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 2026  gennaio 29 Giovedì calendario

Spinotti: “Sul set ho tolto tutti i filtri a Melania. Spero che Hollywood mi perdoni”

Nei crediti del documentario Melania sulla first lady americana, in arrivo oggi in sala, c’è anche una firma italiana: Dante Spinotti, co-direttore della fotografia. Una sorpresa per chi conosce il maestro della luce di pellicole di culto come Heat e L’ultimo dei Mohicani e due volte candidato all’Oscar (per L.A. Confidential e Insider). Siamo andati a trovarlo fra le montagne della Carnia a Ovaro (Udine), nella casa di famiglia dove ha trascorso le vacanze prima di ripartire per Los Angeles, per farci raccontare com’è stato fotografare Melania Trump, nata Melanija Knavs il 26 aprile 1970 in Slovenia, terza moglie di The Donald, protagonista assoluta di questa operazione mediatica con un budget di 40 milioni di dollari – «Enorme per un documentario», dice Spinotti – generosamente finanziato da Jeff Bezos.
Tutto nasce un anno fa dalla telefonata del regista Brett Ratner. «Mi trovavo qui per Natale e non lo sentivo da anni. Mi parla di questa produzione che doveva partire subito. Trump aveva appena vinto le elezioni. Gli ho risposto che non ero disponibile perché ero impegnato in Italia fino a metà gennaio.“Non importa”, ha insistito Brett, “comincio con un tuo collega e non appena arrivi prendi in mano la situazione”».
Prima di Melania, lei ha girato The Alto Knights di Barry Levinson con protagonista Robert De Niro. Com’è stato passare alla corte di Trump dopo aver lavorato con uno dei suoi più accesi oppositori? “Ho avuto dei dubbi all’inizio perché sono tutt’altro che un simpatizzante di Trump sia come persona, sia come presidente, e l’idea di essere associato a lui non mi piaceva. Ho accettato perché mi è stata offerta l’occasione irripetibile di entrare alla Casa Bianca. Ho vissuto l’esperienza più con lo spirito del reporter che del cineasta”.
Da anni Ratner era stato emarginato da Hollywood perché accusato da alcune donne, in pieno #MeToo, di violenza sessuale. Questo non le ha creato problemi? “Conoscevo la situazione e credo che Ratner abbia pagato per ciò che ha fatto, Hollywood non perdona. Ma c’era con lui un lungo rapporto professionale che data dagli inizi del Duemila, ho diretto la fotografia di sei dei suoi film, da The Family Man con Nicolas Cage fino al blockbuster X-Men. Conflitto finale. Ho accettato perché sapevo che mi avrebbe lasciato libero di lavorare come volevo e avrebbe rispettato le mie scelte. E così è stato”.
Lei si è conquistato una certa fama a Hollywood come colui che ringiovanisce le attrici. L’hanno scelta per questo? “Può darsi (ride). Quando sono arrivato ho cambiato macchina da presa, ne ho scelta una a pieno formato e ho tolto tutti i filtri, lavorando solo sulla luce per togliere gli elementi di distrazione. Poi sono intervenuto in post-produzione per la correzione del colore e anche per qualche intervento “cosmetico” qua e là, tipo aggiungere delle ombre nel posto giusto”.
Che cosa si vede negli oltre 100 minuti di film? “Il racconto è tutto incentrato su Melania, su come si veste, che scarpe indossa, come passa la giornata, chi incontra. La parte più divertente è stata quando sono rimasto con un elettricista e un assistente dentro gli appartamenti presidenziali per filmarla al rientro dall’insediamento alle 2 di notte. Lei in cucina, Donald che si fa un sandwich prima di andare a dormire. C’era anche Viktor, il papà di Melania: il mio paese di origine in Carnia e il suo in Slovenia sono a pochi chilometri di distanza così abbiamo fatto quattro chiacchiere”.
Ha trascorso cinque giorni alla Casa Bianca prima che fosse demolita la East Wing e che Trump sostituisse i quadri. “Sì, questa è stata la parte più emozionante. Ricordo un bellissimo ritratto di Obama all’ingresso. Per me è stato un sogno vedere le testimonianze della storia americana, ricordo la biblioteca e i ritratti di Eleanor Roosevelt e Jackie Kennedy”.
Potevate muovervi liberamente per le riprese? “La macchina della sicurezza era pervasiva, 160 persone solo a Mar-a-Lago. Tutto era filtrato dai servizi segreti. Arrivavamo alla Casa Bianca la mattina presto che era ancora buio e, usciti dal pulmino, dovevamo restare fuori con un freddo micidiale prima che l’equipaggiamento tecnico venisse passato allo scanner. Per l’insediamento abbiamo dovuto posizionare 12 troupe in ciascun luogo di Washington perché la circolazione era bloccata”.
I servizi segreti non vi hanno posto dei divieti? “A Mar-a-Lago è successa una cosa curiosa. Ho preparato un set per un’intervista fra il regista e la coppia presidenziale. Sono entrati i servizi segreti e me l’hanno vietato. Il motivo? Trump si sarebbe seduto sotto un lampadario, per motivi di sicurezza non si può: potrebbe cadere, non si sa mai!”.
Ci sono state reazioni a questa sua partecipazione, visto che Hollywood si è schierata contro Trump? “Finora no, e spero che non ci siano in futuro. D’altro canto, mi è anche stato chiesto se volevo o no firmare il film. Certo che l’ho firmato, assieme agli altri due direttori, in ordine di minutaggio: non volevo essere il primo della lista”.
Dopo Melania, cosa vedremo con la sua fotografia? “Un film di Trudie Styler, Rose’s Baby, con Antonio Banderas, Forest Whitaker e Úrsula Corberó (La casa di carta, ndr). Poi ho fatto i sopralluoghi per un altro film di Levinson con Jessica Chastain e Al Pacino: racconta la vera storia dell’assassinio di John Kennedy, un intreccio fra mafia e Cia, svelato dalla giornalista Dorothy Kilgallen, che morì misteriosamente. Ma la produzione si è fermata per mancanza di budget. Mi sembra un chiaro segno dei tempi che stiamo vivendo”.