La Stampa, 28 gennaio 2026
Giovanni Grasso: "Io, drammaturgo del Presidente da portavoce sono un fantasma"
Un uomo con compiti istituzionali con quel che ne consegue: sempre un passo indietro, il dettaglio per il tutto, capace di farsi trasparente per esaltare l’altrui presenza. Al tempo stesso essere uomo di lettere e di spettacolo, un drammaturgo: fantasia, un cocktail di profondità e leggerezza, la ribalta come tensione vissuta da protagonista. Opposti che si alimentano e che convergono in una sola persona. Giovanni Grasso, 63 anni, romano, è colui che appare ma non si vede alle spalle del presidente della Repubblica, consigliere per la stampa e la comunicazione di Mattarella e direttore dell’ufficio stampa del Quirinale. Ed è pure lo scrittore di bestseller, giornalista, biografo di Oscar Luigi Scalfaro e di Piersanti Mattarella, allievo di Walter Mauro, suo “padre culturale”, autore di saggi e di romanzi, tradotti da lui stesso in testi teatrali. Dopo Fuoriusciti e Il caso Kaufmann, è la volta de L’amore non lo vede nessuno (Rizzoli), giallo incentrato sui sentimenti che dopo il debutto al Festival di Spoleto l’estate scorsa, arriva in tour al Teatro Quirino di Roma, dal 3 all’8 febbraio, regia di Piero Maccarinelli con il quale si è instaurato un rapporto di grande intesa. Protagonisti Giovanni Crippa e Stefania Rocca, musiche di Antonio Di Pofi.
Grasso, ma lei si sente più drammaturgo, più romanziere o più portavoce?
«Le varie anime convivono. Necessariamente. Nel lavoro quotidiano un portavoce deve rinunciare alla sua individualità, stare due passi indietro, comunicare messaggi non suoi. Il portavoce non ha voce propria, parla per conto di altri. Nell’attività creativa recupero quella parte di me che, in qualche modo, devo tenere a freno, contenere. Un mio caro amico, psicoanalista junghiano, mi ha dato questa spiegazione, parlando del naturale bisogno di esprimersi».
Perché a proposito de L’amore non lo vede nessuno si parla di thriller esistenziale?
«Perché si entra nell’animo di un personaggio misterioso, che protegge sé stesso e che si scoprirà via via. Il giallo c’è, ma si stempera nei sentimenti. Questo testo l’ho tratto dal mio ultimo romanzo, che ho concepito proprio per il teatro, perfetto luogo metafisico. La protagonista invisibile, morta per un incidente molto sospetto, è solo evocata ma presente. Federica, una donna capricciosa abituata a vivere nel lusso, al di sopra delle proprie possibilità, a differenza della sorella, Silvia, semplice e di provincia, che decide di mettersi a caccia della verità. Incrocia dunque questo uomo fascinoso e misterioso, intravisto al funerale della sorella, del quale nulla conosce. Faranno un patto: lui si impegnerà a svelarle la vera vita della sorella, in cambio lei dovrà giurare di non fare ricerche per conoscere la sua identità. Si incontreranno ogni martedì pomeriggio in un bar equivoco di periferia. E lui inizierà il suo sconcertante racconto di amante manipolato e tradito».
Il libro regala introspezioni, analisi sul bene e sul male, Dio, vita. Ha dovuto sacrificare molto per il teatro?
«Il romanzo è di 250 pagine, il testo per la scena appena di 40. I tagli sono enormi. Spero di essere riuscito a salvare i contenuti principali e le caratteristiche peculiari dei due protagonisti, Silvia e Mister P., l’uomo del mistero. Per il teatro bisogna sperimentare un linguaggio differente, più serrato. E così l’accento è caduto, più che sul giallo vero e proprio, sul conflitto interiore che Federica, narcisista patologica, ha provocato in Mister P, un uomo potente che è caduto in una trappola perversa. Alla fine scopriremo che nessuno sarà veramente colpevole e nessuno del tutto innocente».
Lei è attento anche alla crisi della Chiesa contemporanea e della capacità cristiana di perdonare e di perdonarci.
«La religiosità, tutt’altro che consolatoria, fa parte della mia esistenza e della mia cultura. Ne Il segreto del tenente Giardina parlo del male assoluto della guerra, Kaufmann condannato a morte dai nazisti, si chiede dove sia il suo Dio. A teatro non si può dire tutto: le considerazioni filosofiche lasciano un po’ il passo a favore della storia d’amore».
Qui nessuna autobiografia, invece presente in Giardina nel quale lei parla di un dramma doloroso del suo passato.
«Si parla di un suicidio, quello del padre del protagonista, appena diciottenne. È stata anche la mia storia. Ma il mio lutto è stato elaborato da decenni. Per raccontarlo, però, sia pure in forma letteraria, ho voluto aspettare. Non volevo che qualcuno dei parenti, degli amici, magari sentendosi chiamare in causa, ne soffrisse. Il libro è principalmente sulla tragedia della Grande Guerra, con i suoi rigori e le sue crudeltà. Ma c’è una storia collaterale nella quale ho voluto soprattutto ricordare le persone della mia vita di ragazzo che mi hanno accolto e aiutato e anche qualcuno, pochi, che non l’hanno saputo fare».
