Corriere della Sera, 29 gennaio 2026
Nel baule di Celati c’è Calvino
Sono caratteri opposti e complementari quelli di Italo Calvino e Gianni Celati. È stato dunque tra i due scrittori un rapporto di amicizia complesso. Un’amicizia tra biografie distanti una quindicina d’anni: l’uno giovane negli anni Quaranta, l’altro negli anni Sessanta; l’uno formatosi durante la guerra, l’altro nella temperie della contestazione giovanile; l’uno cresciuto come scrittore nel clima neorealista, l’altro respirando l’aria della neoavanguardia; l’uno ligure-torinese, l’altro lombardo-emiliano. Quando si conobbero, nell’estate 1968, Calvino aveva chiuso da poco la stagione del «Menabò», la rivista diretta con Vittorini, aveva lasciato Torino e si era stabilito a Parigi. Celati aveva già proposto a qualche editore le sue prime prove narrative, cercava di sbarcare il lunario facendo traduzioni per l’Einaudi dal francese e dall’inglese e insegnando in scuole di campagna prima di trasferirsi a Londra grazie a una borsa di studio. Dall’incontro tra i due nacque un intenso scambio politico e intellettuale, e da lì il progetto di una nuova rivista condiviso con il francesista Guido Neri, consulente einaudiano, curatore delle traduzioni di Bataille e di Beckett, divoratore di libri.
Tutti divoratori di libri, anche il giovane storico Carlo Ginzburg e anche il filosofo Enzo Melandri, maestro del calcolo analogico: sono lo storico dei Benandanti e il filosofo de La linea e il circolo i primi che vengono coinvolti dai tre amici. Lo scambio incrociato di lettere e i documenti (protocolli di discussione) sul progetto incompiuto della rivista, rimasto aperto fino al 1972, sono pubblicati nell’ultimo numero (48) di «Riga», intitolato «Alì Babà» e altri discorsi, a cura di Mario Barenghi, Marco Belpoliti, Nunzia Palmieri (Quodlibet). Già nel 1998 «Riga» aveva dedicato ad «Alì Babà» un intero numero, ma qui i materiali sono triplicati grazie al ritrovamento di un baule di carte appartenuto a Celati, dove si trovano, tra l’altro, una trentina di lettere finora inedite di Calvino che si estendono fino alla sua morte. La vicenda viene raccontata da Filippo Milani e Camillo Pinto in appendice al volume, dove peraltro si ricorda che ancora mancano all’appello, per la ricostruzione dell’intero laboratorio creativo celatiano, i materiali manoscritti e dattiloscritti preparatori dei vari libri.
Rimangono valide le introduzioni di Barenghi e di Belpoliti uscite nel 1998, dove si spiega bene il significato del progetto di rivista, il cui titolo non era ancora definito: le alternative improbabili ad «Alì Babà» erano «Apocripha» e «Insiemi mobili» (proposto da Celati e bocciato come «orribile» da Calvino). L’idea nacque in contrapposizione all’imperversare del discorso politico e ideologico. Si trattava di elaborare un’idea di letteratura (essenzialmente di narrativa) il più possibile aperta, capace cioè di superare i limiti della letteratura stessa, una prospettiva antropologica nell’onda di letture e suggestioni diverse: l’«archeologia» di Foucault (più per Celati che per Calvino), il teatro di Artaud, l’idea di storia elaborata da Benjamin, le funzioni di Propp, soprattutto lo strutturalismo di Lévi-Strauss, la critica «globale» di Northrop Frye, il carnevalesco e il dialogismo di Bachtin. Sono letture comuni che però spingono i due amici verso posizioni diverse, e anche opposte. Celati è per Calvino «un vulcano di idee», sempre più spericolatamente (e confusamente) attratto dalla scrittura come atto sciamanico, mitico-rituale (Ginzburg gli rimprovera di «idoleggiare la regressione»), oscuro, spesso imperforabile e astratto. Inadeguato al ruolo di leader o di padre nobile, Calvino, che pure vagheggiava per sé una svolta nel suo rapporto con i giovani compagni di strada, ci appare in tutta la sua inquietudine matura, sempre più proiettato verso un’impostazione pedagogica, vicina al pubblico, immaginando una rivista di divulgazione, una sorta di «Linus» non a fumetti ma di romanzi a puntate, con illustrazioni e con molte rubriche esemplificative sulle strategie narrative, sui tipi dei personaggi, sugli stili eccetera. Tant’è vero che quando si tratta di pensare a un filo conduttore (quasi) monografico per il primo numero, Calvino punta sul tema della lettura (che a Celati interessa ben poco). Ma siamo già nel 1972 e il progetto finisce per arenarsi, forse per esaurimento di quell’entusiasmo civile che l’aveva fatto nascere, ma di certo anche per la divaricazione di interessi tra i due maggiori promotori.
Nel 1997, sollecitato dai direttori di «Riga», Celati ripensa con calma a quel progetto fallito e scrive una bellissima lettera in cui confessa con sincerità l’«astruseria» di certe sue disquisizioni teoriche, il suo protagonismo di attizzatore del fuoco («semplicemente perché ero il più sbandato»), e dà merito all’amico di una straordinaria capacità di ascolto: «Se avevo questo formicolio intellettuale nel cervello, era soltanto perché Calvino mi stava ad ascoltare con molta attenzione, e così mi metteva in vena di grandi esibizioni d’intelligenza». Alla fine, leggendo i materiali ribollenti di «Riga», rileggendo quelle discussioni infervorate sul valore e sulla funzione della letteratura nella società, resta, con l’ammirazione, un dubbio: se la mancata uscita di «Alì Babà» sia stata davvero un fallimento.