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 2026  gennaio 28 Mercoledì calendario

Intervista a Francesco Oppini

Francesco Oppini è la fotocopia del padre Franco. Ma la velocità è della madre Alba Parietti, precisa identica. Educato, rispettoso dei ruoli, è riuscito a trasformare in lavoro le due passioni che aveva da bambino: le auto e il calcio. Le prime, le frequenta nella concessionaria di cui è socio a Biassono, in Brianza. Il secondo, lo commenta in tv al Processo al 90° su Rai 2 e al Netweek Calcio Show sul Canale 61, dove è il telecronista ufficiale (e dunque faziosissimo) della Juve. Negli anni non gli sono mancate le scorribande televisive, dal Maurizio Costanzo Show a Pressing a Tiki Taka – La repubblica del pallone. Ora è ospite abituale de La volta buona di Caterina Balivo. Due reality show da concorrente (La Fattoria e Il Grande Fratello Vip), il suo cuore batte per Francesca Viverit, ex nuotatrice. È giornalista pubblicista dal 2024.
Mai tentato di seguire la strada del professionismo?
«All’inizio, forse: mi ero iscritto in Scienze dei Beni culturali, su suggerimento di Vittorio Sgarbi. Diedi pure l’esame più difficile di letteratura italiana e presi 28, una rivalsa sui 6 del liceo».
E perché non proseguì?
«Dopo un anno dissi ai miei che volevo lavorare. La loro paghetta era di cento euro a settimana: mi ha insegnato a dare valore ai soldi. Ma io volevo l’indipendenza. Così feci dei colloqui e fui preso dalla Bmw, dove ho lavorato come venditore dal 2003 al 2009».
L’auto era il suo pallino.
«Sì. Da piccolo sognavo di fare il pilota di Formula 1. A scalare: meccanico, gommista e benzinaio. La carriera di pilota, però, fu stroncata quasi subito da mia madre».
Com’è possibile?
«Tra i 10 e i 12 anni correvo in kart, alle gare mi accompagnava mio padre. Un giorno chiese a mia madre di sostituirlo. Quando lei vide il nostro livello, si buttò in mezzo alla pista fermando tutto. Fine della carriera».
Ci rimase tanto male?
«Altroché, ma tenni tutto dentro. I miei avevano l’affido congiunto e io ero sempre molto sereno con entrambi. Quella volta, però, mi era sembrato di dover scegliere tra loro. Lei cercò di risarcirmi con il motorino, ma non potevo usarlo fuori Basiglio».
Il primo piede nel mondo dello spettacolo lo mise nella «Fattoria» di Daria Bignardi.
«Lavoravo già in concessionaria, ma quando dissi al titolare, Beppe Agnesi, quanto mi avrebbero pagato, rispose che non potevo rinunciare. Con quei soldi comprai la prima auto da rivendere e iniziai la mia attività indipendente, che decollò dopo la morte di nonna, quando mamma mi regalò una parte dell’eredità».
Potesse vivere di un solo mestiere, sceglierebbe giornalista o venditore d’auto?

«I miei genitori un giorno facevano Sanremo o Domenica in e poi non lavoravano per mesi: il piano B ci vuole».

