Corriere della Sera, 27 gennaio 2026
«Groenlandia rivendicata dagli Usa? Boicottiamo i Mondiali di calcio». I danesi ci pensano, i tedeschi quasi
Il quotidiano di Stoccolma Aftonbladet ha posto di recente una domanda di rilevanza nazionale: «La Svezia può qualificarsi per i Mondiali di calcio?». Subito seguita da una domanda «ancora più grande»: vogliamo andarci?
Allo stesso quesito, qualche giorno prima il 90% dei danesi – impegnati come gli svedesi e gli italiani ai playoff a marzo – ha risposto sul portale BT che se Trump avanzasse altre pretese sulla Groenlandia, non se ne parlava neppure. Per parafrasare il calciatore Lucarelli, Tenetevi il mondiale. Era inevitabile che la domanda arrivasse in Germania, Paese incline come nessun altro ad affrontare la questione in modo teoretico. A sollevarla, il vicepresidente della Federcalcio tedesca (DFB), Oke Göttlich, con una lettera al Hamburger Morgenpost: «Mi chiedo quando sia il momento di pensarci concretamente. E per me è decisamente arrivato». Il cinquantenne Göttlich è il presidente del St. Pauli, la squadra del quartiere operaio e a luci rosse di Amburgo, la compagine «comunista» della Bundesliga, dove tutte le azioni e perfino lo stadio appartengono ai tifosi.
Göttlich, quindi, è uno che non le manda a dire. E infatti ha infastidito il presidente DFB, Bernd Neuendorf, che non è d’accordo. Ma il vaso di Pandora è stato scoperchiato. Un politico della Cdu, Jürgen Hardt, ha parlato di «ultima ratio per riportare Trump alla ragione sulla Groenlandia».
Pesa quanto è successo in Qatar. Allora la nazionale, unica tra le Nazioni, inscenò una protesta contro gli emiri, tappandosi la bocca con le mani. Ma fu una spedizione disastrosa: arrivata dopo aver vinto tutti i match nelle qualificazioni, come l’Inghilterra di oggi, con tanto di produzione Amazon al seguito, la Mannschaft uscì al primo turno. E infatti, l’indomito Göttlich incalza: «Il Qatar era troppo politico e allora siamo diventati completamente apolitici?».
Due giornali, la Faz e la Süddeutsche, appoggiano gli appelli al boicottaggio. Per i tedeschi, il ricordo dei Giochi di Hitler a Berlino del 1936, con le riprese di Leni Riefenstahl (e per fortuna le quattro medaglie d’oro del nero Jesse Owens) sono un memento eterno sul potere di propaganda dello sport. Vale la pena, si chiedono, di concedere una simile tribuna a The Donald, già omaggiato con il Premio della pace da Infantino? Trump sicuramente lo proclamerà il più grande evento sportivo della storia.
E ancora: chi oserà andare in giro con una maglietta sudamericana (i tifosi di alcuni Paesi sono banditi)? E chi può permettersi i biglietti? Ovviamente tutti sanno che il boicottaggio non accadrà. Però, in fondo, nel calcio l’Europa è una superpotenza, sognare è gratis. Come dice l’istrionico commentatore Frank Buschmann su Instragram «che segnale potente sarebbe», se gli europei rinunciassero tutti insieme, se il Messico e Canada si ritirassero da Paesi ospitanti e se tutti quanti organizzassero «un torneo alternativo, proprio in Canada e in Messico».