La Stampa, 26 gennaio 2026
Caro nidi
Con 15mila euro di Isee, mandare un figlio all’asilo nido a Belluno costa 440 euro al mese. A Mantova è gratis a prescindere dal reddito delle famiglie (caso unico in Italia tra i capoluoghi di provincia). Una differenza che sembra ormai una lotteria geografica. A riaccendere il campanello d’allarme è uno studio del servizio Stato Sociale della Uil, che ha analizzato l’importo per la retta e la mensa nell’anno educativo 2025/2026 scoprendo che in media chi ha un Isee da 15mila euro spende 293 euro ma questa media tiene conto di enormi divari fra i Comuni, che decidono il costo delle rette.
I nidi comunali esistono in Italia dal 1971 e sono stati istituiti in parte per promuovere l’uguaglianza e contrastare la povertà educativa. Eppure, le strutture di supporto ai genitori per la prima infanzia restano disomogenee anche a pochi chilometri di distanza. «I dati mostrano che i nidi, pur essendo formalmente riconosciuti come parte del sistema educativo nazionale – spiega Santo Biondo, a capo del servizio Stato Sociale Uil – nei fatti continuano a essere trattati come servizi a domanda individuale e, per questo, facoltativi, frammentati e fortemente diseguali».
Con un reddito per nucleo familiare da 15mila euro, a Bolzano la retta mensile è di 102 euro, a Bologna di 115 euro, ad Aosta di 425 euro, a Chieti 460 euro. Ad Andria e Mantova il servizio è gratuito (si paga la mensa, rispettivamente 112 euro e 60 euro).
La disparità dipende in parte dalle risorse che i Comuni hanno a disposizione ma anche da scelte legate al territorio. «Alcuni fanno pagare in base alla potenzialità economica della città – spiega Osvaldo Napoli, vicepresidente dell’Anci e sindaco di Monpantero, in Val Susa -. Ed è un errore». Nei fatti, i nidi continuano a essere considerati strumenti al pari delle piscine o dei parcheggi, il che permette ai comuni di decidere quasi liberamente quanto fare pagare.
Anche per questo, nel Nord Italia, la domanda di servizi privati è in crescita. «Nelle grandi città si sceglie il privato anche per una questione di flessibilità – spiega Paolo Uniti, segretario di Assonidi, associazione che fa capo a Confcommercio -. Si accetta di pagare fino al 30% in più per avere un calendario di aperture più lungo. In gran parte del Paese l’offerta pubblica non si è adeguata alle necessità dei giovani che lavorano». Ma con i salari fermi, questi giovani devono anche potersi permettere di mandare i figli all’asilo nido, che sia pubblico o privato. «Con tariffe del genere, chi è a inizio carriera fa fatica ad accedere a questi servizi – dice Napoli -. In Italia la natalità continua a scendere e le famiglie pensano anche a supporti come il nido. Se non ci sono strutture di sostegno all’educazione, questo mette ancora più in difficoltà una generazione che fatica a progettare una famiglia».
Le variazioni si registrano anche tra città vicine. A Bari la retta è di 158 euro e a Crotone di 120 euro, mentre a Milano è di 251 e a Cuneo di 107. In Toscana si passa dai 308 euro di Pisa ai 193 euro di Livorno, fino ai 449 di Prato. «Bisogna tenere presente che le voci di spesa sono comuni – spiega Roberto Pella, vicepresidente Anci con delega alle politiche giovanili -, gli insegnanti di Belluno non hanno salari maggiori di quelli di Bolzano. E simili sono anche i costi di derrate, luce e gas».
Accanto al problema dei costi c’è la difficoltà stessa di trovare un numero adeguato di strutture. Il governo ha ridotto l’obiettivo di copertura dei posti negli asili nido regionale al 15% nel Piano strutturale di bilancio. E l’Italia resta lontana dal target europeo del 45% e dall’obiettivo nazionale del 33%. Il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza doveva cambiare le cose. Invece, sottolinea la Uil, la revisione del 2023 ha tagliato l’obiettivo da 264.480 a 150.480 posti e ridotto i fondi europei. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, anche nella migliore delle ipotesi mancheranno circa 500 posti rispetto al target previsto. Nel peggiore dei casi, il buco supererà i 26 mila.
Stando all’analisi Uil, il risultato paradossale è poi che il Pnrr riduce le differenze tra Regioni, ma le aumenta al loro interno, con le disuguaglianze nella copertura dei servizi cresciute dal 96,2% del 2021 al 98,6% dopo gli interventi legati al Piano.
Quasi tutti i Comuni più grandi hanno ricevuto fondi per i nidi (l’88,6% di quelli sopra i 100mila abitanti), mentre quelli piccoli (sotto i 500 abitanti) restano quasi tutti senza strutture (97%). «L’assenza dei servizi per la prima infanzia ha un costo sociale elevato – spiega Biondo -, alimenta la povertà educativa, limita la partecipazione femminile al mercato del lavoro, amplifica le disuguaglianze e contribuisce al calo demografico». I politici invocano strategie per aumentare i posti, un intervento statale che abbatta le barriere geografiche, investimenti per migliorare le strutture e misure per valorizzare chi ci lavora. Secondo i sindaci la strada da percorrere passa dalla collaborazione. «Dispiace che molti non abbiano usato i fondi Ue – dice Napoli – anche perché c’è la possibilità di fare un’unione di Comuni». Nel frattempo, secondo Pella, bisogna integrare i servizi. «Andrebbe fatto un discorso complessivo di welfare. Ci sono Comuni che forniscono i libri di testo, alcuni il doposcuola, altri lo scuolabus».