Corriere della Sera, 27 gennaio 2026
È tutta questione di quanti
La fisica moderna ha rivoluzionato il nostro modo di vivere. Letteralmente. Ha messo mano a tutto: dalle tecnologie quotidiane alla geopolitica globale, dalle radiografie alle bombe atomiche. Ha cambiato il mondo e ci ha cambiati, anche se continuiamo a fingere di non accorgercene, finché non si rompe il microonde.
Oggi è praticamente impossibile trovare un settore dell’industria che non si appoggi, direttamente o indirettamente, alle conquiste della fisica atomica. Anche se nessuno ne parla mai mentre ordina un pacco su internet o guarda Netflix, lì dentro c’è più meccanica quantistica che nelle aule universitarie. Eppure, quando si nomina la parola «fisica», molti sentono ancora l’impulso di cambiare stanza.
Certo, non possiamo far finta che tutto sia andato per il meglio. Quella stessa fisica ha anche prodotto armi in grado di annientare interi Paesi. Ha scolpito il secolo scorso con l’ombra lunga del fungo atomico.
Ma, se ci fermiamo lì, perdiamo il quadro più grande. Perché l’impatto della fisica moderna va oltre le centrali e i laboratori blindati. È entrata nel pensiero, ha scosso la filosofia, ha messo in crisi le certezze culturali su cui si fondavano secoli di visione occidentale.
Nel Novecento, la fisica del mondo minuscolo – quella che gioca a dadi con l’universo – ha scardinato il confine tra ciò che è materia e ciò che è possibilità. Ha imposto una revisione radicale dei concetti base: che cos’è la materia? Che fine ha fatto il tempo? E lo spazio è ancora il nostro salotto, o si è fatto tutto onde? (Spoiler: la seconda.)
Pensateci: la materia, in meccanica quantistica, non è più una sostanza solida, rassicurante, tipo una sedia. È un campo di probabilità, una danza di energie, una specie di «forse» organizzato. Insomma, se cercavate certezze, siete nel posto sbagliato: benvenuti nel regno delle onde e delle sorprese.
Eppure, qualcosa in tutto questo suona familiare. Molti dei concetti che la fisica contemporanea sta scoprendo (o forse sarebbe meglio dire: «ci sta inciampando dentro») riecheggiano le intuizioni di antiche tradizioni spirituali. Soprattutto quelle orientali, che da secoli parlano di interconnessione, di vuoto fertile, di unità profonda tra tutte le cose. La differenza è che oggi ce lo dice anche un interferometro a doppia fenditura, non solo un monaco in silenzio da vent’anni.
Alcuni tra i più grandi fisici del secolo scorso – che nel tempo libero leggevano Lao Tzu invece che gialli – si sono accorti che la nuova immagine del mondo proposta dalla scienza sembrava fare il verso alle visioni del taoismo, del buddhismo, dello zen.
Cioè: passi una vita a fare esperimenti sofisticatissimi, a spaccare particelle e a sudare per le equazioni, e poi scopri che un testo scritto duemila anni fa da un cinese scalzo aveva già rivelato tutto. È un bel colpo per l’ego, ma anche una grande occasione per rimettere insieme i pezzi.
Oppenheimer, il padre della bomba atomica (quello che dopo averla vista esplodere citò il Bhagavadgita – non proprio il tipo da barzelletta facile), arrivò a dire che per capire la teoria atomica dobbiamo rivolgerci a pensatori come Buddha e Lao Tzu. Non per un vezzo esotico, ma perché solo lì si trova un linguaggio che tenta di armonizzare l’esperienza con l’essere. Capito? Dai filosofi orientali all’uranio arricchito è un attimo.
Il contributo alla fisica teorica che è arrivato dal Giappone dopo la Seconda guerra mondiale è stato notevole – e non solo sul piano tecnico. È come se quel pensiero, forgiato dentro una cultura capace di cogliere l’impercettibile, avesse fatto emergere un’affinità filosofica tra la fisica moderna e certe idee già presenti da secoli nelle tradizioni orientali. Il legame non è dichiarato, ma è come il campo quantistico: è ovunque, anche se non lo vedi.
Ecco il punto centrale di questo libro, e anche della mia personale ossessione: esplorare i concetti più recenti della fisica quantistica che ci servono nella nostra quotidianità, e cercare di incrociarli, contaminandoli, con le intuizioni antichissime dell’Oriente, con il nostro stare al mondo. L’intuizione, in fondo, è solo una scoperta che si è presentata senza appuntamento.
Ci concentreremo su due snodi fondamentali. Primo: la natura profonda della materia, così come ce la racconta la meccanica quantistica. Secondo: quella visione unitaria dell’universo che il pensiero orientale non ha mai smesso di coltivare, mentre noi, nel frattempo, abbiamo diviso tutto – atomi, anime e appartamenti.
Il buddhismo, per esempio, insiste sull’interdipendenza fra tutte le cose. Non esiste un «io» separato dal mondo, solo relazioni in movimento. E questa non è una suggestione poetica: è lo stesso che ci dice il principio di non-separabilità nella fisica dei quanti. Ogni particella è legata alle altre come gli strumenti di un’orchestra invisibile. Nessuna suona da sola. Il jazz cosmico, insomma.
Questo tipo di pensiero si ritrova anche nel taoismo, nello zen, nelle scuole vediche, persino nei detti dei mistici cristiani – anche se noi tendiamo a ignorarli, a meno che non diventino frasi da pubblicare su Instagram. Eppure, sembra proprio che quella che noi chiamiamo «filosofia orientale» parli lo stesso linguaggio della fisica del Novecento. Certo, non sono equivalenti. Nessun fisico serio direbbe che il Tao spiega il Modello Standard, né che il principio di indeterminazione si trova nello yoga del mattino. Ma è difficile ignorare che le immagini del mondo suggerite dalla fisica quantistica e dalle filosofie orientali si somigliano in modo inquietante. Come se stessero guardando lo stesso panorama, ma da angolazioni diverse.
E poi c’è la storia. La storia con la «S» maiuscola, quella dei filosofi greci. Perché, prima ancora del pensiero orientale, anche in Occidente c’era una visione del mondo unitaria, fluida, fatta di trasformazioni e relazioni.
Bisogna tornare indietro di secoli – e no, non parlo di quando Platone pubblicava le storie su TikTok.
Sto parlando della scuola di Mileto del VI secolo a.C., in cui filosofia e scienza non erano ancora divise da una lavagna. Gli antichi sapienti cercavano l’essenza delle cose, la loro natura profonda: quella che chiamavano physis. E, guarda caso, il termine fisica deriva proprio da lì.
Per loro, la materia era viva. Non nel senso che parlava, ma nel senso che partecipava a un flusso continuo. Il mondo non era fatto di oggetti separati, ma di processi in perenne cambiamento. Altro che «tutto fermo tranne l’Imu». Pensavano che dietro le trasformazioni visibili ci fosse un’unità sottostante: qualcosa che lega, armonizza, dà senso.