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 2026  gennaio 28 Mercoledì calendario

Intervista a Piero Bassetti

La prima scintilla che accende la curiosità di Piero Bassetti – 97 anni, erede della dinastia del tessile e primo presidente della Regione Lombardia – non è una foto o un ricordo, ma una app: quella che facilita la trascrizione del testo di questa intervista. «Come funziona? È precisa?», chiede sporgendosi dal tavolo della sua fondazione. Bassetti ogni mattina è qui: «Tutti i giorni, tranne la domenica», per promuovere – come recita lo statuto – «la responsabilità nell’innovazione» attraverso incontri, seminari e, a breve, anche una scuola. «Il problema di oggi è l’incontro tra la tecnica e il potere», dice. «La tecnologia ha eliminato le attese, cambiando il modo in cui ci relazioniamo. E questo ha conseguenze enormi».
La principale?
«Il potere della tecnica è ormai prevalente su quello dell’auctoritas».
La politica se n’è accorta?
«In ritardo. È stata costruita per gestire ciò che è conosciuto e amministrabile, ma ogni innovazione introduce l’improbabile, cambiando i rapporti di potere senza chiedere permesso. Ed è lì che la politica entra in crisi perché non ha strumenti per governare ciò che non riesce a prevedere».
Sta pensando all’intelligenza artificiale?
«E a cosa, altrimenti?».
Si è sempre interessato alla tecnologia?
«Sì. Tant’è che già nel 1998, per i miei settant’anni, i miei collaboratori mi regalarono un sito. C’era una mia foto in tenuta da atleta, con una scritta in dialetto: “Semper de cursa"».
Da giovane correva sul serio: fece parte della spedizione italiana per le Olimpiadi di Londra del 1948.
«Avevo 19 anni, dovevo fare la seconda frazione della 4x100, ma due giorni prima della partenza mi infortunai. Il ct Giorgio Oberweger decise di portarmi lo stesso. Non ci fu niente da fare: vidi dagli spalti i miei compagni vincere il bronzo».
In quel gruppo c’era anche lo stilista Ottavio Missoni.
«Simpaticissimo, ma lui correva i 400. Con Oberweger ideò la nostra divisa. La conservo ancora, eravamo molto eleganti».
Nel frattempo studiava?
«Economia e Commercio, in Bocconi. Al terzo anno arrivarono gli americani con due borse di studio della Cornell University, chiesero degli studenti migliori. Appena saltò fuori che correvo, non servì altro: partii, poi tornai e mi laureai con una tesi sull’economia dinamica».
La Bassetti intanto era diventata la più importante azienda tessile italiana. Lei però scelse la politica. Come mai?
«La mia famiglia era cattolica, cresciuta con l’idea che non ci si potesse chiamare fuori. I gesuiti chiesero a mio zio Giannino di impegnarci, lui scelse me. Mi ritrovai in consiglio comunale, nella sinistra Dc».
Era il 1956: a Palazzo Marino sarebbe rimasto 14 anni, metà dei quali trascorsi come assessore al Bilancio.
«Realizzammo la municipalizzazione del gas e lanciammo il “Piano Milano”, con cui costruimmo 144mila vani di edilizia popolare. A quei tempi uno che introduceva schemi razionali nella pubblica amministrazione era un matto o un comunista».
E infatti la chiamavano «il miliardario rosso».
«Il mio progressismo nasceva da un ragionamento conservatore: senza le riforme, avremmo rischiato di implodere, come la Russia prima della rivoluzione sovietica».
Per questo fu tra i promotori delle Regioni?
«Lo Stato non reggeva l’impatto della modernità: i costituenti lo avevano già intuito. Il punto è che, fatte le Regioni, bisogna fare il regionalismo».
Intanto, alle prime regionali del 1970, venne eletto presidente della Lombardia.
«Trovai un sistema assolutamente irrazionale, a cominciare dai trasporti. Quando provavi a intervenire, la prima risposta era: “Se la smetti, ti do la stecca”. La corruzione si stava rafforzando, insieme alla partitocrazia».
Erano anche gli anni delle Brigate Rosse.
«Borghese, benestante, di sinistra: ce le avevo tutte per essere un bersaglio. Ma c’erano poche scorte e molte persone a rischio, così col prefetto concordammo di dare priorità ad altri. Giravo con una Beretta: ero ufficiale di artiglieria, a sparare sono sempre stato capace».
Dopo l’esperienza in Regione, andò a Montecitorio ma rimase solo sei anni.
«"Me ne vado – dissi alla presidente della Camera, Nilde Iotti – perché qui non si decide più niente”. Fu lì che iniziai a intuire come uno dei problemi della democrazia fosse la rappresentanza e la selezione della classe dirigente».
Perché?
«Se lei va in aereo e la hostess, dopo aver chiuso la cabina, dice: “Eleggiamo il pilota!”, lei cosa fa? Io scendo».
Ma se non scelgono i cittadini, chi prende le decisioni?
«Capisco l’obiezione, e infatti non ho una risposta definitiva. Se però vogliamo tutelare democrazia e partecipazione popolare dobbiamo cambiare l’organizzazione del potere, prevedendo un’immissione controllata dell’expertise».
Giulio Andreotti fu per anni ministro della Difesa senza aver fatto nemmeno la leva.
«E lo fece bene perché aveva una visione. Il problema non è sostituire i “cretini” con gli “esperti” che capiscono tutto fuorché i problemi avvertiti dai votanti. Ciò che conta è trovare un modo perché competenza e partecipazione possano convivere in un contesto in cui i processi sono rapidissimi e le decisioni tecniche hanno effetti immediati».
Ha sempre vissuto a Milano. Oggi che città vede?
«Vitale e dinamica: anche se – come tutte le società vitali – soffre di alcuni squilibri».
Trovare casa a prezzi accessibili per giovani e ceti medi è diventato quasi impossibile.
«Perché è cresciuto l’uso produttivo dello spazio: professioni, uffici, servizi. Milano non è più solo un luogo di residenza ed è paradossale, visto che è sempre stata una città borghese, abituata a gestire il potere in modo borghese. Il punto è che la borghesia non c’è quasi più: è stata distrutta dal rito del weekend».
Che c’entra il weekend?
«Era durante il fine settimana che la borghesia prendeva le decisioni importanti: dal piano regolatore al nuovo sindaco. Oggi il sabato pomeriggio non c’è nessuno: provi a chiamare, sono tutti via. Si è perso il tessuto delle relazioni informali. E poi c’è un altro problema».
Quale?
«Milano e il Nord corrono, ma dentro uno Stato rimasto arcaico. Difficile concepire il suo futuro al servizio dell’unità nazionale: la dimensione di questa città non è più l’Italia».
Sta mettendo in soffitta l’idea di nazione?
«Mia madre era una ragazza del ’99, i suoi compagni di scuola morirono quasi tutti a Caporetto. Ho grande rispetto per quella storia ma oggi va ripensata».
In un chiave europea?
«No, nel planetarismo. Le singole sovranità non hanno più senso, così come non ha senso l’Europa delle nazioni. Con la tecnologia le distanze sono sparite: serve una nuova organizzazione del potere. E l’intelligenza artificiale sarà decisiva anche in questo».