Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  gennaio 29 Giovedì calendario

In Cisgiordania il 99% delle denunce dei palestinesi contro i soldati israeliani finisce nel nulla

Per i soldati di Israele la Cisgiordania è terra di sostanziale impunità. E lo documentano i dati dell’ufficio del Procuratore militare israeliano. Nel 99 per cento dei casi le denunce presentate dai civili palestinesi contro personale dell’Idf per uccisioni, violenze, abusi, violazioni del codice di condotta e prevaricazioni, finiscono in nulla. Neanche l’1 per cento si conclude con l’incriminazione formale.
Statistiche certificate che spiegano perché i palestinesi si lamentano dello stato di perenne ingiustizia e perché, venendo a un caso che riguarda l’Italia, quel soldato israeliano che ha fatto inginocchiare e interrogato i due carabinieri durante una ricognizione fuori Ramallah, nonostante avessero i tesserini diplomatici, difficilmente subirà delle conseguenze.
Con una richiesta pubblica di accesso agli atti, l’ong israeliana Yesh Din ha ottenuto la documentazione dell’ufficio della Procura militare (Military Advocate General’s Office), i cui risultati sono stati pubblicati dal Times of Israel. Tra il 2016 e il 2024 sono state presentate 2.427 denunce da residenti palestinesi della Cisgiordania contro soldati dell’esercito israeliano. Da questi esposti sono scaturite 552 indagini, pari al 21,6% dei casi. Le incriminazioni, però, sono state appena 23 in nove anni: lo 0,9% del totale.
Yesh Din cita 696 denunce legate a episodi di uccisione come risultato di azioni dell’Idf, che si aggiungono a casi di lesioni permanenti da arma da fuoco, pestaggi, saccheggi e danneggiamenti. Neppure quando la gravità dell’accusa è massima, il numero delle incriminazioni aumenta: su 696 episodi sono state aperte 195 indagini e tra queste solo due hanno portato all’imputazione dell’autore (circa l’1% di quei casi). L’ong ricorda il procedimento contro Elor Azaria, il soldato ripreso in video mentre uccideva un palestinese disarmato e ferito.
Secondo la policy delle Israeli defence forces, di fronte a un esposto per omicidio si deve aprire un’inchiesta formale, salvo però quando la circostanza “rientra chiaramente in una situazione di combattimento”. È sfruttando la genericità di questa formulazione, però, che le forze armate riescono a evitare i processi: dichiarano quasi sempre di essere in tale situazione e dunque di godere della scriminante.
Inoltre, le tempistiche previste dalle linee guida del gabinetto di sicurezza israeliano – un massimo di 14 settimane per aprire l’inchiesta, 9 mesi di investigazioni e altri 9 mesi per formulare eventuali capi di accusa – vengono sistematicamente disattese. Yesh Din calcola che per la prima fase ci vogliono in media 30 settimane, la fase investigativa sfora nel 47 per cento dei casi, quella per l’imputazione arriva in ritardo una volta su due. “Attese così lunghe finiscono per vanificare le indagini”, avvertono gli attivisti per i diritti umani, che portano, come esempio, due denunce reali per omicidio di civili palestinesi presentate contro l’Idf: laa procura militare ci ha messo due anni solo per decidere di aprire l’inchiesta