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 2026  gennaio 27 Martedì calendario

Ratti, il «papà» della torcia: «Sul Monte Rosa a 4.500 metri ho capito che tutto funzionava»

Il professor Carlo Ratti deve ancora scegliere dove trascorrerà la serata del 6 febbraio. Andrà allo Stadio di San Siro di Milano per assistere alla cerimonia di apertura dei Giochi 2026, per la quale ha progettato torcia e braciere, o nell’aula magna del Massachusetts Institute of Technology di Boston a tenere la lezione inaugurale del suo prestigioso corso di «Practice of Urban Technologies and Planning»? «Sono combattuto – spiega il noto ingegnere-architetto piemontese, che risponde da Singapore, dove sta tenendo un seminario – perché entrambi sono appuntamenti irrinunciabili».
Carlo Ratti è il «papà» della torcia olimpica, che 10.001 tedofori stanno portando in giro per l’Italia dallo scorso 6 dicembre, e del braciere. Per un professionista impegnato a concepire piani urbanistici, edifici o allestimenti museali, cosa significa disegnare un oggetto lungo mezzo metro e che pesa un chilo? «Il grande Ernesto Nathan Rogers, che ha portato la vulgata del Bauhaus in Italia – spiega Ratti – diceva che la mente dell’architetto deve spaziare dal cucchiaio alla città e oggi forse questa scala è ancora più ampia, dal microchip al pianeta. L’architettura è idea che si fa materia e l’approccio è sempre uguale».
I principi progettuali noti della torcia sono quelli di sostenibilità, bellezza ed efficienza, quelli meno noti li svela il progettista. «Al Museo del Cio di Losanna abbiamo esaminato tutti i modelli del passato: io mi sono innamorato di quello meraviglioso ideato da Munemichi Yanagi per Sapporo 1972. Le torce sono sempre state concepite per addizione di elementi e nascondendo l’alimentazione, noi abbiamo scelto la sottrazione, disegnando un’asta essenziale, e la trasparenza aprendovi una fessura longitudinale che fa vedere il bruciatore, ovvero l’anima».
La torcia che aprì i Giochi di Cortina 1956 era un classico calice in metallo pressofuso alimentato da stoppini di resina con un’autonomia di 10 minuti: pesava molto, si deformava con facilità. «Noi abbiamo utilizzato una lega di alluminio e ottone riciclati – spiega Ratti – e questo consente di ricaricarle fino a dieci volte senza che si danneggino: invece di stampare oltre 10 mila torce come in passato ne abbiamo prodotte solo 1500. Versalis ci ha aiutato a concepirle, Cavagna Group ha curato l’ingegnerizzazione, Eni ha fornito il biocombustibile a base di oli esausti che genera una fiamma molto più calda e visibile di quella tradizionale. Che il progetto sia riuscito l’abbiamo capito il 14 gennaio quando la fiamma non ha battuto ciglio ai 4.554 metri della Capanna Margherita, ai piedi del Monte Rosa, luogo che da piemontese e appassionato di montagna tengo nel cuore».
Sviluppato ai massimi livelli, il design è cura dei dettagli più minuti. La finitura superficiale è applicata in Pvd (Physical Vapor Deposition), una tecnica che non solo protegge il metallo ma che garantisce – come spiega il progettista – «di riflettere, personalizzandola, l’immagine dei luoghi attraversati dal percorso di avvicinamento a Milano e a Cortina».
Dieci giorni fa il papà della fiaccola l’ha portata a spasso in incognito per la sua Torino, confuso tra altre decine di tedofori. «Mi sono divertito soprattutto nelle fasi di preparazione alla staffetta e al cambio – spiega Ratti – quando chiedevo ai volontari e ai colleghi tedofori cosa pensassero del design e come si trovavano ad accenderla e maneggiarla. Un feedback straordinario per un architetto». Cosa significa concepire il simbolo dell’olimpismo? «Oltre alla torcia ho collaborato anche a progetti per Londra 2012 – conclude Ratti – e di questi lavori apprezzo l’assoluta mancanza di vincoli. Quando ti scelgono hai carta bianca e la tua creatività può spaziare con libertà ispirandoti a ciò che meglio credi, nel mio caso alla purezza della montagna e alle imprese dei grandi alpinisti».