La Stampa, 26 gennaio 2026
Giovani violenti, il 55% vuole pene più severe. Il 60% favorevole ai metal detector nelle scuole
La violenza giovanile non è più un’eccezione, né un fatto di cronaca isolato: è il segnale allarmante di un disagio profondo che la società sembra ancora sottovalutare. Un coltello in tasca -spesso acquistato online o altre volte preso dalla cucina di casa- forse per difendersi, più spesso per “sentirsi qualcuno”. Un gesto che racconta molto più di quanto appaia. C’è stato un tempo in cui le liti tra ragazzi finivano con una spinta, una parola di troppo, una porta sbattuta o una scazzottata. La violenza con il coltello era percepita come un evento raro, quasi eccezionale. Più spesso era associata alle partite di calcio e agli scontri tra tifoserie contrapposte, mentre i racconti di aggressioni all’arma bianca tra adolescenti -per gelosie, rivalità o piccoli furti- erano limitati e marginali. Non esistevano ancora i social network e, per finire in televisione o sui giornali, un fatto doveva essere davvero eclatante.
Oggi, invece, la soglia dell’attenzione si è abbassata: la violenza è diventata più visibile, più rapida, più imitabile, fino a trasformarsi in contenuto, in spettacolo, nella sua accezione più distorta e pericolosa. E così, sempre più spesso, le liti non si esauriscono in uno scontro verbale, ma finiscono con una lama estratta. L’aumento della violenza giovanile -spesso per futili motivi-, e in particolare dell’uso del coltello, descrive una generazione che cresce tra paura, rabbia e un’evidente assenza di riferimenti. Dati alla mano dimostrano che dal 2018 ad oggi le aggressioni con i coltelli tra i ragazzi sono aumentate da 35.000 a 90.000 (fonte rielaborazione RealPolitik su dati Espad Italia 2025 del Cnr). Le cronache degli ultimi mesi parlano chiaro: aumentano gli episodi di violenza tra minorenni e si abbassa l’età di chi impugna un’arma. Non si tratta solo di criminalità, ma di un fallimento educativo, sociale e culturale che chiama in causa famiglie, scuole e istituzioni.
Perché un ragazzo sente il bisogno di portare un coltello? La risposta non sta soltanto nella devianza o nella moda, ma in un vuoto che nessuno sembra riuscire a colmare. Lo conferma il sondaggio realizzato da Only Numbers: per il 37,5% degli intervistati le cause di questi episodi vanno ricercate in un mix di fattori sociali e culturali (20,0%), nella mancanza di regole e di controllo (17,9%), nei problemi legati alla famiglia di provenienza (12,2%), fino alle responsabilità individuali (4,0%) ed economiche (3,0%).
Numeri che restituiscono un quadro complesso, lontano da spiegazioni semplicistiche. Di fronte a questa escalation, l’opinione pubblica si divide sulle risposte da adottare. Il 55,0% dei cittadini ritiene che l’inasprimento delle pene possa essere uno strumento utile, mentre il 32,7% si dice contrario. Una contrarietà condivisa dal 55,2% dei giovani tra i 18 e i 24 anni e da una parte consistente dell’elettorato delle opposizioni: il 58,2% tra gli elettori del Partito Democratico, il 71,6% tra quelli di Alleanza Verdi e Sinistra e il 70,5% tra i sostenitori di Azione. Negli ultimi giorni si è discusso anche dell’ipotesi di installare metal detector all’ingresso degli istituti scolastici. Il 59,2% degli intervistati si è dichiarato favorevole, con un consenso molto alto tra gli elettori della maggioranza (77,7%) e più tiepido tra quelli delle opposizioni (44,0%). Tuttavia, colpisce soprattutto il dato dei più giovani: il 65,6% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni si dice contrario. È come se non volessero essere controllati, ispezionati… E, in parte, non hanno torto.
La scuola non può trasformarsi in una zona di sicurezza permanente senza interrogarsi sul prezzo che questo comporta. Proprio nell’adolescenza si forma il carattere di una persona, si costruisce il senso del limite, si impara la responsabilità. Tuttavia, è anche l’età in cui le scelte sbagliate possono compromettere un’intera vita, ma affidarsi solo al controllo rischia di certificare una vera sconfitta: quella di una comunità che interviene troppo tardi, quando il disagio si è già trasformato in violenza.
La vera sfida, infatti, non è decidere se punire di più o installare un metal detector in più, ma ricostruire un tessuto educativo capace di prevenire prima che reprimere. Ascoltare prima di sorvegliare… Dopo l’ennesimo episodio di violenza avvenuto in una scuola di La Spezia, dove un ragazzo ha perso la vita a seguito dell’aggressione di un coetaneo, emerge con forza la richiesta di un intervento su più livelli. Un cittadino su due (52,7%) infatti è convinto che le istituzioni debbano agire su entrambi i fronti: rafforzando le misure di controllo e sicurezza (22,4%), ma soprattutto investendo nella prevenzione, attraverso un maggiore supporto psicologico (17,1%). Offrire alternative prima che divieti, perché un coltello in tasca non nasce dal nulla: nasce dove mancano le parole, le presenze, gli orizzonti… il futuro. In questo quadro emerge anche un altro tema, spesso evocato con cautela, ma che non può essere eluso: in alcuni contesti culturali il coltello non è solo un’arma, ma un simbolo identitario, un segno di forza o di difesa. Un retaggio che, nei processi di integrazione incompiuti, può riemergere soprattutto tra i più giovani, inclusi ragazzi di seconda generazione, cresciuti tra due mondi senza sentirsi pienamente parte di nessuno dei due. I dati che segnalano un aumento di reati anche in questi segmenti della popolazione non vanno letti come una colpa collettiva, ma come l’ennesimo indicatore di un’integrazione lasciata troppo spesso al caso. E finché continueremo a chiederci come fermare la violenza senza chiederci perché cresce, finché risponderemo solo con controlli e sanzioni a problemi che nascono da identità fragili, solitudine e marginalità, continueremo a contare feriti e, soprattutto, a perdere i nostri ragazzi… E il nostro futuro!