Corriere della Sera, 27 gennaio 2026
Giustizia, nuovo scontro. L’Anm cita il Minnesota. Nordio: commento infame
«Non c’è nessun equivoco in quel commento infame. Se un magistrato non riesce nemmeno a comunicare è meglio che cambi mestiere». È la fine di una giornata di fuoco quella in cui il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, affida al Corriere un commento durissimo sulla vicenda che ha catalizzato l’attenzione alla vigilia di un appuntamento cruciale per il referendum: oggi il Tar del Lazio ascolterà le ragioni del comitato civico del No che, con 560 mila firme in mano, chiede di far sospendere la data del voto fissata dal governo per il 22 e il 23 marzo.
A scatenare il putiferio, che rischia di compromettere il dialogo già flebile tra ministro e Associazione nazionale magistrati, il post che il segretario generale Rocco Gustavo Maruotti ha pubblicato ieri mattina sui social. La foto dell’esecuzione di Alex Pretti a Minneapolis, con sotto un commento: «Anche questo omicidio di Stato rimarrà impunito in quella “democrazia” al cui sistema giudiziario si ispira la riforma Meloni-Nordio. Giusto dire No».
Un messaggio che lo stesso Maruotti ha rimosso «pochi minuti dopo». Chiedendo scusa a chi aveva letto in quel post «un accostamento improprio». Ma fra quei lettori c’era anche lo stesso Nordio. E non ha accettato le scuse. Anzi. Da Londra, le ha definite «una retromarcia tardiva e grottesca, indice di intelletto inadeguato alla importanza della carica». E dopo essersi detto «nauseato per l’ardire di accostare i fatti di Minneapolis alla riforma», ha detto che senza cambio di rotta «un dialogo con simili indegni interlocutori sarebbe irrimediabilmente compromesso».
Un altro fronte critico per Maruotti si è aperto all’interno del Consiglio superiore della magistratura. Le consigliere laiche di centrodestra Margherita Eccher (area Lega) e Isabella Bertolini (FI) – entrambe tra i fondatori del comitato «Sì Riforma» – hanno chiesto l’apertura di una pratica urgente ai fini della valutazione di profili disciplinari e di carriera di Maruotti, per «carenza del requisito dell’equilibrio». Giacché, si legge nella richiesta, «vuol far credere che se vincesse il Sì un’esecuzione per strada commessa dalle forze dell’ordine non sarebbe più punita. E strumentalizza una vicenda tragica per fini elettorali».
Invano Maruotti ha provato a spiegare che non riteneva e non ritiene «opportuno paragonare la situazione Usa – che pure deve porre interrogativi importanti sulla tenuta dello Stato di diritto in tutto il mondo – con quella italiana». Ma criticando i fatti di Minneapolis voleva «mettere in evidenza che il sistema accusatorio puro non rappresenta necessariamente un argine a ingiustizie e violazioni dei diritti umani come quelle che si sono verificate in Usa».
«È indegno e vergognoso evocare simili scenari», protesta Francesco Petrelli, a capo del comitato per il Sì delle Camere penali. «È terrorismo mediatico», rincara Nicolò Zanon, presidente di «Sì Separa». «Post falso e violento», accusa Fabio Rampelli da FdI. Mentre Marta Fascina, deputata FI e ultima compagna di Silvio Berlusconi, rivendica: «Dal paradiso sta portando a termine il suo progetto».
Si è parlato di referendum e di nuovo dinamismo del partito anche nell’incontro fra Marina Berlusconi e Antonio Tajani, dal quale il vicepremier sarebbe uscito rafforzato nel ruolo di leadership. Anche alla luce del risultato della tre giorni azzurra che ha aperto, però, nuovi fronti di scontro con l’opposizione. Primo fra tutti quello sulla proposta di FI di togliere ai pm la direzione della polizia giudiziaria. Un’idea che scatena il leader M5S, Giuseppe Conte: «Vogliono che le indagini le facciano solo le forze di polizia che dipendono dal governo, così i politici potranno proteggere se stessi e amici dalle indagini scomode. Significa mettere i magistrati sotto gli stivali della politica». «No a uno Stato che indebolisce i contrappesi», rincara Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Pd. Il Tar oggi dovrà decidere se dare o meno ragione ai 15 che chiederanno di far slittare il voto. Il portavoce, Carlo Guglielmi, la definisce «la lotta di Davide contro Golia».