Corriere della Sera, 27 gennaio 2026
Intervista a Vincenzo Ferrera
Ormai lo invitano nelle carceri minorili, da esperto della materia. Per parlare ai ragazzi. Per «salvarli», come Vincenzo Ferrera fa da educatore prediletto nel set televisivo di Napoli, quello di «Mare fuori». Un ruolo che ha reso popolare questo attore, palermitano di nascita, considerato un po’ napoletano per la fiction prossima alla sesta stagione. Ma, intanto, Ferrera è pronto per il grande salto da protagonista. In camice bianco. Nei panni del dottor Prati. Figura ispirata in una serie Rai, in onda oggi e domani, al vero dottor Giovanni Borromeo che nel 1943 si inventò a Roma una contagiosa epidemia, quella di un immaginario «Morbo K», per salvare un centinaio di ebrei dai nazisti.
Qualcuno sostiene che la fiction di stasera mostri solo il rastrellamento dei nazisti, senza far vedere i fascisti.
«Gente male informata. I fascisti ci sono: due poliziotti che si occupano di proscrizione. Ma il rastrellamento lo fecero i nazisti senza i fascisti perché non si fidavano più di loro, considerati delle macchiette».
E lei, da educatore a medico?
«Ne sarebbe stato felice, mio padre, neurologo, che mi spingeva a studiare medicina», risponde questo cinquantenne col sorriso da ragazzo, un figlio di 17 anni.
Invece?
«Beh, arrivavo dal Garibaldi, il liceo classico di Palermo dove per una coincidenza astrale fra i banchi in quegli anni ci ritrovammo insieme con Luigi Lo Cascio, Claudio Gioè, Paolo Briguglia, pure Corrado Fortuna, un po’ più piccola Isabella Ragonese».
Un liceo fucina di talenti teatrali?
«La passione conquistò tutti».
Greco e latino?
«Io sempre rimandato. Ma per la recitazione spopolavo anche con il professore di matematica».
Durante la lezione?
«Mi incoraggiava come un complice. Fido nella prescrizione. Interrompeva equazioni e logaritmi, mentre io cominciavo a imitare lui e tutti i compagni di classe. Uno spettacolo».
Prova generale per i laboratori?
«Con Paolo Briguglia e altri futuri geni riuscimmo a mettere in scena Comedians di Trevor Griffiths, il testo diventato un film di Salvatores».
In platea?
«Professori e genitori dei compagni di scuola. Tutti entusiasti».
Compreso suo padre?
«Meno, molto meno. Preoccupato dalla scelta. Come non lo sarebbe se oggi mi potesse vedere da “educatore”».
Che cosa lo preoccupava?
«Veniva a spiarmi alle prove. Temeva che nel giro circolasse droga. Sbagliava».
Che cosa le diceva?
«Che riesce a fare davvero l’attore uno su un milione».
Lo ripeterebbe a suo figlio?
«Lorenzo frequenta il Garibaldi e fortunatamente non vuole fare l’attore. Anzi, forse si iscrive a Medicina. Mio padre ne gioirebbe».
La carriera dove comincia?
«Alla scuola di teatro del Biondo, lo Stabile di Palermo. Ma i primi esperimenti ai Candelai, la vera palestra».
La discoteca-teatro di via Candelai, a Palermo?
«Abitavo nel palazzo di via Candelai costruito da mio nonno, un tempo famoso commerciante di mobili. Un palazzo per i suoi dieci figli. Lo showroom nei magazzini al piano terra. Poi chiusi. E da trent’anni cattedrale un po’ alternativa dello svago. Roba da storia della musica».
Esagera?
«Tenemmo i primi concerti dei Subsonica. Poi, Vinicio Capossela o Brunori Sas, quando pochi li conoscevano. E si fece da noi il primo concerto dei Maneskin. Con un palo piantato in mezzo al palco perché Damiano allora utilizzava il palo. Lo stesso spazio del mio gruppo».
Gruppo che canta, balla, recita...
«Facciamo di tutto. Siamo quelli di “A noi piace Vintage”. Almeno una volta all’anno torniamo a esibirci con Dario Sulis e gli altri amici di una compagnia amatissima in Sicilia. Ogni esibizione, sold out in un attimo. È lì, in via Candelai, nel vecchio centro storico della città, che ho cominciato a conoscere i ragazzi della strada».
Spesso ragazzi violenti. Come nella fiction di Mare fuori o nelle strade di Palermo, da Brancaccio allo Zen...
«Ogni volta che scatta la violenza o si spara ecco i quesiti su Gomorra o Mare fuori. Due cose diverse, comunque. Ma non si può dare colpe a una fiction. La responsabilità è di chi ha lasciato crescere quartieri ghettizzati. Non è Gomorra che porta i pischelli ad armarsi. Il problema sono i genitori assenti o complici. E anche l’educazione scolastica da ripensare».
Come superare questi tormenti sociali?
«Allo Zen sparano pure al portone della chiesa. Ci vorranno vent’anni per risolvere il problema. Prima si parlava di scazzottate e coltellini. Adesso basta un urto, uno sguardo e tutto diventa sgarro da vendicare con la vita».
Parlavamo degli esordi al Biondo.
«Ho avuto la fortuna di frequentare già a vent’anni i giganti del teatro, i miei maestri. Da Roberto Guicciardini, allora direttore del Biondo, a Glauco Mauri che mi portò in tournée per cinque anni. Decisivo l’incontro con Carlo Cecchi. Mi prese al Garibaldi di Palermo e mi ritrovai accanto a Iaia Forti, Renato Carpentieri, Arturo Cirillo, Tommaso Ragno».
Ha recitato nei film di Ficarra e Picone.
«Grande fratellanza. Con Salvo cominciammo insieme al Biondo, quando con Valentino Picone facevano cabaret».
Che cosa significa rivalutare la figura del dottor Prati?
«Riflettere sugli orrori della storia nel Giorno della Memoria, in un mondo che sembra perdere memoria».
Lei protagonista, insieme con Giacomo Giorgio, altro attore di Mare fuori.
«Grande talento, sinergia totale. Forse riusciamo a far capire che non siamo solo quelli di Mare fuori».
Vive la fiction come una gabbia?
«Per strada mi fermano sempre come Beppe l’educatore. Ed è bello. Un personaggio positivo. C’è chi ha concentrato i propri studi per fare l’educatore. All’ultimo concorso, 12 mila candidati. Ma, dopo trent’anni di cinema e teatro, non credo di dovere dimostrare di non essere soltanto Beppe».
Con Mare fuori molti pensano che lei sia napoletano.
«Amo Napoli dove ho avuto la fortuna di lavorare a lungo con Toni Servillo quando non era ancora il Servillo di adesso e intuivo di dovere afferrare il mestiere da lui».
Resta a Napoli, fiction a parte?
«Salde le radici a Palermo dove vive la mia famiglia. Ma che emozione a Natale, lungo la strada dei presepi, a San Gregorio Armeno, dove tra le statuette di Maradona ed Eduardo De Filippo, c’era anche la mia».
Napoletano d’adozione?
«Forse, un po’. Con Roberto Andò, il palermitano direttore del Mercadante, stiamo preparando per marzo al San Ferdinando uno spettacolo dove io e Nando Paone siamo diretti da Alfio Scuderi, altro palermitano».
Grande la sua famiglia?
«Piccola, ma salda. Composta da Lorenzo e sua madre, Claudia, mia compagna d’un tempo. Ma da quando ci siano separati è meglio di prima. Le feste sempre insieme».