corriere.it, 25 gennaio 2026
Maccio Capatonda: «Sono un nerd, con i video e il cinema mi proteggo dal pubblico ma ora farò un live in teatro. Vorrei lavorare con Checco Zalone»
Nel suo ultimo film uscito qualche anno fa, Il migliore dei Mondi, Maccio Capatonda è un tecnico informatico un po’ imbranato che grazie a smartphone, social e app è diventato un playboy di Tinder: i nerd, quelli che una volta si sarebbero chiamati «sfigati», grazie alla tecnologia hanno vinto.
Domenica 25 gennaio Marcello Macchia, vero nome del poliedrico comico-regista-attore che con i suoi sketch ha segnato la nuova comicità italiana, sarà a Bologna per partecipare a un talk del Nerd Show, una fiera che è un po’ la celebrazione di quella vittoria culturale.
Capatonda, ma non è che alla fine siamo tutti dei nerd?
«Diciamo che la realtà orma è plasmata in modo tale da rendere più facile la vita, soprattutto nel mondo digitale, renderci tutto più soffice. E questa “sofficità” ha permesso a tante persone, che magari non erano così coraggiose o vogliose di sperimentare un rifiuto o la fisicità reale, di emergere. I nerd, come lo sono anche io, sono persone che vogliono sempre evadere per rifugiarsi in storie e mondi fantastici. Alla fine sono successe due cose: la realtà, attraverso la tecnologia, si è facilitata. E così sempre più persone, che vivevano nella loro evasione, si sono trasformate da semplici spettori in produttori di quella stessa evasione, vivendola in prima persona».
Ennio Storto, il suo personaggio in quel film, è un tecno-entusiasta che a un certo punto si rende conto del lato oscuro del presente: «È un mondo dove la gente si nasconde dietro gli schermi per paura di provare emozioni». Anche lei rimpiange il passato pre-smartphone?
«Quello in cui viviamo è un mondo che abbiamo fortemente voluto, anche io l’ho voluto, e che poi si è realizzato. Se tante persone vogliono una cosa, questa poi si realizza. Da un alto siamo tutti parte dell’aver costruito una realtà digitale dove siamo anestetizzati, dall’altro rimpiangiamo la singolarità dei momenti, la possibilità di vivere cose che non torneranno più nel tempo. Tutto si è un po’ svalutato, perché abbiamo a disposizione tutto e in ogni momento. Certe volte si sente questa voglia di riavvolgere il nastro, tornare a vivere esperienze che sono singole nello spazio e nel tempo. Dopo il Covid è successo ancora di più: il fatto che abbiano ripreso piede i concerti dal vivo, gli spettacoli a teatro, la stand-up comedy: c’è una dimensione live di cui il pubblico ha bisogno, soprattutto oggi che possiamo vedere qualsiasi cosa in qualsiasi momento».
A proposito, nell’ultima intervista al Corriere della Sera lei aveva parlato della possibilità di realizzare un suo primo spettacolo live, magari in coppia con Herbert Ballerina (nome d’arte del comico e attore Luigi Luciano, ndr.). Il progetto è andato avanti?
«Sì, ho già scritto una prima stesura dello spettacolo e stiamo lavorando al casting. Purtroppo con Herbert non riusciremo a farlo insieme, non per qualche motivo particolare ma perché lui ha già i suoi impegni. Ci sarà un altro cast e sarà uno spettacolo corale, confido possa vedere la luce il prossimo autunno. Sarebbe il mio primo spettacolo live, per me è una bella sfida. Girare video ti permette di controllare la realtà in maniera precisa, a teatro ti esponi agli imprevisti. Magari il pubblico non ride».
Le è mai capitato un incubo in cui è davanti a un pubblico sterminato, lei fa una battuta e nessuno ride? Un po’ come ritrovarsi nudi davanti a una platea durante un discorso.
«Io ho sempre avuto l’incubo di essere vestito davanti a una platea. La dimensione live mi affascina proprio perché non ho mai avuto quell’incubo, non mi sono mai messo nella condizione di avere degli spettatori davanti, qui e ora. Mi sono protetto dal pubblico e dai suoi feedback attraverso i video e il cinema. A teatro quella barriera non ce l’hai, il fallimento può essere dietro l’angolo, ma credo sia bellissimo instaurare una relazione così diretta con il pubblico. Sarà una grande soddisfazione».
La sua passione per i generi cinematografici è nota, soprattutto quella per l’horror: girerà davvero un film dell’orrore «puro», senza gag surreali e calembour linguistici?
«Vorrei fosse il mio prossimo progetto dopo il teatro. Un horror che abbia momenti di paura veri, ma anche qualcuno più leggero. Il progetto mi stuzzica tanto, ma adesso mi devo occupare dello spettacolo a teatro».
Comico, attore, sceneggiatore, regista, youtuber: qual è il vestito che le calza di più?
«A me piace essere creativo, sicuramente autore. Tutto parte sempre dalle idee, ideatore è una bella definizione. Ma poi serve anche la performance. Diciamo “ideattore”, con due t».
Quanto Marcello Macchia c’è in Maccio Capatonda? E quanto Maccio Capatonda in Marcello Macchia?
«Maccio per me non è un alter ego, è solo il nome con cui la gente mi conosce. Non è mai stato un personaggio “creato”, come Padre Maronno, Mariottide, Jim Massew. Maccio Capatonda c’est moi. Potrebbe essere considerato il mio io famoso, ma io resto me stesso in tutte le situazioni».
Lei ha detto di apprezzare il comico inglese Ricky Gervais, che da anni sta facendo una crociata contro il politicamente corretto applicato alla comicità. Le è mai capitato di riscrivere una battuta per paura che sollevasse un polverone?
«Non mi sono mai posto il problema, forse perché mi sono autocensurato senza accorgermene. O forse perché la mia comicità, più che sul politicamente scorretto, si basa sul linguisticamente scorretto. Devo dire però che forse ci sono stati diversi video del passato che, se li facessi oggi, probabilmente non potrebbero essere mandati in onda…».
Visto che siete entrambi tra i pilastri della nuova comicità italiana, la domanda è inevitabile: com’è il suo rapporto con Checco Zalone e i suoi film?
«A livello personale non ci siamo ancora conosciuti. Una mezza volta, direi, perché Herbert prese parte al suo secondo film, Che bella giornata. Di Checco Zalone posso dire che mi piacciono molto i suoi film. Li trovo ritmati, azzeccati, efficaci comicamente. Sono dei begli orologini di comicità. Riconosco il suo talento non solo al cinema, ma anche in generale nella scrittura e nella musica. Nelle canzoni, anzi, credo sia ancora più forte la sua capacità di cogliere le idiosincrasie dell’italiano. È un comico che stimo molto».
Potreste lavorare insieme? O i vostri mondi comici, per così dire, cozzerebbero?
«Secondo me sì, perché no? Ho lavorato anche con Carlo Verdone ed è stato bellissimo. Lì era decisamente più difficile fare unire i nostri mondi, invece ci siamo riusciti alla grande. Con Checco Zalone penso sarebbe ancora più semplice».