il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2026
Georges Simenon, inchiesta su una canaglietta
Che ne sapeva della puzza delle stufe di ghisa nelle sale degli interrogatori alla Polizia Giudiziaria di Parigi? O del rumore ritmico dei macchinari che muovono le navi al largo di Finisterre? Cosa ne poteva sapere un riccone che si isolava fra canali e fiumi – la Marna, il Rodano, la Garonna – a bordo di un cutter di dieci metri, l’Ostrogoth. Uno a cui affidarono il nomignolo di “Premiata Ditta Simenon” (cit. Ena Marchi). O peggio, “un mancato Dostoevskij”, come per Alberto Savinio.
E ppure Georges Joseph Christian Simenon ne sapeva, eccome. Affamato com’era di realtà, di cose, situazioni e dettagli che Georges e altri non vedevano. Ha ragione Tiziano Fratus, in libreria per Solferino con L’affaire Simenon: “Entrare in un romanzo di Simenon vuol dire anzitutto ambientarsi tra oggetti, edifici, locande, vie, piazze, stanze, vecchi palazzi carichi di tappezzerie e mobilia e suppellettili”. Era un “adoratore di cose”. Ma anche un personaggio contraddittorio, ingombrante, affabulatore, mimetico. A volte indecifrabile. Eccessivo: ecco l’“uomo dei 400 romanzi e delle 10.000 donne!” strillava la quarta di copertina de Le cheval blanc della Folio Policier. Portatore sano di “una sublime semplicità” nella scrittura, per Camilleri. Il suo stile è un incrocio tra giallismo e noirismo, covato all’ombra di Balzac e Hugo. Padre spirituale e letterario di un uomo con pipa e baffetti, silhouette che plasmerà intere generazioni e luoghi comuni: il commissario Maigret. Simenon gli dedica 75 romanzi (forse 76), conta a cui si aggiungono altri 117 romans durs, 158 racconti (di cui 28 votati alla saga maigrettiana), e almeno 200 altri libri scritti sotto pseudonimo. Pagine e pagine di un giallo inimitabile, ma anche estremamente camaleontico, che ispirerà settanta film e 350 opere televisive. Per il biografo Patrick Marnham ha venduto 550 milioni di copie.
Eppure le origini sono più che umili. Nato a Liegi, in Belgio, nel 1903, fa la gavetta a “La Gazette” fino al 1919, quando ancora “si faceva chiamare Georges Sim, una canaglietta vivace, mezzo ubriaco, che cantava e già faceva la corte alla ragazza”, Régine Renchon (“Tigy”), che diventerà la prima moglie. I due attraversano gli Anni Venti tra Parigi, l’Europa, l’America e la ricerca spasmodica di un editore. Intanto il giovane semina racconti nelle colonne delle più disparate riviste. Pian pian arriva la notorietà e con essa i grandi viaggi, che caratterizzeranno la sua esistenza errabonda. Nel frattempo, dal 1932, comincia a uscire in Italia con Mondadori, sotto il bollo delle copertine firmate da Ferenc Pintér. Nel 1985 la palla passa ad Adelphi, per cui è in arrivo il 27 gennaio La vecchia, rimasto inedito in Italia. Una storia psicologica e labirintica ambientata in un appartamento parigino, in cui si intrecciano le sorti di un domestico e una ricca vedova.
Nel fervore letterario Simenon inciampa per caso in quello che diventerà suo figlio di penna, un omone austero e torvo. L’autore confessa di averlo conosciuto a Delfzijl, in una delle sue crociere col pastore danese Olaf. “Lei aveva quarantacinque anni, mentre io venticinque. Ma lei ha avuto la fortuna, da allora, di trascorrere un certo numero di anni senza invecchiare…”. Così si rivolge al famoso commissario in una lettera apparsa su “L’Illustré de Lausanne”. Non si saprà mai come sono andate veramente le cose. Certo è che Maigret, prima che un caso letterario, è un caso umano. Nei suoi romanzi non c’è il bene, nemmeno il giudizio, ma la giustizia, la compassione. In altre parole, l’uomo. Ecco allora la “teoria della fessura”, attraverso cui spiare le fragilità della mente e del cuore. Poi la “crepa”: il sangue e l’omicidio. A fare scuola i primi Maigret come Pietr il Lettone, ma pure La neve era sporca, Il clan dei Mahé o Il rapporto del gendarme. Ingredienti perfetti di un poliziesco digeribilissimo e ipnotico.
Per venire a capo de L’affaire Simenon Fratus analizza personaggi, racconti, incrociando date, descrizioni, scomparse e ricomparse. Antoine e Julie (1953)? “Temi e parole d’ordine: giochi di prestigio, precisione e serietà, ‘la molla’, la passione per il bere”. Cargo (1936)? “Assassinio, fuga, anarchici, imbarco su un cargo, una nuova vita oltre l’oceano in Sud America, Panama, Colombia, miniere d’oro, Papeete”.
C’è così tanto di Simenon in quello che scrive, che le biografie non servono. Una vita intensissima, la sua, in cui pure la fine sembra l’inizio di uno romanzo. Muore il 4 settembre 1989 a Losanna. La terza e ultima compagna, la friulana Teresa Sburelin, tiene nascosta la notizia della morte per tre giorni, fino a quando non sparge le ceneri ai piedi di un cedro del Libano in giardino, accanto a quelle della figlia suicida, Marie-Jo. I posteri, che in vita non gli dedicarono il Nobel, gli intitoleranno decine di vie in tutto il mondo. Persino a Kinshasa, in Congo.