Corriere della Sera, 29 gennaio 2026
Saranno ancora le biblioteche a tramandare la memoria
Ma alla fine che cosa resterà delle nostre e-mail e delle sciocchezze che depositiamo quotidianamente attraverso X su tutti i dispositivi elettronici destinati all’inevitabile dissoluzione? Che cosa resterà?
Sospetto poco o nulla. Alla fine, invece, resterà probabilmente solo la carta, come testimonia l’esperienza di secoli. Resteranno i libri (e le collezioni dei giornali, se va bene) a ricordare al mondo che verrà quel tanto o quel poco che siamo stati.
Anche per questo esistono le biblioteche e sono importanti, benché di solito esse appaiano tali solo a chi le frequenta e non, invece, a chi è responsabile del loro mantenimento. E da qui, infatti, amministratori pubblici sempre con l’aria di infastidita sopportazione quando trattano dell’argomento, sempre fondi scarsi assegnati con mille difficoltà, continui problemi per assicurare al pubblico un servizio adeguato.
Sono gli stessi problemi che angustiano, a quel che mi dicono, la più bella biblioteca che io conosca, la «Biblioteca consorziale» di Viterbo: bella visivamente, per la ricchezza delle sue collezioni, la sua efficienza, per il servizio che offre ai suoi utenti e non da ultimo agli autori. Tra i quali, non mi nascondo, chi scrive: ma come me possono sicuramente testimoniarlo anche decine e decine di altri ai quali il suo direttore ha offerto incontri con i lettori sempre affollatissimi.
È così che una biblioteca diventa quello che deve essere: un centro vivo di irradiazione culturale, di conoscenza, di discussione. Specie i centri urbani medio-piccoli del nostro Paese, alle prese con lo spopolamento e insieme l’immigrazione, senza più un cinema, un teatro, una sede di partito, hanno uno straordinario bisogno di salvaguardare la loro dimensione comunitaria. Di un luogo dove la gente possa incontrarsi, nutrirsi di idee, parlarsi. Di una biblioteca, appunto.