la Repubblica, 29 gennaio 2026
Nel palazzo di ghiaccio del quartiere Troieshchyna: così Kiev resiste alla guerra
In portineria ecco Murik, micione guardiano. «Lavora con me da 13 anni», è lui che presidia i sette strati di coperte sul lettino di Oxana. Servono tutti, per sopravvivere al gelo di questa Kiev finita sulle barricate del Generale Inverno: «Dopo l’ultimo grande bombardamento del 20 gennaio – racconta Oxana – siamo rimasti tre giorni senza luce e senza gas, senza riscaldamento e senza acqua corrente. Te l’immagini, vivere così? I miei sette gatti me li metto addosso, sono la mia stufetta. C’erano quattro gradi sotto zero… no, non hai capito, non fuori: proprio qui, dentro il mio gabbiotto da portinaia in cui vivo e in cui dormo», questi quattro metri quadrati «in cui mangio e lavoro e riposo», dice la responsabile 65enne di 18 piani di vite sovrapposte; la coordinatrice di 90 appartamenti che la guerra ha trasformato in trincee nel cuore della capitale ucraina, a centinaia di chilometri dal fronte: «Siamo scioccati».
È così che si resiste, volenti o nolenti, ora che la guerra non è più solo una maledetta faccenda per soldati. Ora che non è più “solo” allarmi bomba che ti svegliano con l’ansia, e non è più “solo” la roulette russa dei droni e dei detriti. Ora è il gelo di appartamenti casematte, sono le centomila gavette di ghiaccio dei piatti in dispensa, i gabinetti con gli scarichi bloccati come quello di Oxana. Saltano i fusibili, esplodono i tubi. Le due centrali di Kiev sono state ripetutamente colpite, e i russi hanno bombardato anche la sottostazione che distribuisce l’energia nucleare prodotta a Rivne.
È così che si resiste, nel gabbiotto surgelato di Oxana: con «la solyanka ai funghi» che sobbolle sul fornelletto da campeggio e Olena che entrando annusa e quasi se ne sviene per il profumo, e allora «dai vieni qui, assaggia!». Si resiste dormendo come cacciatori di foche: «Vestita a strati con due pantaloni e maglie e maglione e cappello di lana. E sopra il giubbotto senza maniche, e sopra ancora il piumone giacca a vento. Due paia di calze, e scarpe addosso». E Murik, con gli altri amici a pelo caldo.
Siamo tornati tre giorni di fila in questo condominio di Troieshchyna, quartiere popolare nella prima periferia di Kiev, sponda sinistra del Dnepr. È qui «la stragrande maggioranza dei 639 edifici ancora senza riscaldamento», dice il sindaco Klitschko. È il più colpito dal ricatto russo ai civili, dai missili e dai droni che ogni settimana attaccano centrali e sottostazioni per urlare agli ucraini arrendetevi, rinunciate al Donbass o vi costringeremo ad abbandonare Kiev senza neppure distruggerla come Mariupol.
Nel palazzo la luce è tornata, «ma può saltare da un momento all’altro per il sovraccarico». L’acqua c’è, «ma solo quella fredda». Il riscaldamento no, bloccato. «Abbiamo svuotato i tubi del sistema centralizzato prima che esplodessero», spiega Oxana. L’acqua calda – quella tecnica con l’antigelo spedita nei caloriferi e quella del rubinetto – arriva direttamente dalle centrali in temperatura e viene raccolta in un enorme serbatoio vicino al palazzo: «È quello: serve sei condomìni», indica.
Il palazzo, un casermone sovietico di appartamenti popolari assegnati gratuitamente, non ha impianto a gas: tutti hanno cucine elettriche, la combinazione peggiore da quando i russi hanno spento la luce a suon di bombe. È una sfida da palestra, arrivare in cima al 18° piano: 36 rampe di buona volontà da salire con il parka artico e le mani ficcate nei guanti e nelle tasche. Ti si gela anche la buona volontà residua, a -20°. Ieri, ultimo giorno in cui siamo andati, la temperatura a Kiev era addolcita tornando allo zero termico. «Ma dicono che scenderemo di nuovo fino a – 26°, nei prossimi giorni», dice Tanya risalendo il piccolo Everest condominiale in cordata con la figlia Daryna, 8 anni. Non prendono l’ascensore perché è una trappola, quando va via la luce. «Viviamo vicino, anche noi al gelo, siamo qui ad aiutare un’amica. L’acqua esce dal rubinetto con pezzettini di ghiaccio, la cosa peggiore è che si gela la testa. Ho freddo e vado a coprire Daryna». «E io le dico… ma mamma, io mi muovo, ho caldo!».
Quando si sono trovati al buio e al gelo, quelli del 4° piano hanno chiamato la polizia: «Moriamo di freddo, fate qualcosa, veniteci ad aiutare… Ci hanno mandati a quel paese», raccontano. «È dura, durissima. Sto in un piano alto, lascia perdere il nome. Ho 70 anni, puoi immaginare cosa vuol dire venir su per le scale alla mia età, con la spesa e con queste?», punta il dito alle ginocchia. Pensa ad Alla, allora. Su al 13° piano, 83 anni. Nel 1965 lavorava al cosmodromo di Baikonur in Kazakistan; si è presa la leucemia, è debole, impossibile scalare a piedi. Le fa la spesa Oxana, e «la affido al primo che sale oltre il suo piano». Solidarietà di sopravvivenza.
«Maledetta guerra», si sfogano Artiom e Nastia. Lui ha 24 anni e suona in un gruppo, lei 23, fotografa. Con loro c’è Artem Rublev, 22enne del Donbass: «Non è importante sotto quale bandiera vivere, ma che non ci siano tre milioni di morti da una parte e 4 dall’altra, e città distrutte». All’11° piano, per dormire, Tatyana, abbraccia bottiglie d’acqua scaldata in pentola: «Mio marito è stato ferito nel Donbass, mio figlio sta combattendo. È il nostro Paese, non lo cederemo a nessuno». Più su, al 15°, Liza, designer grafica 21enne, quando manca la luce fa il giro dei bar in un quartiere di blackout, ma «c’è la fila». Ci sarebbe la tenda della protezione civile «ma lascio il posto agli anziani, ne hanno più bisogno». Ogni sera trema sperando che il marito capocuoco non finisca accalappiato dai mobilitatori e spedito a combattere: «Torna in taxi, si dice che alcuni facciano la spia. I negoziati? Non ci credo più, voglio la pace, sono disperata e arrabbiata: la mia gioventù trascorre, e io non vivo».
A casa di Julia sono 4 donne, dalla mamma 75enne alla nipote adolescente: «Siamo al 4° piano, è più semplice. Geliamo, ma resistiamo. Però quando sento che non possiamo cedere il Donbass mi chiedo: riusciremo a conservarlo? Qual è il piano? Ok, è ucraino, è contro ogni norma, ma non rimandiamo solo il problema con tanti morti in più?».