Avvenire, 27 gennaio 2026
Il voto “farsa” in Myanmar: la giunta fa incetta di seggi
Pochi i dubbi che il partito dei militari Union Solidarity and Development Party (Usdp) abbia vinto le elezioni in Myanmar. Il risultato era già scritto ma più che dare avvio a un “nuovo corso” per il Paese, esso sottolinea l’avvicinarsi del primo febbraio, quinto anniversario del colpo di stato che ha ripiombato il Paese nella dittatura. L’8 novembre 2020, nella sola elezione democratica dal 1962, l’Usdp era quasi scomparso davanti al 90 per cento dei voti andati ai democratici che avevano come riferimento la premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, oggi prigioniera come buona parte della leadership democratica.
Non si hanno certezze sulla diffusione dei risultati ufficiali, ma le fonti del regime sono sicure della vittoria in una tornata elettorale garantita da un forte dispiegamento di sicurezza, accompagnato da continui bombardamenti sui civili per piegarne la resistenza e dal flusso costante nei centri di raccolta di nuovi profughi, ormai prossimi ai quattro milioni. La retorica ufficiale nasconde la povertà di consensi e di vera libertà di esprimerli in una consultazione che ha visto tre diverse fasi (28 dicembre, 11 e 27 gennaio), ma possibile soltanto in aree sotto il controllo delle forze armate o di gruppi etnici ad esse fedeli. Nessuna voce discordante con le finte promesse di democrazia e progresso è stata accolta, nessuna amnistia è stata proclamata per alleggerire le carceri di almeno 22mila detenuti politici in molti casi sottoposti a tortura e non è emersa alcuna notizia di Aung San Suu Kyi di cui si temono le precarie condizioni di salute dopo cinque anni di privazione della libertà per convincerla a partecipare al progetto di “restituire il potere” a una popolazione per metà alla fame.
Dopo avere testardamente imposto il voto nonostante il boicottaggio delle forze democratiche e di buona parte delle componenti etniche, nonostante le pressioni internazionali e nonostante l’accusa di genocidio contro i vertici delle forze armate per la persecuzione dei musulmani Rohigya, il generale Min Aung Hlaing è ora pronto a consegnare il Paese nelle mani di un governo di civili che garantisca a lui e ai suoi complici immunità e benefici. Come già comunicato, nel nuovo corso “democratico” resterà in vigore la Costituzione approvata dai militari nelle fasi finali della dittatura durata mezzo secolo fino al 2010. Nel nuovo Parlamento un quarto dei seggi sarà garantito a esponenti (non eletti) delle forze armate e gli altri andranno a rappresentanti ad esse favorevoli, perlopiù interni all’Usdp. Min Aung Hlaing avrebbe declinato l’offerta di mettersi a capo del nuovo governo che, come quello provvisorio che ha guidato il Paese negli ultimi mesi, avrà un’autonomia limitata ma dovrà in qualche modo, almeno per alcuni suoi componenti, cercare un dialogo con le opposizioni per individuare la via d’uscita da un conflitto civile dall’esito incerto ma che il mondo segue con attenzione. «Scontato l’esito favorevole ai militari, l’unico, vero risultato elettorale dovrà essere la risposta della comunità internazionale», ha segnalato l’esperto dell’Onu Tom Andrews, perché, ha ammonito, «l’accettazione internazionale di questa azione fraudolenta farebbe tornare indietro l’orologio di una soluzione della crisi».