Corriere della Sera, 27 gennaio 2026
«Con Schlein manca il confronto» Pd, i riformisti e la tentazione di uscire
C’è una nuova scissione nel futuro del Partito democratico? Loro, i riformisti più insofferenti rispetto alla nuova linea del Pd – e cioè, tanto per fare qualche nome, Graziano Delrio, Pina Picierno, Marianna Madia, Elisabetta Gualmini (ma anche, seppure in toni più soft, Walter Verini, Filippo Sensi e Simona Malpezzi) – non vogliono andare via. «Siamo stati noi a contribuire alla fondazione di questo partito», dicono. Però il loro disagio è palpabile. E la tentazione di «fare il Pd fuori dal Pd» ormai è comune a diversi dem.
Delrio, che è un pezzo importante della storia del Pd, non si trincera dietro un «no comment» quando gli si chiede se l’ipotesi di uscire dal partito è in campo e se lo attira la prospettiva di costruire, magari con Ernesto Maria Ruffini, un soggetto politico al di fuori del Pd: «Tengo aperto un dialogo da tempo con tutta la galassia cattolica e liberalsocialista. Per ora sto lavorando con i riformisti del Pd. Poi sembra che siamo sempre più un problema, veniamo visti come ospiti in casa nostra, basti pensare a quello che dicono Francesco Boccia e Goffredo Bettini, e quindi vedremo cosa serve al Paese... Sinceramente».
Due nomi non a caso quelli evocati dal senatore dem, primo firmatario di un ddl contro l’antisemitismo che è stato sconfessato dal Nazareno. Bettini, di recente, sul Foglio ha accusato i riformisti di essere «settari». E Boccia, su Fanpage, ha rincarato la dose: «Chi mina l’unità interna del Pd finisce, consapevolmente o meno, per aiutare questa destra».
Sono parole che pesano. «Io mi sento bullizzata, lo devo ammettere», confida Pina Picierno. Ma pesano anche i silenzi di Elly Schlein. «Non ha difeso Giorgio Gori attaccato dai pro Pal, non ha difeso i parlamentari riformisti di cui secondo Tomaso Montanari il Pd dovrebbe sbarazzarsi», è l’accusa rivolta alla leader. Ed è un silenzio, quello della dirigenza dem, che si prolunga da dodici mesi. «Da un anno – sottolinea Sensi – il mio partito non si riunisce in una direzione politica. Con quello che sta succedendo nel mondo, in Europa, in Italia, credo ci sia bisogno di un confronto. Una direzione aperta, pubblica, non solo tra noi, al riparo. Una direzione all’altezza del nome: democratici. È tempo».
È da tanto che la minoranza chiede la convocazione di quell’organismo. Una direzione in cui Picierno vorrebbe rivolgere alla segretaria una sola domanda: «Il Pd è ancora la casa dei riformisti?». Schlein, finora, ha temporeggiato. Piuttosto, la leader del Pd punta tutte le carte sul referendum di marzo. I sondaggi riservati dicono che il fronte del No sta diventando maggioritario. Dovesse vincere quella battaglia, Schlein andrà speditamente al congresso anticipato. E in quella sede farà il chiarimento, da una posizione di forza.
«Noi non ce ne vorremmo andare, è la maggioranza che vuole accompagnarci alla porta», continuano a dire i riformisti, che definiscono «ormai irrespirabile il clima» (copyright Picierno). Come interpretare altrimenti – sostengono – i manifesti dei giovani del Pd di Roma che recitano: «Delrio vuole zittire chi denuncia il genocidio». O le parole di Enrico Bruni, segretario dei giovani democratici di Pisa, secondo il quale i riformisti «delegittimano un processo di ricostruzione a sinistra del nostro partito».
È presto per capire come finirà questo ennesimo tormentone del Pd: ci sarà una rottura, o alla fine Schlein cederà e si andrà a una direzione di chiarimento senza fratture traumatiche? Ma già adesso si capisce che – se mai vedrà la luce – un nuovo soggetto politico al di fuori del Pd, più che a una Margherita, assomiglierà a un Asinello, il movimento creato da Arturo Parisi, che prefigurava quello che poi sarebbe diventato il Partito democratico. L’Asinello nacque nel 1999, in opposizione alla Quercia di Massimo D’Alema, il quale andò a casa l’anno dopo, in seguito a una sonora sconfitta elettorale alle Regionali.