ilfattoquotidiano.it, 27 gennaio 2026
Annunciato sciopero dei porti nel Mediterraneo: blocco in 21 scali
“Il 6 febbraio, con uno sciopero di 24 ore, bloccheremo 21 porti nell’area del Mediterraneo“. Ieri, al Cap di via Albertazzi a Genova, l’assemblea convocata dal Calp e Usb ha lanciato la giornata internazionale di sciopero contro la guerra, alla quale prenderanno parte dieci porti italiani. Oltre a Genova, ci saranno mobilitazioni a Livorno, Trieste, Ravenna, Ancona, Civitavecchia, Salerno, Bari, Crotone e Palermo. José Nivoi, sindacalista del Collettivo autonomo lavoratori portuali di Genova e dell’Usb, spiega al Fatto la geografia della mobilitazione: “Saranno mobilitati 21 porti del Mediterraneo: dalla Grecia alla Spagna, dal Marocco alla Turchia. La guerra non è un tema “esterno” al lavoro, è una scelta politica che pesa sulla busta paga”. Nivoi rivendica un percorso nato a Genova e poi allargato, tra mobilitazioni e incontri tra porti in questi anni, “con l’accelerazione degli ultimi tre anni in solidarietà alla Palestina“. Oggi il bersaglio dichiarato è il riarmo europeo, che per i portuali “va a impoverire ulteriormente i lavoratori”.
A Genova lo sciopero inizierà con un presidio alle 18.30 al varco di San Benigno aperto alla cittadinanza. I porti turchi e greci partiranno “un’ora dopo” per il fuso orario. Gli altri, invece, faranno “blocchi dei porti e manifestazioni dalle ore 18 in poi”, nello stesso momento. La mobilitazione, trainata soprattutto dai portuali italiani e greci, è anche un test per chi a questa data ha preferito non aderire ufficialmente, pur avendo partecipato al percorso organizzativo,
e condividendone lo slancio, come, per ora, i francesi: “Uno sciopero internazionale così non è mai stato fatto. È la prima volta che un settore si muove su parole d’ordine non solo strettamente lavorative ma anche etiche e politiche”.
Scopo della giornata di blocchi è produrre un impatto sui lavori portuali “per dire chiaramente che i lavoratori non saranno complici dell’economia di guerra”. Presente all’assemblea anche Carlo Tombola, dell’Osservatorio sulle armi nei porti – Weapon Watch: “Quando abbiamo iniziato a occuparci delle filiere delle armi con il Calp era evidente una sproporzione tra la filiera internazionale della guerra e le lotte sindacali divise tra i singoli porti. Mancava quella controparte, che oggi stiamo vedendo, all’altezza di questa internazionalità”. Per Tombola mantenere vivo questo coordinamento non è solo una questione di scioperi, ma è anche funzionale a “svelare le catene logistiche militari” e a far capire “il punto in cui siamo arrivati. Deve passare il messaggio che la guerra colpisce gli interessi di tutti, tranne quelli che nella guerra ci guadagnano”. Anche per Francesco Staccioli, Usb, si tratta di un unico meccanismo in cui “guerra e sfruttamento” si tengono: “La guerra è l’altra faccia della medaglia dello sfruttamento dei lavoratori e delle risorse”. Nel suo intervento allarga il fronte oltre i porti e chiama in causa le ferrovie: parla di “militarizzazione” e di “treni carichi di armi”, da “bloccare come fatto con le navi”.