La sua posizione potrebbe averla aiutata nella carriera di scrittore? Chi si permetterebbe di rifiutare il libro del portavoce del presidente della Repubblica?
«Sul fatto di essere uomo di potere, avrei molto da obiettare. Ma saremmo fuori tema. Non sono così ingenuo o presuntuoso da pensare che il mio status non abbia in qualche modo contribuito a mettermi in luce. Ma questo può funzionare la prima volta. Poi il giudizio successivo lo danno le case editrici, gli editor e soprattutto i lettori e, nel caso del teatro, gli spettatori. Sono al quinto romanzo per Rizzoli e alla terza opera teatrale. E si sta lavorando per portare due romanzi al cinema. Penso che l’effetto visibilità, dopo undici anni di Quirinale, si sia esaurito da un pezzo».
E il Presidente Mattarella la apprezza come scrittore? La legge innanzitutto?
«Vede? Io vorrei parlare dei miei libri e del teatro, ma lei continua a chiedermi del Presidente… Comunque quando regalo un mio libro a una persona, non sto lì ad assillarla per sapere se lo ha letto, se è piaciuto o meno. Con i libri funziona così, non c’è feed-back immediato, come in teatro dove ci sono gli spettatori. Al Presidente regalo i miei libri. I suoi giudizi, quando ci sono stati, li tengo per me».
La qualità principale del portavoce?
«L’affidabilità. Di fronte ai colleghi giornalisti e di fronte al datore di lavoro».
Se c’è disaccordo?
«Si soccombe. Siamo appunto dei consiglieri».
Lei ha raccontato di conoscere il Presidente da tempo, prima di diventarne collaboratore.
«L’amicizia c’è sempre, ma ora prevale il rapporto istituzionale e professionale».
Pensa mai a che cosa farà dopo il Quirinale?
«Con la fine del settennato sarò giusto giusto in età di pensione. Viaggerò, leggerò e forse scriverò».
Come portavoce le piacerebbe essere ricordato per? E come persona?
«Per essere colui che ha abolito il retroscena quirinalizio. Non servono più portavoci ufficiosi, interpreti autorizzati e privilegiati del pensiero. È un modo vecchio di comunicare. Come persona, ho cercato di vivere facendo il meno male possibile agli altri».
Quando scrive?
«Di notte, nei week end liberi, durante le vacanze estive. Devo alla mia formazione giornalistica il fatto di scrivere velocemente. Scrivo di getto senza fermarmi, correggo solo dopo che ho finito, prima era Un uomo con compiti istituzionali con quel che ne consegue: sempre un passo indietro, il dettaglio per il tutto, capace di farsi trasparente per esaltare l’altrui presenza. Al tempo stesso essere uomo di lettere e di spettacolo, un drammaturgo: fantasia, un cocktail di profondità e leggerezza, la ribalta come tensione vissuta da protagonista. Opposti che si alimentano e che convergono in una sola persona. Giovanni Grasso, 63 anni, romano, è colui che appare ma non si vede alle spalle del presidente della Repubblica, consigliere per la stampa e la comunicazione di Mattarella e direttore dell’ufficio stampa del Quirinale. Ed è pure lo scrittore di bestseller, giornalista, biografo di Oscar Luigi Scalfaro e di Piersanti Mattarella, allievo di Walter Mauro, suo “padre culturale”, autore di saggi e di romanzi, tradotti da lui stesso in testi teatrali. Dopo Fuoriusciti e Il caso Kaufmann, è la volta de L’amore non lo vede nessuno (Rizzoli), giallo incentrato sui sentimenti che dopo il debutto al Festival di Spoleto l’estate scorsa, arriva in tour al Teatro Quirino di Roma, dal 3 all’8 febbraio, regia di Piero Maccarinelli con il quale si è instaurato un rapporto di grande intesa. Protagonisti Giovanni Crippa e Stefania Rocca, musiche di Antonio Di Pofi.
Grasso, ma lei si sente più drammaturgo, più romanziere o più portavoce?
«Le varie anime convivono. Necessariamente. Nel lavoro quotidiano un portavoce deve rinunciare alla sua individualità, stare due passi indietro, comunicare messaggi non suoi. Il portavoce non ha voce propria, parla per conto di altri. Nell’attività creativa recupero quella parte di me che, in qualche modo, devo tenere a freno, contenere. Un mio caro amico, psicoanalista junghiano, mi ha dato questa spiegazione, parlando del naturale bisogno di esprimersi».
Perché a proposito de L’amore non lo vede nessuno si parla di thriller esistenziale?
