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 2026  gennaio 26 Lunedì calendario

Maurizio Battista: «Mi ispiro ad Aldo Fabrizi. Molti comici insultano e sviliscono i deboli, e non fanno ridere»

Maurizio Battista, trent’anni di carriera e teatri sold out. Il comico romano, attore, conduttore e da quest’anno anche regista, prosegue il tour nei teatri italiani con lo spettacolo “Uno…Nessuno…Centomila…” in cui, partendo dalle origini della natura umana, apre alla riflessione sull’attualissima difficoltà di accettarci per come siamo, intervallando gli sketch, di stampo autentico e genuino, alle interazioni con il pubblico, tipiche delle sue esibizioni. Incursioni musicali, coreografie e ospiti a sorpresa, condiscono di volta in volta il consueto appuntamento annuale con il re della risata, capace di infondere evasione e spensieratezza alle intemperie del quotidiano.
Maurizio, è in scena al Teatro Olimpico dal 17 dicembre con lo spettacolo “Uno… Nessuno… Centomila” e proseguirà con le repliche fino all’8 febbraio: come descriverebbe quest’avventura “pirandelliana”?
«Sta andando molto bene, chiuderemo a quarantacinquemila spettatori in quarantaquattro repliche. Parlo di gente che si diverte in maniera genuina, e per me questo conta più di ogni altra cosa. Tengo moltissimo alle famiglie, perché io sono lì tra amici, a divertirmi insieme a loro, a regalargli una serata di aggregazione che profuma di sentimento e d’amore. Un ragazzo di diciott’anni che trascorre tre ore a teatro con la madre, per me sta passando un momento prezioso e irripetibile, in una società che abbiamo fatto diventare brutta, anche per colpa dei media, in cui i giovani hanno normalizzato la violenza e tendono ad emularla».
Se potesse, cosa cambierebbe nella società odierna?
«Si dovrebbe vivere di buoni esempi. I media propinano troppa aggressività e questo nuoce alle nuove generazioni che già sono sofferenti per l’assenza dei genitori, impegnati a lavorare. Sui contenuti web non abbiamo potere ma sulla televisione sì. Dovrebbe esserci più responsabilità. Ecco perché nel mio spazio, voglio portare il divertimento e la bellezza delle cose che possono sembrare (ma non lo sono) banali».
Cos’è, per lei, la comicità?
«La comicità è una cosa semplice, se sai come si fa. Se non sai come si fa, senti l’esigenza di insultare il prossimo e di svilirlo servendoti dei suoi problemi. Io mi tengo stretta la mia: neorealista, buonista e cattivista, perché anche io posso arrabbiarmi con quelli che fanno gli aspirapolveri (ride). Gioco il campionato del buono, dello stare bene insieme, del comico che non fa né satira né politica, ma che faccia semplicemente il comico. Oggigiorno molti si ergono a scienziati, filosofi moralisti e polemizzano su ogni cosa. E non è vero che stanno a passo coi tempi: i tempi sono i tempi e non è detto che si possano giustificare l’abuso di parolacce o i riferimenti volgari. Anche quando ero più giovane, non ho mai offeso, ho sempre scherzato con tutti ma l’altro sapeva che da parte mia c’era affetto. Bandisco quei colleghi che si credono migliori del pubblico e bandisco quelli che fanno leva sugli handicap, sulla gravità della malattie: chi ha attraversato simili problematiche non ha un bel niente da ridere».
A cosa si deve il titolo “Uno…Nessuno…Centomila”?
«I riferimenti iniziali erano a Diogene, a Socrate: tutta gente che cercava l’uomo per quello che era. Oggi tutti vogliono essere qualcosa o qualcun’altro. Pirandello diceva che bisogna avere due facce ma possiamo provare a vederci per come siamo? Senza mostrare per forza di avere una bella macchina, che magari abbiamo preso a noleggio? Possiamo essere gente semplice che fa le cose che sa fare? Accettiamoci per come siamo. Qualcuno diceva che la vita basta a se stessa, perché andare a complicarci?».
Una cosa a cui tiene molto, durante lo spettacolo, è ribadire al pubblico che partecipare alla serata è come “stare in famiglia”, e in effetti, i riferimenti alla sua vita privata affettiva sono tantissimi. Ha qualche rimpianto?
