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 2026  gennaio 27 Martedì calendario

Gianluca Zambrotta e l’intervento per il varismo alla gamba: «Ho tolto le stampelle, sono in fase di recupero. A settembre l’altra operazione»

Gianluca Zambrotta è stato uno dei protagonisti assoluti del calcio italiano degli anni 2000. Campione del mondo nel 2006, ha vestito le maglie di Bari, Juventus, Milan e Barcellona, costruendo una carriera di altissimo livello fondata su intelligenza tattica, versatilità e senso del sacrificio. Operatosi da poco alla gamba sinistra per un problema di varismo (deformità articolare) lo abbiamo intervistato mentre si avvicina il ventennale della notte di Berlino, per ripercorrere i passaggi chiave del suo percorso umano e professionale, con un focus anche sugli anni baresi, decisivi per la sua crescita.
Innanzitutto, la domanda più importante: come sta?
«Dopo due mesi dall’operazione devo dire che il cammino procede bene. Ho tolto completamente le stampelle e quindi va tutto bene. Ora devo recuperare bene il muscolo e la gamba operata, tra settembre e ottobre farò l’operazione all’altra gamba».
Da ragazzo, dal punto di vista caratteriale, com’era Gianluca Zambrotta?
«Ero molto tranquillo, riservato e taciturno. Davo sempre tutto in campo, con grande passione per questo sport, grande voglia ed entusiasmo, perché volevo arrivarci. E alla fine quel ragazzino ce l’ha fatta».
Ha esordito tra i professionisti con il Como e poi è arrivato giovanissimo a Bari. Che ricordi ha del suo primo impatto con una piazza così calda e passionale?
«Dalla C1 alla A è stato un salto grande, non semplice. Sono però arrivato in una società che aveva un allenatore come Fascetti, che ha sempre creduto molto nei giovani, come me, De Ascentis e Ventola. Dietro c’era una struttura solida, con il presidente Matarrese e un direttore sportivo molto capace come Regalia. Facemmo bene grazie a una città e uno stadio che ci hanno sempre sostenuto. È stato proprio questo a darci una grande forza in quel periodo».
Quel pubblico l’ha preparata ad affrontarne uno molto esigente come quello della Juventus?
«Bari era già una piazza importante. In uno stadio imponente e bellissimo come lo stadio San Nicola, quando affrontavamo squadre come Milan, Inter, Juventus o Napoli c’erano spesso cinquanta o sessantamila spettatori sugli spalti».
E poi la prima convocazione in Nazionale…
«Un grande privilegio, soprattutto perché non accadeva da cinquant’anni, credo, che un calciatore del Bari venisse convocato in Nazionale. Avevo 22 anni e non era affatto scontato che un giovane giocatore venisse chiamato, soprattutto se militava in una squadra impegnata nella lotta per la salvezza. Tornare al San Nicola nel 2007 a giocare con gli azzurri da campione del mondo, fu un ritorno a casa, la chiusura di un cerchio».
Come trascorreva le giornate a Bari?
«Ero giovane e per me fu la prima vera esperienza lontano da casa. Fino a quel momento avevo sempre vissuto con i miei genitori. All’epoca uscivamo spesso, anche fuori dal centro, verso la zona del mare e nei comuni limitrofi. Il mare, il cibo, lo stile di vita: tutto contribuì a farmi sentire a casa».
Passa alla Juve: nel primo biennio la squadra sfiorò lo scudetto senza riuscire a battere le romane. Fu più colpa degli episodi o qualcosa non andò in squadra?
«Ci è mancato davvero poco per vincere quegli scudetti, ma le romane erano fortissime, e abbiamo lasciato per strada troppi punti nelle ultime giornate. Quegli scudetti li abbiamo persi sul campo».
Ancelotti lo ritroverà poi al Milan nel 2008. In quali rapporti vi eravate lasciati ?
