il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2026
Serena Brancale: “Ho sempre in testa Vanoni e ringrazio Quincy Jones…”
“Mi piacerebbe indossare un vestito di mia madre, in una delle serate del Festival”.
A sua mamma ha dedicato Qui con me, la ballata che porterà a Sanremo, cara Serena Brancale.
Si chiamava Maria. L’ho persa sei anni fa, finalmente mi sento pronta per parlarle. Sono passata per i ritmi di Baccalà, Anema e core e Serenata, prima di poter omaggiare la persona che amo di più. La musica, stavolta, sarà la mia cura.
Il pubblico conosce i suoi colori jazz, dialettali e pop-world. Stavolta ci sarà la storia familiare, intima, di Serena. Dovrà controllare le vibrazioni dell’anima, prima che della voce.
Spero di non emozionarmi, di non cedere. Cercherò di non guardare nessuno in sala, fisserò un punto qualunque, non mi muoverò. La performance sarà nuda come i miei sentimenti. Ho invitato mio padre all’Ariston, non si è ancora convinto, teme di non farcela. L’amuleto, come l’anno scorso, sarà mia sorella Nicole direttrice d’orchestra.
Nel testo canta: “Due gocce d’acqua non si perdono nel mare mai/e poi guardami ma quanto ti assomiglio nelle mani, nell’amore che mettevi ogni volta nelle cose”.
Voglio affrontare quei versi con il sorriso, senza farmi fregare dalla nostalgia. Mamma dipingeva, ci sono tanti suoi quadri in casa, questo è il mio ritratto per lei. Ogni giorno che passa, guardandomi allo specchio, trovo somiglianze sempre più profonde. Le mani, il tono della voce, lo sguardo. È il mio modo di tenerla qui.
Il tema della mamma è ricorrente a Sanremo, ma nessuno potrà accusarla di strumentalizzare la cosa.
Anche perché il mio difetto è di non essere competitiva. Mi serviva offrire questo tributo a chi mi ha preso per mano, da bambina, e incoraggiata a fare ciò che faccio. Ripeteva: sentiti libera. Ho di lei l’immagine delle sue attese in macchina, quando mi accompagnava a lezione di recitazione e il giorno dopo di violino e pianoforte. Restava due ore ad aspettarmi, ma cantava sempre. Il suo cavallo di battaglia, da solista, Margherita di Cocciante. Era insegnante di coro.
Su cosa duettavate?
Ci piaceva Blackbird dei Beatles. E il repertorio dei Buena Vista Social Club. Ballavamo su Es la historia de un amor. Amava la salsa, era nata a Puerto Cabello, in Venezuela, portandosi dietro tutta la bellezza della musica latina.
Lei è mai andata laggiù a scavare le proprie radici?
No, purtroppo (pausa). E non vorrei parlare di quanto è accaduto in quel Paese.
Però la politica internazionale farà parlare di sé pure a Sanremo. Levante dice che in caso di vittoria non andrà all’Eurofestival, data la presenza di Israele. E la Rai vuole conoscere gli orientamenti di ogni concorrente prima della finale.
Non ho ancora preso una decisione. Le cose cambiano di continuo. Anche andare all’Eurofestival, nel caso, potrebbe trasformarsi in un segnale positivo. Adesso non saprei come regolarmi.
Girando il mondo in tour si è sentita accolta da culture diverse?
Ho suonato nei Blue Note di Pechino, Shanghai. A Tokyo, Seul. Posti dove il pubblico è molto più attento e rispettoso al confronto di caciaroni come noi o gli americani. In Oriente comprano il biglietto e studiano l’italiano dei tuoi testi. Onorano totalmente l’artista straniero, sono lì per te.
Con Quincy Jones come andò?
Non l’ho incontrato, ma conservo come una medaglia il video che mi fece avere: era rimasto colpito dal mio terzo album Je so’ accussì e dal melange di dialetti e lingua che vi aveva trovato dentro.
Alicia Keys si è fatta viva dopo la cover dell’anno scorso su Ain’t got you con la Amoroso?
Macché (ride). Dovrebbe intercedere Eros Ramazzotti…
L’intelligenza artificiale la spaventa?
No, se lavori con il gruppo giusto, che la sa usare con parsimonia. E io, in ogni brano, cerco una chiave per renderlo mio. Altrimenti che faccio, butto il Conservatorio nella pattumiera?
Che pezzi si sorprende a canticchiare, prima di prender sonno?
Ho sempre in testa Accendi una luna nel cielo, una magia della Vanoni. Spesso lo propongo a cappella nei bis. Ora questo di Sanremo non mi fa dormire. Alle tre di notte mi sveglio e scopro che pur sognando ho continuato a intonarlo, come se volessi trattenerlo dentro me.