«Qualche rimpianto ce l’ho. Fa parte del gioco della vita: qualcosa la sbagli oppure non viene come vorresti. Ha letto bene, c’è un malessere, ma questo perché non sono finto, è il mio modo di fare: siamo tanti, ci vogliamo bene e questo è l’importante».
Ma lei, comico, ci é nato o ci è diventato?
«Ci sono nato, è il mio carattere. Ho una figlia di nove anni che è come me: ce l’hai dentro. Poi mano a mano acquisisci tecniche. O sicurezze. E poi diventi grande di età, e autorevole».
Si è ispirato a qualcuno?
«Aldo Fabrizi. Quello è realismo vero. Ognuno è padrone di fare il comico come preferisce, ma per me, come dicevo prima, fare il comico è un’altra cosa».
Il pubblico che la segue é variegato: differenti generazioni, provenienti da diverse regioni d’Italia. Come è cambiato negli anni?
«Secondo me non è cambiato ma invecchiato. C’è la quota giovane, sui trenta, e c’è la quota matura. Il vantaggio è che siamo invecchiati insieme: qualcuno è cresciuto, quelli che nei primi anni venivano a vedermi e non mi capivano e oggi, essendo invecchiati, mi capiscono appieno. Trent’anni passati con il proprio pubblico sono tanti e l’importante è che mi abbiano seguito, che mi siano rimasti fedeli, come io lo sono stato con loro. Mi piace regalargli uno spettacolo variegato e completo, fatto di comici, ballerini, musicisti professionisti. Gli darei pure il cocomero alla fine, se potessi (ride). Voglio che chi venga a teatro esca con il doppio del valore con cui è entrato e io sono lì per fare quello che faccio al meglio delle mie possibilità».
Cosa le piace e cosa soffre delle nuove generazioni?
«I giovani mi piacciono tantissimo. Non mi piace come noi abbiamo costruito per loro la strada da percorrere. Dò la colpa alle vecchie generazioni che hanno seminato male per le nuove, che si trovano nel mezzo, tra mio nonno e me. Questi ragazzi sono rimasti incastrati in un’onda di separazioni che ha diviso le famiglie e inizieranno il loro percorso da lì. Non punto il dito su di loro, ma sulle criticità: abbiamo seminato violenza e odio tra i ragazzi adolescenti, che sono nel momento “della spugna” e ragionano con la pancia, li abbiamo confusi e abbandonati: se i genitori rientrano tardi da lavoro, dove trovano il tempo di infondergli i valori? Allora si aggrappano ai social network e alle serie violente, che altro possono fare?».
Nel suo percorso professionale l’abbiamo vista esibirsi ovunque, attraverso ogni mezzo espressivo, ma lei, quale forma d’arte predilige per far divertire la gente?
«Il teatro dal vivo. Non è il cinema o la televisione, dove puoi fare finta. A teatro non puoi fingere e se una sera stai male, devi andare in scena lo stesso e mettere da parte i tuoi problemi. Oppure fai come me: li racconti. Quando hai dei problemi grossi hai due possibilità: o li digerisci e vai avanti oppure li racconti. E fai di necessità virtù».
Durante le rappresentazioni è abituato a interagire con gli spettatori: li coinvolge, ci parla, tira fuori il loro vissuto e lo trasforma in un canovaccio su cui imprime una narrazione di vita quotidiana: c’è del Neorealismo. Ha mai pensato di dirigere un film?
«L’ho diretto, uscirà a fine primavera. S’intitola “Maledetto Tempo”, in co-regia con Gianni Quinto. È un film d’autore, intenso, intimo, dove si ride e si piange molto. Racconto la storia di sette amici che fanno un viaggio iniziato quarant’anni prima. Un viaggio in camper in cui vengono fuori quarant’anni di vita vissuta, con tutti i suoi colpi di scena e il malessere dell’età che avanza».
Dove si vede in futuro?
«In un sacco di teatri. Intanto dopo l’Olimpico di Roma mi vedo a Firenze, poi a Milano, a Bologna, a Torino».
E tra dieci anni?
«Al Brancaccio, al Sistina… (ride). Non c’è un altro futuro. Questo è il futuro che mi piace e ad una certa età devi fare quello che ti piace e non quello che piace agli altri. Non è una citazione, io faccio quello che devo fare. All’età mia che faccio, quello che vonno l’altri? (ride)»