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 2026  gennaio 26 Lunedì calendario

Gian Luigi Beccaria: "Lingua e letteratura hanno fatto l’Italia Non sopporto i politici che parlano vago"

Nella trasmissione televisiva che lo ha reso famoso al pubblico della metà degli anni ’80 (era Parola mia, un programma tutto dedicato alla lingua italiana), ogni puntata si concludeva con la stessa frase, pronunciata in forma di responsorio tra lui e il conduttore Luciano Rispoli: «La televisione è la televisione, ma un buon libro è sempre un buon libro». Domani Gianluigi Beccaria compie 90 anni nella sua Torino, nella quale per mezzo secolo (quasi la metà di quello passato, e un pezzo di questo) ha insegnato all’università Storia della lingua italiana a generazioni di studenti. Ma è come se quella materia l’avesse insegnata ovunque, vista la diffusione e l’influsso che i suoi libri hanno avuto nelle librerie e nelle vite di chi studia, di chi insegna, di chi ama la lingua. Un compleanno così (come tutti, del resto), suscita dei bilanci, che sono quelli di una persona intellettualmente luminosa: «Ho una vita colma di volti e di voci, di affetti, di figli amati, di amici, di ricordi, di speranze soddisfatte, di lavoro compiuto. Sono ancora dopo tanti anni innamorato della mia sposa come il primo giorno, non so che chiedere di più. E gli stessi volti che popolavano il mio orizzonte, in realtà non se ne sono andati, restano. “C’est la vie”, avrebbe al solito frammezzato il suo discorso in dialetto mio nonno Luigi, con un inciso cui ricorreva in ogni momento della giornata. A me la vita ancora non sembra compiuta, mi alzo al mattino e mi pare di dover appena cominciare, di non aver fatto nulla, di aver tutto da dire e da fare. Insomma, ho avuto fortuna. Lavoro, sto finendo un libro».
A proposito di libri. Quali sono quelli a cui è affezionato, tra i suoi?
«Forse i miei primi: uno in origine era la mia tesi di laurea, Ritmo e melodia della prosa italiana (1964) un abbozzo di studio inconsapevolmente da pre-formalista russo (un gruppo che certo ancora ci era ignoto); l’altro uscito da Einaudi, L’autonomia del significante (1975). Erano anni di interessi per i metodi formali, gli anni di Quando eravamo strutturalisti, dedicato alla cultura italiana degli anni ’60 e ’70».
Quali libri vorrebbe che i giovani oggi rileggessero?
«Se penso a me, mi incuriosivano tanti, troppi temi. Per esempio, mi appassionai a quella che Calvino battezzò poi “antilingua”. Cominciai a parlare in un libro, Linguaggi settoriali (1973), di quel burocratese insopportabile e distante dal comune parlare, spesso urticante, diffuso nelle pubbliche amministrazioni (dire “assi viari” e non “strade”, “espletare” e non “fare”, “reperire” e non “trovare"). Dilagava il linguaggio spesso vago e insopportabile dei politici, quello che oggi si è incrementato, le frasi fatte e i luoghi comuni, il generico ("andare avanti” senza specificare verso dove, “svolta” senza indicare in che direzione), il parlare per eufemismi ("ristrutturazione” invece di “licenziamento”, per evitare il parlare chiaro). Fu un tema che da allora si continua a trattare largamente».
Ma questo è un libro soprattutto per i colleghi, per gli studiosi. Quali raccomanderebbe al pubblico di chi la lingua la ama, e non necessariamente la studia?
«Per evitare i più corposi, direi i più piccoli, i tascabili, come Mia lingua italiana, scritto per celebrare i 150 anni dell’italiano, dedicato a una nazione in cui prima è venuta la lingua, cresciuta in uno spazio dove non è stata una nazione a produrre una letteratura, ma la letteratura a costruire la nazione. Ad altri due “piccoli” sono pure affezionato: La guerra e gli asfodeli, dedicato a Beppe Fenoglio, che Quodlibet ha da poco ristampato, e I «mestieri» di Primo Levi (Sellerio), che parla del chimico-scrittore-linguista in nuce».
Una domanda difficile (e forse assurda) come quelle che riguardano il figlio prediletto. Qual è il suo libro più bello?
«Mi mette in imbarazzo. Forse è I nomi del mondo. Santi, demoni, folletti e le parole perdute, sulla morte delle parole che si sono perse con la fine della civiltà contadina, quel vocabolario popolare svanito o malvivo riferito ai nomi di piante, fiori, animali, fenomeni atmosferici, oggetti quotidiani. Il sacro è il tema portante che unisce i segmenti compositi di questo variegato mondo linguistico e simbolico: dietro le parole si intravedono le corrispondenze tra il nome e il soprannaturale incombente, la magia sottostante, il “mondo di sopra” e il “mondo di sotto”, ordine e disordine, paradiso e inferno. Gli affiancherei un’altra mia simpatia, Sicuterat, il latino di chi non lo sa, dedicato a parole della Bibbia e della liturgia fluite nell’italiano popolare e nei dialetti».
La lingua letteraria è un altro suo grande amore, e un territorio sempre esplorato con la passione del critico e con la competenza del linguista. Quali autori inviterebbe alla festa di compleanno?
«Limitandomi agli italiani, tralasciando i grandi poeti del Novecento, scegliendo soltanto tra piemontesi e piemontizzati… direi Pavese, Calvino, Levi, Fenoglio; ma ci metto accanto almeno altri due, e dico Fernando Bandini e Luigi Meneghello: Luigi che considerava il vernacolo non una “lingua bassa” ma una “lingua profonda”; Fernando che ha fatto risuonare in poesia il dialetto come la lingua che più non si sa, o meglio si sa ma non si parla, ("lingua de morti"). Bandini ci ha fatto “scendere sotto terra”, “vedere i nomi dalla parte delle radici”, riservando al dialetto l’oscuro, il mondo dei sogni e delle paure, dei fantasmi notturni, come se fosse lingua del sottosuolo. Uno dei suoi capolavori è una poesia dedicata alla ciupinara, la talpa, che viene da sottoterra per vie cavernose, risalendo da una notte capovolta. Ma come dimenticare Andrea Zanzotto. Ci si telefonava una sera sì e una no: un maestro in tutti gli ordini e i registri della lingua, con la sua poesia a più strati, uno degli ultimi a scavare nell’essere contemporaneo percependo la modernità senza interruzione con la tradizione, con la grande letteratura del passato».