la Repubblica, 28 gennaio 2026
Benji & Fede: “Dopo la crisi e la separazione siamo tornati fratelli. Peccato per Sanremo”
La storia di Benji & Fede – cioè Benjamin Mascolo e Federico Rossi, entrambi appena più che trentenni, da Modena – è un romanzo di formazione trasmesso in streaming tra social e Spotify: il grande successo per caso partendo dall’online (lì si sono conosciuti nel 2010), le hit pop per un pubblico di adolescenti (i cinque dischi di platino di Dove e quando, 2019), l’aria da belli, quindi gli eccessi, le dipendenze, la crisi per stress del 2020, lo scioglimento e la ripartenza nel 2024, dopo la depressione di Mascolo – che ha scoperto di essere autistico e ha avuto una relazione con la superstar statunitense Bella Thorne, ora è sposato con la concittadina Greta Cuoghi e padre di una bambina di un anno – e la pacificazione con Rossi, intanto naufragato anche lui. Tradimento e ritorno, ora ricostruzioni. “Se fossimo colleghi e non, di fatto, fratelli, non saremmo di nuovo insieme”, dicono, mentre pubblicano il nuovo singolo Zero. “È stato scartato da Sanremo, ma ci crediamo lo stesso e lo facciamo uscire. È questione di sincerità: il brano parla proprio della liberazione dalle aspettative”.
Cos’è questa, una conquista dei trent’anni?
Fede: “Anche, sì. Crescendo ci sentiamo più dei cantautori, vorremmo andare verso un grado di approfondimento maggiore rispetto al passato. Certo, non rinneghiamo niente: prima eravamo più leggeri, ma non c’era comunque granché di studiato, in noi. Però Zero è una partenza verso un percorso più intimo: siamo giovani adulti, anche tra noi finalmente ci rapportiamo come tali. Siamo maturati”.
Cos’è cambiato tra voi da quando vi siete ritrovati?
Benji: “La comunicazione. Eravamo giovani, in cerca d’avventure, ma non abbiamo mai parlato di vita, di idee. Né di problemi: quando ce n’era uno, si faceva finta di niente. Ora lo si affronta subito, per evitare che diventi ancor più grande. Nel 2020, semplicemente ci eravamo allontanati troppo senza neanche dircelo, né capirlo strada facendo”.
Ora siete amici o colleghi?
B: “Fratelli, altrimenti non saremmo qui. Nel bene e nel male, saremo legati per tutta la vita”.
Il momento più duro e quello più bello?
B: “La separazione, seppur vissuta in maniera diversa, è stata dura per entrambi. Ma è stata un male necessario, per crescere”.
F: “Quello più bello, mi permetto, è stato quello in cui ho preso in braccio per la prima volta tua figlia. È stato lì che ho capito che qualcosa – tra noi, per noi – era cambiato. Siamo entrati in una nuova fase della vita. E, in musica, significa basta sovrastrutture: va bene mostrarsi fragili, che sia con il pubblico o che sia con noi stessi, visto che prima avevamo pudore reciproco anche di questo”.
Il rischio è che il pubblico storico non vi segua.
F: “Sono fasi. Anche all’inizio non è che avessimo raccolto chissà quali numeri, mi creda. È un po’ come ripartire”.
Eppure, al momento della reunion, avete parlato di un successo “precoce”.
F: “O c’è una gavetta lunghissima alle spalle, oppure a vent’anni, qualsiasi possa essere il percorso, non si è mai pronti davvero. Si figuri noi, che venivamo da due famiglie normalissime, eravamo dei ragazzi qualunque. La verità è che quasi nessuno ha i mezzi per gestire il successo, né esiste un manuale d’istruzioni per farlo. Chiaro, siamo grati e privilegiati. Ma il successo ha anche dei lati oscuri”.
B: “Amplifica chi sei, dunque sia difetti e sia pregi. E poi quando si è così giovani il rischio – com’è capitato a noi – è che l’immagine pubblica divori il resto, perché il resto, personalità compresa, è in via di costruzione. Forse è solo adesso, dieci anni dopo quel successo, che sentiamo di avere i mezzi per affrontarlo. Fosse anche solo l’esperienza di sapere che il mondo della musica è anche popolato da squali, che non tutti quelli che giocano nella nostra squadra tifano per noi. Sono dinamiche di un qualsiasi lavoro purtroppo, ma quando ci si ritrova così giovani catapultati nel mondo dei grandi le trappole si prendono in pieno, tutte”.
Un consiglio che date ai giovani artisti?
F: “Non abbiamo una storia così esemplare da dare consigli (ride). Mi viene solo: schiantatevi, fatevi male, perché serve; poi ricomponetevi, e non smettere di sognare”.
B: “E poi imparare a perdonare, sé stessi e gli altri”.
Voi vi siete perdonati?
F: “A vicenda sì, ma io faccio fatica a non giudicare me stesso”.
B: “Sa cosa? Quando si è così legati, ci si percepisce come animali rari: in quanto tali, ci si accetta con tutti i pregi e difetti, dalla testa alla coda”.
“Zero”, peraltro, ha un videoclip particolare, in cui voi non siete sul palco, ma nella platea di un teatro.
F: “L’idea è mia, quando l’ho proposta – per quanto è fuori luogo – pensavo me la smontassero. Sul palco c’è una figura femminile, che cita il film Mulholland Drive di David Lynch, che rappresenta la parte di me più vulnerabile, quella che non mi sono mai concessa. Vedendola seduto in platea, con Benjamin al mio fianco, è catartico: sono io che cresco con l’amico di fianco, amico che a sua volta è toccato pure lui, ma per farmi forza non lo dà a vedere fino in fondo”.
Come avete preso l’esclusione da Sanremo?
B: “Con filosofia e un po’ di fatalismo. È un giudizio legittimo, probabilmente il mondo fuori di noi – compreso Conti – deve allinearsi ancora a questo nostro cambiamento. Ci vorrà tempo, abbiamo fiducia. Non era destino, magari lo sarà tra qualche anno e sarà ancor più bello”.
F: “Anche per questo, Zero è uscita di gennaio, come un augurio per ciò che sarà. Rewind (2024), il disco della reunion, era un ‘dove eravamo rimasti’. Ora non più”.
Dove vi piacerebbe arrivare?
B: “Se tra dieci o quindici anni ci sarà ancora qualcuno che canta le nostre canzoni sotto il palco, significa che avremo fatto la cosa giusta”.
F: “Io spero di riuscire a tirare fuori altre cose ancora di me stesso con la musica”.