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 2026  gennaio 27 Martedì calendario

Intervista a Silvana Armani

Silvana Armani ha il destino scritto nel nome. È la nipote di Giorgio Armani e ha lavorato a lungo al suo fianco sulle sue linee donna. Ora, dopo la scomparsa dello stilista lo scorso 4 settembre, guida il womenswear di Giorgio Armani, di Emporio e la haute couture Armani Privé che sfila stasera a Parigi. È la sua prima prova nell’alta moda e la prima collezione creata senza lo zio.
Come si sente?
«Come una che deve dare un esame. Ma spero di passarlo, ho avuto un ottimo professore. Sono stata accanto allo zio ogni giorno lavorativo degli ultimi 40 anni: lui la chiamava “la palestra” e mi ha davvero rafforzato. All’inizio ero nel panico, perché di signor Armani ce n’è uno solo. Finché mi sono detta: conosci il suo metodo e il suo pensiero. Vai e fai il tuo».
Si chiede come avrebbe fatto lui?
«Ogni istante. Per poi magari fare il contrario e non per mancanza di rispetto. Rendo la sua visione a modo mio: basta con i cappellini, per esempio. Lui li adorava, io no».
Differenze tra Armani nel privato e al lavoro?
«A casa era lo zio, al lavoro lo chiamavo il signor Armani, come tutti. Se era in buona, era divertentissimo: alle prove si metteva gli orecchini e le acconciature delle modelle, scherzava, rideva. Quando era arrabbiato, era complicato: appena lo si sentiva arrivare urlando, in ufficio si creava il vuoto».
Leo Dell’Orco, compagno, braccio destro di Armani e designer dell’uomo, dice che lei era più remissiva.
«Mi sarei messa di traverso se avesse fatto una giacca con tre maniche. Ma se Armani è quello che è oggi è grazie alle sue decisioni».
Dell’Orco era il solo a opporsi?
«Quando era davvero arrabbiato, allo zio bastava un “Leo…” a bassa voce per fargli fare dietrofront. Ma ora che lavoriamo tanto insieme, Leo e io non siamo più cane e gatto come in passato. Non ci becchiamo più e andiamo d’accordo».
Ci è rimasta male che Armani abbia designato lui come presidente della Fondazione?
«Per niente, Leo era la persona che gli era più vicina: è stata la scelta giusta. E poi, per suo volere, le decisioni più importanti vengono prese collegialmente. Leo da solo non può farlo, e neppure io».
Il testamento è stato molto preciso.
«Ha indicato pure a chi dare i cuscini del divano, incredibile».

La camera ardente a Milano è stata visitata da sedicimila persone. Però sono mancati i suoi colleghi. A parte Santo e Donatella Versace, Angela Missoni e pochi altri, non si sono visti i grandi italiani.
«Ma chi c’è rimasto di grande? Credo che Valentino non potesse muoversi, lui e Giammetti hanno mandato una bellissima corona».
Intendevo Prada, Dolce & Gabbana. I big milanesi.
«Ah, scusi. Parlava di grandi, io facevo il paragone con Armani… Ma no, non me ne sono accorta».
Dopo aver fatto l’indossatrice è entrata da Armani come centralinista.
«Collegavo gli interni sbagliati, dopo due giorni mi hanno spostato. Sono passata allo stile quando lo zio mi ha chiesto una cartella colori per dei costumi da bagno e gli è piaciuta.
Ma ero una ragazzina, aspettavo le sei per andarmene. Solo con il tempo ho capito che privilegio fosse stargli accanto».
A causa delle malattie di sua madre e suo padre, fratello di Giorgio, per lei Armani è stato una figura genitoriale. Com’era con lei?
«Molto protettivo. Quando uscivo, iniziava: “Dove vai? E perché? Stai attenta”. Ripeteva che è pieno di squali. Col senno di poi, aveva ragione».
Come sarà, la sua donna Armani?
«Classico Armani ma con un twist. Pezzi sensati. Oggi guardo alcuni brand e mi chiedo dove si può andare vestiti in quel modo. Ma il mondo è bello perché è vario: sennò saremmo tutti in Armani. E sai che noia?».
Ma lui ne sarebbe contento.
«Probabilmente sì».
Avete mai litigato?
«Certo, ma non era un rancoroso. E io lo proteggevo sul lavoro».
Come?
«Quando mi accorgevo che era stanco gli chiedevo di bere un tè insieme: solo così si fermava. Mi piaceva prendermi cura di lui. Era d’acciaio, ma con l’età era diventato fragile. Solo che non ce ne rendevamo conto, né noi né lui. Spesso la sera, dopo il lavoro, anche se era distrutto, andava a vedere l’Olimpia Milano giocare e poi a cena con gli amici. “Non posso farmi vedere stanco”, ripeteva».
L’ultima volta che lo ha visto?
«Un attimo prima che morisse. Ha aperto gli occhi, ha sorriso e se n’è andato. All’inizio mi sono sentita persa. Ma si va avanti. Devi: la Giorgio Armani Spa ha novemila dipendenti. Novemila famiglie vivono anche grazie al tuo lavoro».
È vero che ha avuto dubbi se continuare o meno?
«C’era la paura di restare schiacciata da una simile eredità. Una decina di anni fa, a sessant’anni, me ne ero data altri cinque. Sono ancora qui».
Ne ha mai parlato con suo zio?
«Non ci sono riuscita, per lui sarebbe stata una pugnalata. Già quando dieci anni fa decisi di aprire un rifugio per cani abbandonati vicino Pavia, Squadra4Zampe, lui si lamentava, che sarei stata sempre lì. Gli ho scritto una lettera per ribadire che non sarebbe cambiato nulla, e si era tranquillizzato».
E assumere un designer esterno?
«Non ne voleva sapere. Se lo immagina Giorgio Armani che rende conto a qualcuno? Non lo accettava da noi, figurarsi da un estraneo».
A settembre è uscita da sola in passerella per Emporio Armani. Era vestita di blu.
«Blu? Da Armani? Sconvolgente (ride, ndr). La mia prima volta in passerella insieme a lui. Tre minuti prima della sfilata, mi fa: “Metti la giacca blu a tre bottoni, esci con me”. Mi sudavano le mani, ma è stato bello».
È stata con lui ogni giorno, ma case e vacanze sono rimaste separate.
«In famiglia amiamo essere vicini, ma indipendenti. A Broni vivevo a sei chilometri da lui, durante il lockdown ogni sera andavo a trovarlo di nascosto, sperando di non incrociare la polizia. Leo invece era sempre con lui: ha anche ereditato i suoi due gatti e il merlo».

Giorgio Armani aveva un merlo?
«Credo fosse stata più un’idea di Leo. Sa anche dire il suo nome: ogni tanto si sente questo “Giorgio, Giorgio” metallico. Divertente, anche se un po’ inquietante».