Il Messaggero, 26 gennaio 2026
Marcell Jacobs: «Ora mi diverto obiettivo 2028 e anche oltre»
Marcell Jacobs e Tokyo: è lì che le è successo di tutto. L’oro, anzi gli ori, l’abbraccio sotto bandiera con Tamberi, e poi
«E poi Paolo».
Cioè?
«È lì che ho incontrato di nuovo Camossi».
E adesso è tornato ad allenarsi con lui
«Sì. Non lo incontravo da due anni. Non che ci fossimo separati male, tutt’altro. Però ci siamo messaggiati, ed è stato come se l’ultima volta, a un tavolo a Ponte Milvio, fosse stata il giorno prima».
Chissà quante cose da dirvi
«Era un incontro da “vediamoci cinque minuti”, ci siamo parlati due ore e mezza; in quello stadio avevamo vissuto insieme quegli ori. Però non è che abbiamo parlato solo di atletica, anche se un paio di consigli, un paio di opinioni su come mi vedeva correre Paolo me le ha date».
E di cosa avete parlato?
«Cose normali, fra persone normali: figli, famiglia, macchine».
È stato lì che ha pensato al ritorno con lui?
«No, è stato lì che abbiamo riallacciato il rapporto, questo sì. Ma dopo Tokyo ero pieno di dubbi, di incertezze sulla mia vita, sullo sport».
Ai tempi parlò di scintilla che doveva riaccendersi. S’è riaccesa?
«Direi di sì. Ho parlato con l’allenatore di allora, Rana Reider, volevo garanzie che non è stato in grado di darmi: non potevo essere soddisfatto di come era andato il 2025. Volevo tornare a divertirmi come mi divertivo prima. Ho pensato a Tokyo, alle Olimpiadi, ai mondiali, a Paolo. Non che avessimo fatto un cenno, né che mi avesse dato disponibilità, ma forse avevo intuito che E allora perché non ricominciare? Ho fatto il primo passo, un messaggio, e si riparte».
E con il presidente Stefano Mei e la Fidal come l’ha messa?
«Auguri di Natale, ripresa del dialogo: gli ho esposto le mie idee, le abbiamo condivise: conta il futuro, mica il passato».
Si torna in Italia?
«Per ora no: a maggio. Complicato farlo subito: la scuola dei bambini, la burocrazia loro hanno anche il passaporto americano, mia moglie no, ha la green card, ci sono certe norme sulla presenza qui da rispettare. Poi qui stiamo bene: diciamo che stiamo ancora più insieme come famiglia, siamo più uniti. Lo eravamo anche a Roma, ma qui c’è più tempo per stare insieme».
Cosa le è mancato di più dell’Italia?
«Il cibo, il cibo e il cibo».
I bambini mangiano italiano?
«Quasi sempre, o sudamericano: Nicole è di lì».
Niente “schifezze” made in Usa?
«Raramente».
Cucina lei?
«Poco: mi impegno ma non sono bravo».
Giornata tipo?
«Alzarmi presto, accompagnare i bambini a scuola, allenarmi, il pranzo, i bambini allo sport, stare con loro, la cena, a letto. Vivere normalmente. Senza le pressioni e le distrazioni che sentivo dopo Tokyo olimpica. Sto tornando a divertirmi. Mi sono appena allenato. Ho sentito già certi effetti tecnici che non sentivo da tempo. E rido».
Cioè?
«Me lo diceva il mio primo allenatore. Quando ero in pista ridevo. “Non smettere mai di farlo” mi diceva. Avevo smesso, sto riprendendo».
Che sport fanno i piccoli Jacobs?
«Jeremy, il più grande, che sta in Italia, atletica e da settembre calcio; Anthony tennis e moto: ne ha voluta una da cross; non glielo ha suggerito nessuno, ma quando me lo ha chiesto mi sono ricordato di quanto avrei voluto io la moto da bambino, non potevo averla ed ho sofferto molto, così Megan fa ginnastica artistica».
