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 2026  gennaio 29 Giovedì calendario

Muccino e Mahmood: “Solo oggi accettiamo tutte le nostre fragilità”

Triangolazione telefonica per intervista doppia con Gabriele Muccino e Mahmood, uno a Roma, l’altro a Parigi, su Le cose non dette, titolo del film in sala e della canzone dedicata.
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Il cantante si collega un po’ in ritardo, «sono rimasto imbottigliato nel traffico, una giornata di prove tremenda, ora mi butto sul letto». Tante cose, l’uno dell’altro, le scoprono durante la conversazione.
Come siete finiti insieme?
Muccino: «È stato il primo e unico nome a cui ho pensato, quando ero a Tangeri. Alessandro ha visto il film e in meno di dieci giorni c’era il testo, bello perché si lega al film in un modo coeso e limpido, non è un elemento glassato».
Mahmood: «Quando è arrivato il messaggio non ci credevo. Conosco tutti i film di Gabriele e non avevo mai scritto una colonna sonora. Il giorno dopo ho visto il film, mi ha travolto. Ho voluto lo stesso titolo per la canzone, rispecchia la storia in pieno».
Cosa le piace del cinema di Muccino?
Mahmood: «I suoi si evolvono in modo inaspettato. In questo, il sovraccaricarsi di vicende è legato a quello delle emozioni, in un crescendo enfatico che ho cercato di rendere attraverso gli archi, il testo, i colori, la crescita musicale».
Cosa la colpisce di Mahmood?
Muccino: «Che lo riconosci dopo due secondi. Le sue canzoni sono nelle mie playlist da sempre: imprevedibili, labirintiche. Lui è ipnotico nella voce, nel modo in cui la modula, ti porta in questo viaggio segnato da virate improvvise, atterraggi forti. Non c’è nulla che gli assomigli nel nostro panorama e questo è il suo valore più grande».
Mahmood ha presenza scenica. Potrebbe fare l’attore?
Mahmood: «Non ci ho mai pensato, ma da piccolo avevo diverse idee. Il testo della canzone è la storia che ho vissuto e voglio trasmettere. Credo nella forza dell’espressione della faccia quando canto, nel descrivere esattamente le emozioni che ho provato. Non so se questo voglia dire recitare. Mi piacerebbe fare l’attore, imparerei molto di me, è un mondo che mi affascina e poi chissà».
Muccino: «Lui può essere un attore, un cantore. Il bravo attore è chi riesce a portare se stesso in scena, tirare fuori ciò che gli altri tengono dentro per pudore, le parti più nascoste. Devi saper essere nudo nel raccontare la tua storia».
Le cose non dette sono una forma di protezione o di violenza verso chi ci è vicino?
Muccino: «La seconda. Forse all’inizio c’è la prima mescolata con la seconda, perché uno pensa di proteggere, ma in realtà fa solo peggio. Diventa un silenzio che è un’illusione, se non una bugia. E lì inizia la vera distanza, che spesso diventa incolmabile».
Nella vostra vita vi hanno accompagnato le cose non dette, o siete riusciti a rompere il silenzio?
Muccino: «Da bambini siamo cresciuti con i non detti e poi abbiamo imparato a non dire certe cose. Tra le cose che ho saputo dire meglio ci sono quelle che ho ordinato e messo insieme per fare un film. I film sono le cose che mi hanno raccontato di più nella vita».
Mahmood: «Le canzoni per me sono questo. Ogni volta che scrivo una canzone succede che magari mia madre viene da me e mi dice: perché non mi hai detto questo? Non sapevo questa cosa della tua vita. Allo stesso tempo i miei amici mi dicono che mi conoscono al cento per cento attraverso i miei testi. Anche persone di vecchie relazioni mi richiamano per cose che non avevo mai chiarito e che hanno capito ascoltando una canzone. È un modo di dichiararmi, anche a me stesso».
 
