considera una questione interna non negoziabile.
La risposta cinese non si è fatta attendere. Sul piano diplomatico, Pechino ha convocato rappresentanti giapponesi e intensificato una retorica durissima sui media di Stato, descrivendo Takaichi come una “militarista pericolosa” e il Giappone come un Paese tentato da un ritorno a pulsioni imperiali. Sul piano pratico, sono arrivate le ritorsioni economiche e culturali: viaggi organizzati cancellati, importazioni bloccate, concerti di artisti giapponesi interrotti o annullati all’ultimo momento, mostre culturali rinviate senza spiegazioni ufficiali. È stato il caso dei concerti delle superstar Ayumi Hamasaki e Maki Otsuki, mentre a Guangzhou è stata cancellata anche una mostra sul celebre animatore Hayao Miyazaki.
È in questo contesto che Pokémon diventa una vittima collaterale perfetta. Da un lato, il franchise incarna il soft power giapponese per eccellenza, amatissimo in Cina da intere generazioni e profondamente radicato nella cultura pop urbana. Dall’altro, proprio questa popolarità lo rende un bersaglio simbolico ideale, capace di catalizzare l’indignazione e di trasformarla in pressione politica.