Corriere della Sera, 28 gennaio 2026
L’ultima nevicata di Gobetti
«Nell’ora in cui sei partito, una nevicata fitta, bianca, improvvisa. Quasi avesse voluto, gelida e chiara, irrigidire un poco lo strazio della separazione». Ada Gobetti tiene un diario che si assomma alle centinaia di lettere scambiate con il marito da quando aveva sedici anni e lui diciassette. Sul fiacre che da via Fabro 6 lo sta portando alla stazione, il 3 febbraio 1926, Piero chiede al vetturino di andare, ma piano, e annota: «Per l’ultima visione di Torino attraverso la botte di vetro traballante che va nella neve… Saluto nordico al mio cuore di nordico».
Piero Gobetti, quasi 25 anni, ha già fondato tre giornali («Energie Nove», «La Rivoluzione liberale», «Il Baretti») e una casa editrice con all’attivo un centinaio di libri di autori che occuperanno un ruolo di primo piano tra gli intellettuali del Novecento italiano: Salvemini, Nitti, Salvatorelli, Sturzo, Amendola, Einaudi, Ruffini, Passerin d’Entrèves, Sapegno, Missiroli, Prezzolini, Dorso, Tilgher, Papafava. Anche Ossi di seppia di Eugenio Montale e Amedeo ed altri racconti di Giacomo Debenedetti, nonché Italia barbara di Kurt Erich Suckert, alias Curzio Malaparte, con la dicitura: «Presento al mio pubblico il libro di un nemico…». Per quell’impresa ha ideato un motto: «Che ho a che fare io con gli schiavi?», deciso dopo il suo secondo arresto (29 maggio 1923), un evidente riferimento alla morale intransigente dell’uomo libero in tempi di schiavitù esaltata da Vittorio Alfieri nella tragedia Virginia: «Ai pochi, ai liberi ed ai forti io parlo».
Su quella botticella di vetro Gobetti sta lasciando Torino qualche mese dopo l’ultimo pestaggio subìto a opera di dodici squadristi, che se lo rimpallano mentre lui scalcia a vuoto, come Matteotti sul lungotevere. Mussolini aveva spedito un telegramma al prefetto sabaudo: «Rendere difficile vita questo insulso oppositore governo e fascismo».
Tre giorni prima della marcia su Roma, su «La Rivoluzione liberale» Piero aveva scritto: «Di fronte a un fascismo che con l’abolizione della libertà di voto e di stampa volesse soffocare i germi della nostra azione formeremo bene, non la Congregazione degli Apoti, ma la compagnia della morte». Gobetti è tra i pochi a non farsi illusioni sul fatto che il fascismo sia un fenomeno passeggero. Per lui è l’«autobiografia della nazione», la prosecuzione, anzi la sublimazione della sempiterna Italia dei furbi e dei servi.
I sette anni gobettiani, dal 1918 al ’25, sono fondamentali per la storia nazionale e per quel laboratorio di idee che è Torino. È il tempo delle disillusioni alla fine della Grande guerra, si spengono le false speranze e affiorano le dure certezze, emergono gli inganni e si trasformano in feroci odi. Al «biennio rosso» corrisponde l’ascesa violenta del fascismo. Lo stato liberale è agonizzante.
A diciassette anni Gobetti fonda «Energie Nove» per «portare una fresca onda di spiritualità nella gretta cultura di oggi». È anche l’occasione per scrivere a quella ragazza che incontra nell’androne del palazzo e alla quale non ha il coraggio di rivolgere la parola: «Gentile signorina, era proprio ineluttabile che nell’autunno del 1918 io dovessi armarmi di tutta l’impertinenza di cui sono dotato… Ho deciso di fondare un periodico studentesco…». Le chiede di collaborare e da lì nascerà una straziante storia d’amore e d’intesa intellettuale.
