il Fatto Quotidiano, 28 gennaio 2026
Petizioni, addii e denunce: Lotito ha il nemico in casa
Complotto! Immaginare la faccia dei carabinieri della stazione di Trastevere, quando la scorsa settimana si è presentato Angelo Mariano Fabiani, ex sottufficiale della polizia penitenziaria a Roma, direttore sportivo della Lazio, carriera calcistica benedetta dall’amico Luciano Moggi e iniziata con l’Astrea – la squadra dei dipendenti del ministero di Grazia e Giustizia –, per denunciare “i comportamenti non leciti di alcuni agenti nella trattativa per portare a Roma il centrocampista olandese Taylor”. Ma la Lazio, di questi tempi, ha la denuncia facile: dopo la missione di Fabiani a Trastevere, ecco l’annuncio da parte del club di segnalare alle autorità competenti l’appello lanciato da una radio a non acquistare i biglietti per la gara del 30 gennaio contro il Genoa. “Atto grave e inaccettabile per un club quotato in Borsa”.
Il 9 gennaio è il compleanno della Lazio, fondata nel 1900. La festa è stata l’unico momento di gioia di un mese che sarà ricordato come uno dei più turbolenti di 126 anni di storia. È successo tutto e il contrario di tutto, a cominciare dal mercato. Le cessioni di Castellanos (venduto al West Ham per 29 mln), Guendouzi (Fenerbahçe, 27 mln) e Mandas (Bournemouth, 3 mln per il prestito e 17 per l’addio definitivo) hanno rianimato le casse, ma poi è scoppiato il “giallo” Romagnoli, che dopo l’accordo raggiunto con i sauditi dell’Al Sadd di Roberto Mancini e i saluti ai tifosi, è stato bloccato. La questione non è chiusa. La voce entrate ha regalato non solo Daniele Maldini e il misterioso complotto-Taylor, ma anche un botta e risposta con Maurizio Sarri, a proposito dello sbarco del centravanti serbo Petar Ratkov: “Non lo conosco”, le parole dell’allenatore toscano in diretta tv. La replica di Lotito: “Sarri non è uno sprovveduto, non posso pensare che non conosca un giocatore del Salisburgo. Le sue battute non mi interessano, a casa mia comando io”.
Che alla Lazio comandi Lotito, e solo Lotito, non ci sono dubbi. Governa il club dal 20 luglio 2004 ed è il presidente più longevo della storia del club. Quando rilevò una Lazio sull’orlo del fallimento, dopo i guai di Sergio Cragnotti, parlò di “squadra presa mentre era in corso il suo funerale”. Sfruttando con abilità una legge che consentiva questa mossa, nel 2005 spalmò in 23 anni il debito di 143 mln con il fisco. La “sanificazione” del bilancio non ha impedito a Lotito di sollevare sei trofei: 3 Coppe Italia (2009, 2013, 2019) e tre Supercoppe italiane (2009, 2017, 2019). Sportivamente parlando, un miracolo di “Lotirchio”, come è stato ribattezzato per la vocazione al risparmio, ma lui non è mai entrato nel cuore del popolo biancoceleste. La Lazio “lotitiana”, come il Torino di Cairo, altro club con il popolo in rivolta, non fa sognare. L’ex giornalista Rai Riccardo Cucchi, illustre fan biancoceleste, autore del libro Un altro calcio è ancora possibile, rimprovera soprattutto questo gelo dei sentimenti: “Stiamo vivendo tempi terribili nel mondo e proprio perché il football è la cosa più importante di quelle meno importanti, la passione è un elemento fondamentale. Mi ha stupito il comunicato della Lazio in cui si prendono di petto i tifosi per l’appello a disertare la partita contro il Genoa. Io aderirò alla protesta. Resterò a casa, insieme alla mia tessera di abbonato in curva. Anche nell’era del business, la passione resta il motore di tutto. I presidenti devono capire che sono i tifosi a generare i loro ricavi. Lotito si è chiuso in un bunker ed è in guerra con l’universo: allenatore, giocatori, tifosi. Sarri, in questo caos, è un punto di riferimento: senza di lui, con una squadra bloccata la scorsa estate sul mercato, ci saremmo ritrovati a lottare per la salvezza con la Fiorentina”.
Lotito, virale nel web per i suoi colloqui coloriti al cellulare (“io rispondo a tutti”), ultimamente si trova meglio in Parlamento. Senatore di Forza Italia dal 13 ottobre 2022 – Molise, collegio 1, memorabile una festa elettorale in cui ballò l’Alligalli –, si è subito impadronito della macchina. Le sue “pennichelle” in aula fanno colore, ma dietro le quinte, non c’è un emendamento che non passi sotto il suo controllo. “Sono sinestetico, riesco a usare più sensi contemporaneamente”. Il Senato è il suo rifugio. Fuori, il popolo laziale preme per il suo passaggio di mano. Una petizione ha raccolto quasi 25 mila firme per chiederne l’addio. Fatica sprecata: sarà lui, se mai sarà, a decidere come e quando mollare: “Io so’ testardo. Certe volte mi faccio paura per quanto lo sono”