Il piccolo Marcell che sport faceva?
«Il nuoto per primo. Mia madre voleva così ed aveva ragione: questione di sicurezza. Anche con i miei ho fatto così: a un anno e mezzo i due più piccoli andavano, a Roma, a un asilo dove imparare a nuotare era nel programma. Poi ho giocato a basket, poi calcio e atletica, poi solo atletica. Sport più ne fai e meglio è. Anche se non diventi un campione: impari il rispetto delle regole, il valore dell’impegno, e qualunque vita si faccia poi, una volta cresciuti, sono cose che servono».
È la filosofia della sua Academy a Desenzano?
«Esattamente. Io sognavo di diventare qualcuno per essere di ispirazione ad altri bambini; era un’idea difficile da realizzare».
Però c’è riuscito
«Mi piacciono le cose difficili Sto bene con i bambini, mi piace la loro spensieratezza è quella che inseguo, sto lavorano per ritrovarla».
Siamo a maggio: che fa Jacobs?
«Va a Desenzano: mi allenerò lì, sarà la mia base. L’atletica quest’anno è quasi tutta in Europa, sarà più facile organizzare il programma con mira agli Europei di Birmingham. Ho due ori consecutivi, mi piacerebbe il terzo: tre, come Lindford Christie».
E il Golden Gala a Roma?
«Mi piacerebbe moltissimo, certo: vedremo la programmazione. Ancora è presto per sapere e dire dove correrò. Ma assolutamente sì, ci penso».
Per chiudere l’anno con il nuovo impegno: l’Ultrachampionship a Budapest che mette insieme tutti i campioni del momento.
«Bisognerà qualificarsi: entrano solo campione olimpico e mondiale in carica più i migliori 14 del ranking; per essere dei loro e fare punti bisogna correre tanto ed andare forte: una corsa tira l’altra e i risultati pure».
Nel mirino più lontano Los Angeles 2028.
«Quello è il fine».
Anche il finale?
«Chi può dirlo? Finché va, andrà»
Mica penserà a Brisbane ’32
«Non mi piace pormi limiti finché ce n’è».
Sa che il cambiamento del programma olimpico non le farà abbracciare Gimbo, eventualmente, gare in giorni diversi Però potrà farlo con Leo Fabbri: 100 metri e peso per ora nella stessa sessione
«Non lo sapevo, magari: con lui sarebbe un grande abbraccio, fortissimo».
E Camossi, come responsabile dei salti, avrà altri campioni da seguire Diaz, Dallavalle, Iapichino, Furlani.
«Anche a Paolo sono sempre piaciute le sfide difficili».
Se con Mattia facesse come con lei, dal lungo allo sprint?
«Se volesse perché no? È agile, veloce. Ma prima vinca tutto quello che può nel lungo, e può molto. Quando è diventato campione del mondo a Tokyo ha realizzato un mio sogno da bambino: gli ho mandato subito un messaggio. Un po’ ha ricordato me, agile e veloce com’è, con tutti quei capelli li avevo anche io una volta, poi».
Come li ha persi?
«Non lo so, questione genetica credo; anche mio padre alla mia età non li aveva».
Lo ha ritrovato suo padre?
«Sì, non ci vediamo spesso, il passato e certe cose sono state perdute per sempre, ma un rapporto c’è: lo vedo volentieri».
Passarsi il testimone con Mattia in staffetta?
«Bello, no?»
E Marcell dopo l’atletica? Mai tentato dal football americano? Bolt sta ripensando al cricket
«Se fossi ancora intero perché no? Però bisogna essere pronti a prendere botte, non so se lo sono».
C’è solo un uomo che ha vinto i 100 e poi il Superbowl, Bob Hayes, oro a Tokyo ’64
«Non lo sapevo, ma c’è sempre Tokyo di mezzo».
Già, c’è sempre Tokyo, dove vincere un oro, anzi due, dove perdi al mondiale e ritrovi Camossi. E ridi di nuovo.