il Giornale, 27 gennaio 2026
Quando Clark Gable arrossì davanti alla giovane Oriana
Esce oggi in libreria per Bur Rizzoli Da grande farò la giornalista. 1947-1953: i primi passi al «Mattino dell’Italia centrale» di Oriana Fallaci (pagg. 222, euro 13). Si tratta di una raccolta di articoli e interviste, a cura di Giuseppe Fedi e Piero Meucci (l’Introduzione del volume è di Ferruccio de Bortoli), risalenti al periodo di Oriana come apprendista al Mattino dell’Italia centrale di Firenze, e che rivelano già il suo «marchio di fabbrica» per stile e passione: pezzi su processi, sul caso Brandimarte e della «banda Martelloni», reportage sulla condizione delle donne e su eventi mondani con protagonisti celebrità come lo stilista Christian Dior, il romanziere John Steinbeck, attrici come Gloria Swanson e Ivy Nicholson. Nel brano che, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo in questa pagina, datato 14 maggio 1953, la Fallaci (che ha quasi 24 anni) si trova all’Excelsior di Firenze con di fronte Clark Gable, il divo di Via col vento. Il quale, nel testa a testa con Oriana, si rivela timido e imbarazzato...
14 maggio 1953
Clark Gable è giunto a Firenze pochi giorni fa, con una lunga automobile americana, dieci valige e una signora bionda, assai bella, che parla francese. L’ultima volta che Clark Gable venne in Italia fu nel novembre scorso. Era reduce dal divorzio con la quarta moglie, Lady Silvia Ashley, e viaggiava solo. A Milano fu visto, di sfuggita, in piazza del Duomo. A Firenze passò di striscio, il tempo di bere un whiskey e di comprare una camicia. A Roma restò una settimana ed ebbe un successo memorabile. Le più belle signore romane, aristocratiche e no, giovani o meno, si strapparono i capelli per intervenire alla conferenza stampa che il produttore della Metro Goldwin Mayer aveva organizzato. Nel più bello della festa, si volatizzò. Aveva chiamato un taxi ed era andato a girare per Roma. L’autista, che era un fiorentino, gli chiese se conosceva Firenze. Clark Gable disse di no. L’autista si fece promettere che ci sarebbe andato. Clark Gable promise. Poi l’autista, che era anche un filosofo, gli consigliò di non andarci solo. «È un peccato vedere un uomo come lei senza una bella donna accanto» disse, Clark Gable annuì e promise anche questo. La signora che viaggia con lui si chiama Susanne Dadolle ed è fra i venticinque e i trent’anni; alta, sottile ed estremamente elegante. Assomiglia a Carole Lombard, la sua terza moglie che morì in un disastro aereo e che egli, ancora oggi, racconta con le lacrime agli occhi di aver amato più di ogni altra. Nel tono di voce e negli atteggiamenti troppo sofisticati, si dice che assomigli anche a Lady Ashley, la quarta. È la prima volta che appare in pubblico con lui.
Prima di venire a Firenze sono stati a Venezia, città molto adatta agli incontri sentimentali. Sembra sia lei la signora misteriosa alla quale quest’inverno, quando si trovava in vacanza a Villa d’Este, Clark Gable telefonava ogni sera, parlando in francese. Sembra anche che a causa di lei Gable adori Parigi e cerchi di convincere il produttore del suo prossimo film a girare gli esterni a Parigi. Per questo film, non c’è pronto che lui: si sa solo che è una commedia brillante, devono essere ancora scelti gli altri interpreti, il regista e la località. Il produttore appare incerto, penserebbe a Londra, Gable ogni giorno gli telegrafa e insiste per Parigi. In questi ultimi tempi non è molto cambiato. Non è più malinconico, come quando girava solo per Roma, ripensando ai suoi guai con Lady Silvia. È contento, veste con cura esagerata. È ben vero che i calendari di Hollywood lo includono nella lista dei dieci attori meglio vestiti d’America, eppure mai, come ora, le sue cravatte erano state così di buon gusto ed i pantaloni avevano una piega così rigida. Dicono che, al contrario di Gary Cooper il quale, quando è innamorato incomincia a vestirsi con impossibili pantaloni alla cow-boy e con insopportabili camicie a quadri, Clark Gable diventi sophisticated. Louella Parsons, la pettegola di Hollywood, se sapesse queste notizie scriverebbe senz’altro che Clark Gable è alla vigilia del