«Ottimi, ci ritrovammo con grande entusiasmo e grande voglia da parte di entrambi. Lui conosceva me e io conoscevo lui, ed è stato davvero bello lavorare di nuovo insieme».
Torna Lippi alla Juventus e diventa un vero e proprio terzino. Aveva dei modelli di riferimento, come Cabrini o Maldini?
«In realtà non avevo un idolo specifico nel ruolo di terzino, perché il terzino non lo avevo mai fatto. Da ragazzo il mio vero idolo era Roberto Baggio, soprattutto dopo il Mondiale del ’90. Poi, una volta cambiato ruolo, il mio obiettivo è stato cercare di avvicinarmi a un modello come Maldini. Ma Marcello è stato fondamentale, e per quanto mi riguarda, il suo ruolo da Ct è stato ancora più importante perché mi conosceva molto bene, e ritrovarlo in Nazionale è stata una fortuna, per me e tutto il gruppo».
Quando, durante il Mondiale, avete capito che potevate vincere?
«Da subito, perché sapevamo di essere una squadra forte, anche se probabilmente, sulla carta, eravamo meno forti rispetto ad altre nazionali come il Brasile o la Francia. Noi eravamo ventitré giocatori che facevano il tifo l’uno per l’altro. Non c’erano antipatie né invidie. Quella è stata la nostra vera forza, ed è lì che nasce quella vittoria».
Fine mondiale, passaggio al Barcellona. Impatto?
«Al Barcellona trovai mentalità e metodologia di lavoro completamente diverse, si lavorava quasi esclusivamente con la palla. Il lavoro fisico “a secco” era minimo e anche l’aspetto tattico era meno accentuato, perché la squadra era composta da giocatori straordinari che avevano già una grandissima intesa. Ho dovuto quindi cambiare completamente approccio e adattarmi a una nuova metodologia, ma è stata un’esperienza estremamente positiva. È chiaro che, considerando la qualità della rosa che avevamo, forse ci si poteva aspettare qualche vittoria e qualche trofeo in più».
Che consigli darebbe oggi a un giocatore italiano che va a giocare all’estero?
«Di fare il maggior numero possibile di esperienze al di fuori del proprio campionato; sono occasioni che ti aprono la mente, ti permettono di conoscere nuove mentalità, nuove culture e nuovi metodi di lavoro. Io, per esempio, ho vissuto due anni meravigliosi in un nuovo Paese, in una nuova città e in un contesto calcistico diverso: mi ha arricchito molto».
La rivincita più bella della carriera?
«Sicuramente Berlino 2006 dopo la finale di Euro 2000. Ma anche lo scudetto del 5 maggio 2002, dopo aver perso all’ultima giornata due anni prima a Perugia».
Veniamo alla Nazionale di oggi: cosa sta mancando secondo lei?
«L’Italia che ha vinto l’Europeo fu costruita su un gruppo molto solido. Penso a Leonardo Bonucci e Giorgio Chiellini, guidato da Roberto Mancini e da Gianluca Vialli. Oggi la Nazionale fa più fatica soprattutto per un motivo strutturale: nei top club italiani giocano pochissimi calciatori italiani. Questo è il vero problema, ed è un problema serio anche per il commissario tecnico che ha poco tempo per lavorare. Un tempo c’erano cinque o sei giocatori della Juventus, cinque o sei del Milan, quattro o cinque dell’Inter, blocchi della Roma, della Lazio: gruppi che arrivavano in Nazionale già rodati, con meccanismi e intese consolidate. Questo rendeva tutto più semplice. Oggi, ad eccezione dell’Inter, nelle grandi squadre ci sono uno o due italiani al massimo».
Vede dei punti in comune tra la sua Juventus vincente e quella dei nove scudetti consecutivi, soprattutto dal punto di vista della mentalità?
«L’analogia della Juventus è sempre stata una: competere per vincere, puntare su grandi giocatori e creare squadre di alto valore. È un Dna che ha attraversato epoche diverse e che rende quei cicli, pur in contesti differenti, paragonabili tra loro».