Qual è il primo ricordo con sua madre?
«È indotto da una foto: lei ha 21 anni e mi tiene in braccio nella cascina dei nonni materni a Costermano sul Garda, dove trascorrevo ogni estate: ce l’ho tatuata, vede?».
Una immagine con entrambi i suoi genitori?
«È una foto in bianco e nero, con mio padre che fa la faccia da scemo, io che rido e mia madre che è più assorta».
Cos’ha preso da entrambi?
«Da mio padre la disponibilità, la bontà e la permalosità. Da mia madre il rispetto, l’etica e il rinfacciare le cose. L’educazione da entrambi».
Sua madre quante volte al giorno la chiama?
«Troppe. Soprattutto per il nulla. Così succede che alla quinta, che è davvero importante, io non rispondo».
Il suo successo le dava fastidio o la inorgogliva?
«Alle elementari e alle medie fui parecchio bullizzato. Non volevo che mi venisse a prendere a scuola, perché magari arrivava da una trasmissione tv super tirata, truccata, con tacchi vertiginosi, la pelliccia, ed erano cori da stadio. Quando uscì il Macellaio fu un disastro».
Lei lo vide al cinema?
«No. Lo guardai a 28 anni e mi dissi: tutto ‘sto casino per niente? I miei compagni erano proprio dei cretini».
Con sua madre ne parlò?
«No e sbagliai, perché la colpevolizzai. Ma negli ultimi anni ho seguito un percorso con lo psicologo che mi ha fatto capire tante cose. Il Grande Fratello mi ha aiutato».
Anche lì accettò per i soldi?
«No, lì volevo togliermi di dosso l’etichetta di “figlio di” e farmi conoscere per quello che ero: uno che vendeva auto da anni e che da anni cercava di farsi spazio nello sport. Non un raccomandato».
A quale ex di sua madre si è più affezionato?
«A Giuseppe Lanza di Scalea. Mi è stato vicino in tanti momenti: dalla perdita delle nonne alla morte della mia fidanzata Luana in un incidente stradale, nel 2006. Era riservato, educato, il classico Gattopardo. È mancato mentre ero al Grande Fratello, prima lo sentivo tutti i giorni. Quando sono uscito, visto che mia madre non lo nominava chiesi di lui e lei scoppiò a piangere. Io a ruota».
Come superò la scomparsa della sua fidanzata?
«Mi aiutarono i Pink Floyd, più degli psicofarmaci. E il lavoro: per sei mesi in Bmw feci risultati record».
Ha dichiarato di essere stato per sua madre più un fratello che un figlio.
«Anche un fidanzato».
Un bel complesso di Edipo.
«Ma no, è che a volte mi scambia per il fidanzato: si offende se non riesco ad andarla a prendere alla stazione... Quando mi sfogo con mio padre, lui scherza: “Io ho divorziato, tu non puoi!”».

Suo padrino è Jerry Calà.
«Per me è uno zio, come Umberto Smaila, Barbara D’Urso, Mara Venier: persone divertenti che ho sempre frequentato in casa, una più pittoresca dell’altra».
Vantaggi?
«Tante comodità. Per trovare un tavolo al ristorante bastava dire che ero figlio di Franco Oppini e di Alba Parietti. Poi pagavo come tutti».
Con le ragazze?
«La mamma sex symbol creava molte aspettative! Invece fino ai 20 anni ho pensato solo al calcio, alle auto e agli amici. Ero imbranato. A 16 anni il sabato pomeriggio anziché andare in discoteca preferivo giocare a pallone o al calciobalilla in oratorio».

Incontri emozionanti?
«Paolo Villaggio, a Cortina. Ma un minuto dopo l’emozione passò: non era Fantozzi».
Celebrità internazionali?
«Una volta venne a prendermi a scuola il fratello di Michael Jackson, Randy».
Che cosa?!
«I miei lo avevano conosciuto a New York. Era a Milano per lavoro e mi portò in dono una coppola in pelle. La indossai a scuola, spiegando che me l’aveva regalata lui, ma la mia prof di inglese non ci credette. Poi quando lo vide all’uscita restò di sasso».
Del Piero?
«Lo incontrai a Torino agli allenamenti grazie a mia madre, molto amica di Romy Gai. Ci sono foto in cui sono imbambolato! Ho anche avuto il piacere di conoscere l’Avvocato Agnelli».
Racconti tutto.
«Ne ho sempre avuto gran rispetto. E ho un ricordo personale di mia madre che si inginocchia davanti a lui e gli fa il baciamano, mentre lui prova a ritrarsi. Avevano un rapporto amichevole. Forse mio nonno granata e partigiano non avrebbe apprezzato...».
Ancora tentato dai reality?
«Mi avevano chiesto di fare Pechino Express con mamma, ma entrambi abbiamo detto di no. Mi piacerebbe andarci con la mia fidanzata Francesca: è una gran sportiva, fa viaggi pazzeschi».
La volta che ha fatto più arrabbiare sua madre?
«Quando rischiai la stessa sorte del figlio di Simona Ventura, fuori da un locale. Erano le 4 del mattino, lei mi aveva chiamato per sapere dove fossi, ma aveva risposto un mio amico dicendo che ero con i poliziotti. Arrivò come un fulmine con le pantofole pelose. E sbraitò come se non avessi 28 anni».

E il più bello?
«Non so se è bello, ma è il più intenso. È quando è mancata mia nonna, a Torino. Per la prima volta vidi tutta la fragilità della donna indistruttibile che fingeva di essere».