suo quinto matrimonio. E lo scriverei anch’io se, proprio ieri, Mister Gable mi avesse detto di no. È assai difficile avvicinare un uomo timido e apparentemente scontroso come Clark Gable. Dinanzi ad un giornalista o ad una persona sconosciuta, Clark Gable diventa rosso, assume una espressione allarmata, si gira intorno in cerca di aiuto. È proprio tutto il contrario di quello che i personaggi dei suoi films e le sue molte avventure matrimoniali ci farebbero pensare. Del resto non è un mistero che a fare lo spavaldo e l’irresistibile dinanzi alla scena gli costa un’enorme fatica e lui stesso confessa, se riuscite a farvelo amico, che dinanzi alle donne si sente in ogni occasione timido e imbarazzato. Quando parla sta con la testa incassata dentro le spalle e stringe continuamente le sue grosse mani da boxeur. Ad ogni domanda vi osserva con aria impaurita, nel timore che siate per chiedergli qualcosa di troppo difficile o a cui non saprebbe cosa rispondere. Se la domanda è innocua, la bocca si spalanca in un sorriso pieno di gratitudine, come un bambino liberato dagli esami. Spesso si lascia aiutare da un bicchiere di whiskey, e anche da due. «Non dovrebbe mai mancare un buon bicchiere di whiskey quando parli con una donna», dice col suo sorriso irresistibile, «è come avere accanto un amico che ti incoraggia». Siamo nella hall dell’albergo Excelsior; a un metro di distanza, il divo nei panni di tutti i giorni.
Mister Gable è uno degli uomini meno brillanti che l’America ci abbia mandato ed anche uno dei più modesti e simpatici. Sostiene, dopo un sorso di whiskey, di non essere nemmeno un grande attore e di non capire perché, fino ad oggi, le cose gli sono andate così bene. «Ho girato cinquantacinque films nella mia vita, e nemmeno in uno mi sono piaciuto quando negli studios l’ho visto proiettare», dice sorridendo. Ha una vocina sottile, a tratti acuta, insospettabile in un uomo così robusto e apparentemente così rude. Ogni tanto se ne ricorda e allora, ubbidiente ai consigli dei suoi agenti di pubblicità, cerca di cambiarla dandole un tono basso e profondo. Ma sono sforzi che durano poco e, quando il discorso è troppo lungo o interessante, ecco che la vocina si riaffaccia, curiosa e inopportuna. Quella che i doppiatori gli hanno regalato gli si addice molto di più. «Però mi piacerebbe che in Italia si avesse, sulla mia recitazione, un parere diverso dal mio dice perché mi piacerebbe girare un film italiano». Clark Gable va poco al cinematografo ma i films italiani che ha visto gli sono sembrati tutti eccellenti e quelli di Rossellini lo hanno incantato. Darebbe dieci anni di carriera per girare un film con Rossellini. Gable è amico di Ingrid Bergman, che considera l’attrice più brava e la donna più dolce che abbia mai conosciuto, e a Roma, appena arrivato, andrà dai coniugi a far loro una visitina. È evidente che, per un uomo da decine d’anni affogato nel cinema come lui, il cinema è la cosa che lo interessa di più. Ma si intende anche di letteratura ed è molto amico di Faulkner, di Steinbeck e di Hemingway. Hemingway è forse il suo amico più caro e da lui ha imparato ad amare la pesca, la caccia ed il golf. L’unica cosa a cui lo scrittore non sia riuscito a convincerlo è la caccia grossa e due mesi fa, quando era ancora in Africa con Ava Gardner per girare Mogambo, ricevette da Ernest una lettera piena di rimproveri per non avergli ancora mandato in regalo un trofeo importante. «Ernest», gli rispose, «è una cosa più grossa di me. A sparare su un leone impagliato per il mio regista ci arrivo, ma ad uno vero per te, no. Scusami Ernest: gli uccelli sono troppo meno pericolosi». Malgrado questo, assomiglia ad un personaggio di Hemingway: per la sua ingenuità, per la sua capacità di bere e per il suo modo di godere la vita. Un po’ meno per il suo modo di scegliere e cambiare le mogli.
A nome delle signore italiane gli chiedo cosa pensi del matrimonio, dopo tante sfortunate esperienze.
«Ah!» dice; «è una gran bella istituzione».
«E allora, sta per sposarsi?».
Rapidamente arrossisce e mormora che, per ora, non ci pensa nemmeno. È tanto l’impegno che mette nell’agitare la testa che pare sincero.