La Stampa, 28 gennaio 2026
Kid Yugi: "Dostoevskij mi ha influenzato molto più di qualsiasi rapper"
Lo scorso album di Kid Jugi, Tutti i nomi del diavolo, è diventato il disco fisico più venduto del 2025: oltre 250 mila copie e ben 5 platini. Un risultato eclatante per un giovane, in tempi dominati dallo streaming. Giovedì a mezzanotte sarà la volta di Anche gli eroi muoiono. Per promuoverne l’uscita in alcune sale di Milano, Roma, Napoli e Taranto ieri ha debuttato il docufilm Genesi e ascesa di un anti idolo che ripercorre la vita del giovane Francesco Stasi (il vero nome) che, da bambino, «voleva fare il bibliotecario» ma con le rime ha trovato una voce cruda, colta, piena di rimandi storici e teatrali. Ancora, in questi giorni in piazza XXIV Maggio a Milano, un’installazione temporanea ha attirato centinaia di curiosi che si fermavano davanti a corone di fiori, una bara e lui, Kid Jugi, sdraiato dentro la bara con un pugnale fra le mani al posto della croce. Un’operazione di guerrilla marketing che ha fatto discutere, ma che l’artista rivendica. «Ho deciso di far morire me stesso – racconta –per dire che il vero eroe è l’uomo comune. È un modo per esorcizzare le aspettative: quelle che hanno su di me e quelle che ho io su me stesso».
E il pugnale tra le mani?
«Una scelta. Il coltello nella mano di un morto sottolinea che è la mano che accoltella, non l’oggetto». Lei ha una scrittura che potremmo definire chirurgica, usa le parole con molta attenzione.
«I miei fan spacchettano ogni parola. Siamo diventati un nodo in una rete di informazioni. Viviamo nel post futurismo: se una volta l’uomo imbrigliava il rumore delle macchine, oggi cerchiamo di imbrigliare l’uomo dentro la macchina. È questo il fulcro del mio ragionamento sull’essere vivi oggi».
Nel disco le sue citazioni spaziano da Gilgamesh a Andreotti e Craxi, da Gheddafi a Chuck Norris, da Tristano e Isotta a Dostoevskij. Nessun personaggio contemporaneo, perché?
«Non cito Meloni, Trump o Netanyahu perché mi interessa come la narrazione del potere cambi nel tempo. Quando ero piccolo e uccisero Gheddafi, vedevo una cosa ma oggi la politica sta rimettendo in discussione quell’epoca. Il tempo è un giudice spietato».
Anche gli eroi muoiono si apre con la voce di Giovanni Lindo Ferretti.
«Sono cresciuto con i CCCP. In L’ultimo a cadere, brano che apre il lavoro, c’è una citazione da Occitania una poesia/canzone di Lindo: mi sembrava appropriata, perché il radicalismo è una forma di bigottismo che ritorna nella nostra storia e va combattuto».
Una delle tracce più forti è Davide e Golia: lei con chi si immedesima?
«Nel brano spiego che ogni essere umano è sia Davide che Golia. Viviamo col fiato dell’ineluttabile sul collo. La violenza delle strade qui è un’ombra, altrove – nelle guerre, a Minneapolis – è un lampo immediato. Ho dedicato la canzone ai ragazzi che hanno perso la vita dietro le stronzate della strada. La strada è il luogo più ipocrita che abbia visto. Lì si sentono tutti qualcosa che non sono e perdono la vita per qualcosa che non conoscono».
Sembra avere una visione cupa del mondo.
«I miei dischi non sono oscuri, sono disillusi. Combatto contro me stesso come tutti. Ho un temperamento timido, evasivo e il mio ruolo dovrebbe tenermi sempre sotto i riflettori: lo soffro. Me la prendo con l’ipocrisia della società: ingoiamo bugie dalla mattina alla sera».
Le sue rime sembrano avere più riferimenti alla letteratura che al rap, chi l’ha influenzata di più?
«Dostoevskij. Delitto e castigo ha cambiato la mia vita: ho sentito la sua sofferenza. A volte le parole superano chi le usa».
È vero che ha ascoltato a lungo anche Guccini?
«Mi ha emozionato. Non prendo i rapper come punti di riferimento: la cosa più bella del rap è che possiamo ispirarci anche a mondi tangenti al nostro e ascoltare il maestro Francesco Guccini mi ha aperto la mente».
Tra le collaborazioni recenti spiccano Noyz Narcos e l’incontro-sorpresa con Geolier.
«Noyz Narcos era un mio eroe. Geolier è un fenomeno. Va a tempo come un computer umano».
E nelnuovo disco c’è Anna Pepe.
«Un incontro magico».
I disegni che accompagnano il disco sono di Marco Pari.
«Non ho un’intelligenza visiva, sono uno che lavora con le parole, ma i suoi lavori fatti con la tecnica del punto a china mi hanno incantato».
Di lei si dice che è un artista che pensa, forse troppo. Come risponde?
«Che infatti quando guardo il titolo del mio docufilm non so cosa pensare: l’unico vero idolo della storia è stato Gesù e io non sono Gesù».
Come vede il futuro?
«Lontano dai riflettori. Vorrei scrivere un libro. Ho paura di non esserne capace, ma un giorno mi ritirerò e scriverò. Magari prosa, magari una sceneggiatura teatrale».