«Perché si entra nell’animo di un personaggio misterioso, che protegge sé stesso e che si scoprirà via via. Il giallo c’è, ma si stempera nei sentimenti. Questo testo l’ho tratto dal mio ultimo romanzo, che ho concepito proprio per il teatro, perfetto luogo metafisico. La protagonista invisibile, morta per un incidente molto sospetto, è solo evocata ma presente. Federica, una donna capricciosa abituata a vivere nel lusso, al di sopra delle proprie possibilità, a differenza della sorella, Silvia, semplice e di provincia, che decide di mettersi a caccia della verità. Incrocia dunque questo uomo fascinoso e misterioso, intravisto al funerale della sorella, del quale nulla conosce. Faranno un patto: lui si impegnerà a svelarle la vera vita della sorella, in cambio lei dovrà giurare di non fare ricerche per conoscere la sua identità. Si incontreranno ogni martedì pomeriggio in un bar equivoco di periferia. E lui inizierà il suo sconcertante racconto di amante manipolato e tradito».
Il libro regala introspezioni, analisi sul bene e sul male, Dio, vita. Ha dovuto sacrificare molto per il teatro?
«Il romanzo è di 250 pagine, il testo per la scena appena di 40. I tagli sono enormi. Spero di essere riuscito a salvare i contenuti principali e le caratteristiche peculiari dei due protagonisti, Silvia e Mister P., l’uomo del mistero. Per il teatro bisogna sperimentare un linguaggio differente, più serrato. E così l’accento è caduto, più che sul giallo vero e proprio, sul conflitto interiore che Federica, narcisista patologica, ha provocato in Mister P, un uomo potente che è caduto in una trappola perversa. Alla fine scopriremo che nessuno sarà veramente colpevole e nessuno del tutto innocente».
Lei è attento anche alla crisi della Chiesa contemporanea e della capacità cristiana di perdonare e di perdonarci.
«La religiosità, tutt’altro che consolatoria, fa parte della mia esistenza e della mia cultura. Ne Il segreto del tenente Giardina parlo del male assoluto della guerra, Kaufmann condannato a morte dai nazisti, si chiede dove sia il suo Dio. A teatro non si può dire tutto: le considerazioni filosofiche lasciano un po’ il passo a favore della storia d’amore».
Qui nessuna autobiografia, invece presente in Giardina nel quale lei parla di un dramma doloroso del suo passato.
«Si parla di un suicidio, quello del padre del protagonista, appena diciottenne. È stata anche la mia storia. Ma il mio lutto è stato elaborato da decenni. Per raccontarlo, però, sia pure in forma letteraria, ho voluto aspettare. Non volevo che qualcuno dei parenti, degli amici, magari sentendosi chiamare in causa, ne soffrisse. Il libro è principalmente sulla tragedia della Grande Guerra, con i suoi rigori e le sue crudeltà. Ma c’è una storia collaterale nella quale ho voluto soprattutto ricordare le persone della mia vita di ragazzo che mi hanno accolto e aiutato e anche qualcuno, pochi, che non l’hanno saputo fare».
La sua posizione potrebbe averla aiutata nella carriera di scrittore? Chi si permetterebbe di rifiutare il libro del portavoce del presidente della Repubblica?
«Sul fatto di essere uomo di potere, avrei molto da obiettare. Ma saremmo fuori tema. Non sono così ingenuo o presuntuoso da pensare che il mio status non abbia in qualche modo contribuito a mettermi in luce. Ma questo può funzionare la prima volta. Poi il giudizio successivo lo danno le case editrici, gli editor e soprattutto i lettori e, nel caso del teatro, gli spettatori. Sono al quinto romanzo per Rizzoli e alla terza opera teatrale. E si sta lavorando per portare due romanzi al cinema. Penso che l’effetto visibilità, dopo undici anni di Quirinale, si sia esaurito da un pezzo».
E il Presidente Mattarella la apprezza come scrittore? La legge innanzitutto?
«Vede? Io vorrei parlare dei miei libri e del teatro, ma lei continua a chiedermi del Presidente… Comunque quando regalo un mio libro a una persona, non sto lì ad assillarla per sapere se lo ha letto, se è piaciuto o meno. Con i libri funziona così, non c’è feed-back immediato, come in teatro dove ci sono gli spettatori. Al Presidente regalo i miei libri. I suoi giudizi, quando ci sono stati, li tengo per me».
La qualità principale del portavoce?
«L’affidabilità. Di fronte ai colleghi giornalisti e di fronte al datore di lavoro».
Se c’è disaccordo?
«Si soccombe. Siamo appunto dei consiglieri».
Lei ha raccontato di conoscere il Presidente da tempo, prima di diventarne collaboratore.
«L’amicizia c’è sempre, ma ora prevale il rapporto istituzionale e professionale».
Pensa mai a che cosa farà dopo il Quirinale?
«Con la fine del settennato sarò giusto giusto in età di pensione. Viaggerò, leggerò e forse scriverò».
Come portavoce le piacerebbe essere ricordato per? E come persona?
«Per essere colui che ha abolito il retroscena quirinalizio. Non servono più portavoci ufficiosi, interpreti autorizzati e privilegiati del pensiero. È un modo vecchio di comunicare. Come persona, ho cercato di vivere facendo il meno male possibile agli altri».
Quando scrive?
«Di notte, nei week end liberi, durante le vacanze estive. Devo alla mia formazione giornalistica il fatto di scrivere velocemente. Scrivo di getto senza fermarmi, correggo solo dopo che ho finito, prima era l’articolo, ora il libro».