Quando poi avvia «La Rivoluzione liberale», Gobetti è ormai convinto che la crisi morale dell’Italia sia l’eredità negativa di come è avvenuto il processo unitario. Una rivoluzione, ritiene, o è liberale nel senso di liberatrice, o non è. La «nostra rivoluzione» avrebbe dovuto farla la borghesia, che invece si è sottratta al suo compito incantata da nostalgie reazionarie. Così, non avendo ancora coscienza di chi fossero Lenin e Trotskij e nemmeno considerando Stalin, immagina, sulla base dell’esperienza dei comitati di fabbrica, che solo la classe operaia possa, in quel momento, alzare il vessillo della libertà. Resta fedele alla tradizione liberale, ma si avvicina al movimento operaio senza condividere le idee dell’amico Gramsci. Luigi Einaudi, pilastro, insieme a Salvemini, del pensiero di Gobetti, in un articolo sul «Corriere della Sera» del 14 ottobre 1922 lamenta la decadenza della cultura piemontese: «L’intellettualismo militante sembra essersi rifugiato… in qualche semiclandestino organo giovanile, come il settimanale “Rivoluzione liberale”, sulle cui colonne i pochi giovani innamorati del liberalismo fanno le loro prime armi e, per disperazione dell’ambiente in cui vivono, sono ridotti a fare all’amore con i comunisti de “L’ordine nuovo”».
Norberto Bobbio, che di Piero ha scritto per tutta la vita, si diceva «incredulo» per una simile prodigiosa giovinezza: «Se Croce o Gramsci fossero morti a 25 anni sarebbero ricordati il primo come un giovane studioso di storia locale, il secondo come una sicura promessa di un giornalismo insieme colto e polemico». Invece quell’esistenza consumatasi in così pochi anni risulta compiuta. E in quei sette anni Gobetti assolve anche l’obbligo militare, si laurea in giurisprudenza a pieni voti con lode e viaggia. È a Firenze, Roma, Palermo. È a Gorizia, dove, ventunenne, commemora Scipio Slataper, dal quale mutua la parola «arido», in un’accezione positiva, per definire il proprio carattere. Si rifà, immaginiamo, a quel lirico passaggio di Il mio Carso: «Ogni suo filo d’erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l’arsura per aprirsi». Nell’estate del 1925 è in Inghilterra e in Belgio, dove trae suggestioni per le sue riviste.
Di ritorno a Torino, oltre alle botte, l’ordine di Mussolini si concretizza nella sospensione delle pubblicazioni de «La Rivoluzione liberale». A Prezzolini, nel novembre del 1925, scrive: «Potrei venire a patti ma non lo farò. È probabile che decida di venire a Parigi… a lavorare come editore». Un mese dopo, Ada partorisce il loro bambino, Paolo, soprannominato «Pussin», e lo implora di ritardare la partenza, ma Piero è determinato a «non venire a patti». Passa a salutare il professor Einaudi e, per sviare chi lo sta pedinando, raggiunge Parigi passando per Genova, dove alla stazione lo attende Eugenio Montale.
Il suo cuore, che già soffre di scompensi, è indebolito dalle botte e dall’ansia. Appena arrivato nella capitale francese si ammala di polmonite. Lo assistono gli amici Francesco Fausto e Francesco Saverio Nitti, Giuseppe Prezzolini e Luigi Emery. A nulla valgono le cure nella clinica di Neuilly-sur-Seine. Il suo cuore si ferma nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926, cent’anni fa. Lo accompagnano al cimitero parigino Père-Lachaise liberali, socialisti e operai che non ha mai conosciuto. Giovanni Amendola, anche lui vittima dalle squadracce, si trova in quei giorni nello stesso ospedale (morirà il 7 aprile). Quando gli dicono che Piero è spirato, fa mandare al suo capezzale un mazzolino di viole. Per qualche giorno la Torino intimorita dai manganelli e dall’olio di ricino esce dalla tana e va ad abbracciare Ada in via Fabro. Ma è un raggio di sole, la cappa ridiscende e anche «Il Baretti» presto sospenderà le pubblicazioni.