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 2026  gennaio 26 Lunedì calendario

Messina Denaro, tutte le amanti del boss: l’esercito di fedelissime come strumento di potere

Nelle zone grigie del Trapanese il tempo non passa, si mimetizza. Le stagioni scorrono lente tra amanti, scuole, abiti firmati, borse griffate, quartieri dove molti sanno e nessuno parla. È tra queste case, solo in apparenza anonime, che Matteo Messina Denaro ha vissuto l’ultima parte della sua trentennale latitanza. Accanto a lui, come satelliti in orbita attorno a un sole oscuro, c’era un piccolo esercito di donne.
Insegnanti, quasi tutte. Sposate, molte. Laureate, rispettabili, madri, mogli. Amanti. Tutte accomunate da una fedeltà assoluta: non lo hanno mai tradito. Nemmeno quando sono state arrestate e condannate. Non per paura, non per minacce. Lo hanno protetto perché lo volevano. Perché lo amavano. Perché se lo contendevano.
Floriana Calcagno è una professoressa di matematica di Mazara del Vallo. 50 anni, moglie, madre, una cattedra, una vita in apparenza normale. Ma sotto la superficie, le radici affondano dove l’aria è satura di consuetudini mafiose: è nipote di boss locale. E non è un caso se nella geografia della latitanza di Matteo Messina Denaro, lei si muove a suo agio, senza paura, senza incertezze.
Quando u Siccu viene arrestato i nomi delle donne che lo hanno accompagnato iniziano a emergere uno dopo l’altro. Floriana è tra queste. È “Luce”, come la chiama lui nei suoi appunti trovati nel covo. Le immagini di videosorveglianza la mostrano mentre entra ed esce dal covo di Campobello. Si muove con destrezza. Accompagna il latitante nella sua casa al mare dove trascorrono intere giornate, lo sostiene nella clandestinità. L’insegnante dice ai pm di averlo conosciuto per caso. Eppure i contatti sono quotidiani. I pizzini scritti diventano una mappa sentimentale e operativa. Una rete di piccoli favori, coperture, visite. Non è solo passione. È adesione.
Gli inquirenti sono netti: Calcagno “fornisce un contributo stabile alla latitanza di un boss mafioso”. Lo fa liberamente, senza costrizione. Il suo non è un ruolo marginale. E mentre Messina Denaro la cita con affetto nei suoi appunti, la offende alle spalle con altre donne. Nel covo, accanto agli orologi di marca e ai pizzini, i carabinieri hanno trovato decine di post‑it colorati con frasi di passione destinate a più donne presenti nella vita del boss nello stesso periodo. Scriveva: “Mi incasini pure i sogni”, oppure “l’attrazione rientra nella naturalezza delle emozioni e dei sentimenti, al di là delle nostre condizioni umane e sociali”. Uno stragista che si racconta come un poeta. L’uomo che ordinava omicidi e citava Seneca, che nascondeva lo strabismo dietro occhiali da sole anche di notte, era un seduttore compulsivo, più che un amante.
Nella rete di u Siccu c’era pure Laura Bonafede, anche lei insegnante, moglie e madre. Rispetto a Floriana era più consapevole, più dura. Sposata, con un uomo di fiducia del boss. In quella casa Messina Denaro entrava e usciva liberamente, mangiava, dormiva, regalava di tutto a lei e alla figlia che lo vedeva come un papà. Laura sapeva di non essere l’unica amante. Scriveva lettere cariche di gelosia, sarcasmo, rabbia. “Regali borse come un distintivo?”, annotava dopo aver visto una rivale uscire dal covo con una Louis Vuitton identica a quella che aveva ricevuto da lui. La competizione non era sentimentale: era una lotta per il ruolo.In quel lessico deformato, fatto di soprannomi e risentimenti, Calcagno diventava “Handicap”, “Gatta morta”. Le emozioni erano armi. Dentro quel cerchio magico, anche l’amore era funzionale alla sopravvivenza del sovrano.

Andrea Haslehner, l’austriaca bionda, è stata tra le prime. Dal 1989 al 1993 lo ha accompagnato in una latitanza dorata: Riccione, Vienna, Forte dei Marmi, Sanremo, Venezia. Vacanze, lusso, normalità apparente. E omicidi. Matteo era così geloso di lei da far uccidere un giovane vicedirettore d’albergo che la corteggiava. Un delitto d’onore. Andrea, ricoperta di regali, anni dopo, lo difenderà: “Mi sembrava un ragazzo simpatico”.
Poi c’era Maria Mesi, “Meri”, di Bagheria. Arrestata anche lei per favoreggiamento. Le sue lettere sembravano quelle di un’adolescente: “Ti amerò per tutta la vita”. Gli regalava videogiochi, sognava di vivere con lui. Quando lui glielo impediva, lo rispettava. Ma soffriva.
Nessuna di queste donne ha mai parlato. Nemmeno Lorena Lanceri, l’ultima. Sposata e madre. Anche lei fedele al boss, non al marito. Lorena lo accudiva, lo proteggeva, lo ospitava. Giorno e notte. Messina Denaro si muoveva libero in quella casa, con o senza il marito presente. Nessuno obiettava. I regali arrivavano puntuali. Laura Bonafede lo sapeva. Ne soffriva, ma accettava. L’importante era che non fosse solo. Che non si lasciasse andare. In questo mondo, l’amore aveva regole proprie.
Nei giorni scorsi la Cassazione ha stabilito che la pena inflitta a Lorena Lanceri è troppo lieve. Per i giudici non è una semplice favoreggiatrice, ma una complice: ha rafforzato il boss e Cosa nostra, coprendo la latitanza. La sentenza è stata quindi annullata e il fascicolo rinviato alla Corte d’appello di Palermo che dovrà rifare il processo per aggravare la pena e l’accusa. Lorena ha ammesso la relazione, ma ha negato di sapere chi fosse davvero quell’uomo. Nessuno le ha creduto. Tutte diverse, tutte uguali. Donne che hanno vissuto in funzione di un uomo che non le ha mai amate davvero. Le ha sedotte, usate, controllate. Sempre al centro c’era lui. Come negli album fotografici trovati nel covo: Matteo giovane, sempre in posa, occhiali scuri, camicia aperta, catena d’oro. Intorno, donne bellissime. Album ordinati per evento o per fidanzata. Un archivio del sé. Non ha lasciato solo un elenco di crimini, ma una mitologia personale.
L’harem non era un capriccio sessuale, ma un dispositivo di potere. Seduzione al posto della violenza. Complicità al posto della paura. Le sue donne, le sue fedelissime, sono il suo specchio. Il loro silenzio non è solo omertà. È dedizione. È fede. E forse anche questo è un crimine.