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 2026  gennaio 26 Lunedì calendario

I derivati fanno ancora danni ai bilanci di Regioni e Comuni

Ve li ricordate i derivati degli enti locali? A un certo punto quei complessi strumenti finanziari – “le armi di distruzione di massa della finanza mondiale” li definì Warren Buffett – si rivelarono un disastro tale che nel 2013 fu di fatto vietato a Comuni, Province e Regioni di stipularne di nuovi. Roba passata, dunque, ma non del tutto: quelli ancora in vita valgono qualche miliardo e continuano a produrre danni per decine di milioni l’anno e lo faranno ancora per un decennio o giù di lì. Anche i tentativi di uscire dai contratti per via legale, sostenendo la nullità dei contratti per vari motivi, finisce sempre più spesso per naufragare nei tribunali, Cassazione compresa. Lunedì scorso, per dire, s’è saputo che il 7 gennaio il Tribunale di Milano ha dato torto alla provincia di Brescia e ragione a Deutsche Bank, assistita (come altri istituti in questa materia) dallo studio BonelliErede: dovrà continuare a pagare per altri dieci, dolorosi anni.
Questa di Brescia è una storia piccola, anche se non per le finanze della provincia, ma illustra bene la trappola in cui molti enti si sono infilati all’inizio del millennio. Era il 2006 quando la giunta di allora stipulò un contratto trentennale dal valore di 105 milioni con Dexia e 55 milioni con Deutsche. Il motivo è il più antico del mondo: si incassa una bella cifra subito e si paga con calma. Il rischio sottostante erano i tassi di interesse: se fossero saliti avrebbe guadagnato la provincia, se fossero scesi le banche. Come il lettore ricorderà, prima la crisi dei subprime Usa del 2008 e poi quella europea del 2010-2011 portarono il costo del denaro a zero causando un’emorragia nei conti della provincia: quei contratti sono costati ad oggi decine di milioni, oltre sei milioni all’anno negli anni peggiori.
Per salvarsi, nel 2017, l’ente si accordò con le banche per limitare (un po’) i danni, ma poi fece comunque vari ricorsi nei tribunali per annullare i contratti: finora i giudici le hanno sempre dato torto. Il problema è che la giurisdizione è inglese e la High Court of Justice di Londra ha infine stabilito, nel 2023, che i contratti sono validi: quella sentenza viene ormai regolarmente accettata dai giudici italiani, da ultimo quelli di Milano. Pessima notizia per la provincia, perché la Bce ha tagliato e probabilmente taglierà ancora i tassi d’interesse in futuro: nel 2024 e nel 2025 – visto l’aumento del costo del denaro negli anni precedenti – il flusso di cassa dei due derivati era tornato positivo, ma da quest’anno i tassi sono più o meno sul livello del 2022, un livello che l’anno successivo costò all’ente lombardo circa 2,2 milioni. Difficile che nei prossimi anni vada meglio, facile al contrario che vada peggio.
La provincia di Brescia, come detto, è solo uno dei casi. Anche l’Emilia Romagna a fine 2024 s’è vista dare torto dalla corte di Londra in un ricorso contro Dexia sempre per un contratto in derivati: la Regione nel 2004 ne aveva stipulati per 473,5 milioni con scadenza 2032 per coprire il rischio di tasso su un prestito della Cdp con Dexia, appunto, Unicredit e JpMorgan. Senza entrare troppo nei dettagli tecnici di questi derivati, qualche anno fa la giunta dell’epoca aveva calcolato in 210 milioni lo sbilancio per l’ente al 2032.
Anche questo è un caso di scuola dell’impazzimento finanziario di vent’anni fa, soprattutto per il nome di Deixa, all’epoca Deixa Crediop, il consorzio fondato nel 1919 da Alberto Beneduce per finanziare le opere pubbliche, privatizzato e poi venduto ai franco-belgi di Deixa nel 1999 e buttatosi nelle scommesse finanziarie: soci di minoranza, nella stagione della follia dei derivati, erano col 10% a testa Banco popolare dell’Emilia Romagna, Bpm e Banco Popolare. La crisi del 2008 s’è portata via tanto Crediop che la casamadre Deixa, i cui liquidatori continuano però a incassare sui contratti ancora in essere, compresi quelli in derivati dei nostri enti locali.
Per quanto paradossale possa sembrare, visti i numeri che ora citeremo, l’impatto dei derivati sulla finanza pubblica è in via di diminuzione da diversi anni: il loro valore totale arrivava a 162 miliardi nel 2015, un anno fa erano scesi a 92 miliardi. Quelli degli enti locali – che, a differenza del Tesoro, non hanno mai avuto le competenze per avventurarsi in scommesse finanziarie di questa complessità – raggiunsero il loro picco nel 2008, quando circa 700 enti avevano aperto contratti derivati per un valore nominale di 37,5 miliardi di euro: al 30 settembre 2025, secondo gli ultimi dati del Mef, siamo scesi a 10,2 miliardi (76 gli enti coinvolti), che si riducono a 5,5 miliardi tenendo conto dei piani di ammortamento già in corso (96 miliardi il debito totale di Regioni, Province e Comuni).
L’Italia è stato – insieme alla Grecia – il Paese europeo più attivo nel mercato dei derivati negli ultimi decenni
e la cosa non è stata senza effetti in termini di interessi pagati: “Dal 1998 al 2005 dalle operazioni in swap sono arrivati dei guadagni in termini di interessi (particolarmente elevati nel 1998)”, ha scritto in un vecchio focus l’Ufficio parlamentare di bilancio, e dopo di allora “si è avuto l’effetto esattamente opposto e la spesa per interessi è invece aumentata”. Il risultato è che, nonostante l’ottima partenza, al 2018 – ha scritto a marzo scorso l’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica – il costo della gestione dei derivati “pesava sul debito per circa 2 punti di Pil”. Il picco negativo venne raggiunto nel 2017, quando i flussi di cassa relativi agli strumenti finanziari derivati furono negativi per oltre sei miliardi: “Nel Def 2024 si legge che tra il 2022 e il 2023 la spesa per interessi relativa agli strumenti finanziari derivati ha registrato una sostanziale diminuzione, passando da 2,77 miliardi di euro nel 2022 a 866 milioni di euro nel 2023”.
Se non altro, nei derivati oggi nel portafogli dello Stato non sono più presenti le clausole di chiusura anticipata di contratti swap
, come quella famosa che all’inizio del 2012, in piena tempesta sui mercati sul debito italiano, consentì a Morgan Stanley di rescindere un derivato aperto nel 1994 causando una perdita da oltre tre miliardi alle casse pubbliche. Quelle clausole costarono a un pugno di dirigenti del Tesoro, compresi due ex ministri (Grilli e Siniscalco), un processo per danno erariale: la Corte dei Conti alla fine ha assolto tutti.