Il film racconta anche una crisi che non è solo sentimentale, ma anche maschile, fatta di indecisione e desiderio di tenere tutto aperto.
Mahmood: «Io spesso sono stato bulimico di vita. È un tratto dell’umanità, quella voglia di esplorare, di avventura. La condizione del personaggio è abbastanza umana, anche se è una debolezza morale. Posso capire quell’incapacità di diventare adulti nonostante l’età».
C’è ancora spazio oggi per raccontare una vulnerabilità senza che venga subito trasformata in debolezza o in posa?
Mahmood: «Penso che stia diventando quasi cool svelarsi, anche perché questa cosa dipende dal tempo, dalla crescita. Quando ero adolescente mi sentivo quasi in dovere di nascondere le insicurezze e le fragilità. Adesso invece credo sia un simbolo di maturità. Le persone più bloccate nella vita sono quelle che pensano di sapere già tutto, che non si mettono in discussione e pensano di avere la verità in tasca. Quella è la vera debolezza. Siamo tutti alla ricerca di chi siamo».
Entrambi siete artisti esposti mediaticamente. Quanto è difficile difendere una zona privata di silenzio senza che venga letta come distanza o arroganza?
Mahmood: «Bisogna conviverci e capire come difendere la propria salute mentale. All’inizio è difficile, poi impari. Io ho capito che sono una persona molto sociale ma con un limite. Quando sento che la batteria si sta scaricando devo fermarmi e rientrare in me stesso, altrimenti rischio di fare danni, soprattutto a me».
Muccino: «Per me è stato molto difficile all’inizio. Dopo L’ultimo bacio è stato uno shock: l’attenzione mediatica, i paparazzi ovunque, il cambio di sguardo delle persone che mi stavano vicino. Mi sentivo visto con occhi nuovi, sorpresi. All’inizio ero spaesato. Ho fatto tanti errori, ho detto tante cose che non avrei dovuto dire. Ogni intervista sembrava una seduta di analisi. Poi col tempo ho imparato a prendere le misure, a lasciar correre. Ho capito che tutto passa, anche i momenti mediaticamente più violenti, se resti fermo».
Guardando il cinema di Muccino si riconosce di più nei personaggi maschili in crisi o nello sguardo femminile che li osserva e li smaschera?
Mahmood: «Mi riconosco un po’ in tutti. Nei più belli e nei più brutti, nei più limpidi e nei più torbidi. Ognuno di noi ha tutte queste parti dentro, la forza dell’arte è riuscire a raccontarle».
Domanda pop. Che rapporto avete oggi con Sanremo?
Mahmood: «Io vedo il Festival come un luogo molto accogliente che mi ha dato tante opportunità. L’ho vissuto in ruoli diversi, come partecipante, come conduttore, come ospite. È stata una grande scuola, soprattutto per imparare a stare davanti a una telecamera in diretta nazionale, con quella tensione e quell’emozione fortissima».
Muccino: «Io sono stato spesso su quel palco per presentare i miei film. È un luogo che ha un’energia particolare. Senti tutte le anime che lo hanno attraversato negli anni. È come se avessero lasciato un calore, nel bene e nel male. Ho dei ricordi molto forti legati a Sanremo, anche a quando Baglioni mi chiese di essere in giuria. Da allora per me ha cambiato significato».
Che ruolo ha il viaggio nella vostra vita artistica ed esistenziale?
Mahmood: «Per me è sempre una prova da superare, ma anche una grande ricchezza. Quest’anno per la prima volta ho deciso di trasferirmi quasi un anno all’estero. Voglio imparare un’altra lingua, stare fuori dalla mia comfort zone. Viaggiando ho scritto dischi interi, perché ti arricchisce lo sguardo. Ti aiuta a relativizzare chi sei e da dove vieni. In alcuni posti ti dimentichi persino dell’Occidente, anche se sei a mezz’ora di traghetto. È un modo diverso di stare al mondo».
Muccino: «Vivendo negli Stati Uniti per dieci, undici anni, vedevo l’Italia in modo del tutto diverso. Anche stare lontano da casa ti rende più fragile e più libero, perché non hai addosso maschere. In Marocco, per esempio, ho vissuto una sensazione di terra di confine, un modo diverso di leggere il mondo. E poi l’Africa: lavorare in Kenya per sei mesi e mezzo, facendo documentari nella campagna, mi ha fatto perdere il senso del tempo. È stata un’esperienza enorme, che mi ha formato e cambiato la vita. Alcuni viaggi ti definiscono».
C’è una cosa non detta che volete dire ora?
Muccino: «Le cose non dette restano tali perché non siamo pronti a dirle».